Letteratura

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ALFONSO GIGLIO

LA VERGINE DELLA ROCCA



Prefazione
In un tempo in cui ritorna di attualità il tema della credibilità dell’unica testimone delle diciotto apparizioni della Vergine Maria a Lourdes, trovo di straordinaria importanza pubblicare la ristampa di un testo il cui autore, oltre a far conoscere la Tradizione sul culto della Vergine Maria ad Alessandria, tentò, probabilmente, di dare il massimo rilievo ad un fatto prodigioso che sconvolse, positivamente, la vita di una ragazza cieca dalla nascita, e quella dell’intera comunità, in cui viveva, in quel momento flagellata da peste e carestia. Per una singolare coincidenza, nell’anno della Fede, voluto e proclamato da Benedetto XVI, proprio quella Fede che, come sostiene l’illustre giornalista Vittorio Messori, “nella verità di Lourdes, trova un prezioso e solido «appiglio», una sorta di «maniglia» cui aggrapparsi nel dubbio che insidia oggi anche tanti cristiani”, nell’anno della Fede, dicevo, pubblicare il testo del dott. Alfonso Giglio è certamente il modo migliore per valorizzare non soltanto l’opera del nostro concittadino, che da tanta fede fu sorretto e guidato, ma, anche e soprattutto, per tentare di far conoscere l’avvenimento più significativo nella storia di Alessandria della Rocca: l’apparizione, intorno al 1624, della Madonna in una località poco distante dal paese.
Le apparizioni della Madonna a Lourdes sono al centro di quello che, qualche mese addietro, si annunciava come uno dei casi editoriali dell'anno in Italia e all'estero. A firmare il nuovo libro, “Bernadette non ci ha ingannati”, è Vittorio Messori, lo scrittore cattolico più noto: non a caso, in entrambi i libri su Gesù, sinora pubblicati da Benedetto XVI, è il solo autore italiano non solo citato ma anche raccomandato. Le diciotto apparizioni della Vergine Maria nella Grotta di Massabielle, presso Lourdes, sono, da più di centocinquanta anni, motivo di accese polemiche, soprattutto sulla credibilità dell’unica testimone, la quattordicenne Bernadette. Lei sola ha visto, ha sentito, ha riferito. Ma davvero questa ragazzina misera e analfabeta, sulle cui fragili spalle grava il peso del maggior santuario del mondo, avrebbe colloquiato a tu per tu con Colei che si definì l’Immacolata Concezione? Le sue non sono forse allucinazioni o, peggio, invenzioni? Nel suo impegno per la riscoperta di un’apologetica pacata e rigorosa – sempre consapevole che il Dio del Vangelo vuole proporsi e non imporsi, concedendo luci e lasciando ombre per rispettare la libertà delle Sue creature – Vittorio Messori indaga da decenni sulla verità della testimonianza di Bernadette, attribuendole un valore religioso decisivo, oggi, in particolare, per i tanti inquieti che cercano ragioni «per continuare a credere». In effetti, se Bernadette non ci ha ingannati, se dunque Lourdes è «vera», sostiene il Messori, tutto il Credo della Tradizione cattolica è «vero»: Dio esiste; Gesù è il Cristo; la Chiesa che ha per guida il papa è la custode e la garante di queste verità. È la Vergine stessa, infatti, che a Lourdes esorta la veggente: «Andate a dire ai preti di costruire qui una cappella».
Lourdes, Fatima, Madjugorie, Alessandria della Rocca, tutti luoghi scelti dalla Vergine Maria per incontrare l’umanità per sollecitarla ad una fede sempre più forte, nutrita dalla preghiera quotidiana e dall’amore per il prossimo.
Il libro di Alfonso Giglio, caratterizzato da un certo equilibrio tra il rispetto del credente per il Mistero e il rispetto dello storico per il rigore della ricerca, risulta essere ricco di dati e notizie inediti, spesso nascosti o dimenticati; sempre, comunque, vagliati alla luce della ragione. A mio avviso, ad Alfonso Giglio mancò la possibilità di indagare fino in fondo, con tutte le risorse della ricerca storica, sulla figura della ragazza cieca della quale ancora oggi non conosciamo il vero nome e cognome. In questo libro, addirittura, si impegnò a continuare la sua appassionata ricerca e promise di pubblicare certificazioni relative a miracoli e fatti prodigiosi, guarigioni impossibili per la medicine, ma non per il Padre eterno, specialmente se sollecitato dalla Vergine Madre.
Se nei confronti di Bernadette, sulle apparizioni a Lourdes, ancora oggi c’è chi nutre dei dubbi, lo stesso non può dirsi dell’apparizione della Madonna ad Alessandria. È vero che a parlare dell’apparizione avvenuta ad Alessandria è soltanto la Tradizione, ma è anche vero – come dice il Giglio in una lunghissima nota in questo libro – le tradizioni riguardando religiose memorie non vengono attaccate dalle armi dei tempi, e seppur lo avviene, cedono talune piccole singolarità, e le verità essenziali vi trionfano e vivono eterne fra gli uomini. Iddio per 2400 anni conservò la Religione dei Patriarchi colla sola tradizione, e per 1500 anni quella dei Giudei tanto colla tradizione, che colla scrittura. Mosè presso a morire dice agli Ebrei (Deut. C. XXXII 7): “Ricordatevi degli antichi tempi; considerate tutte le generazioni; interrogate vostro padre ed egli vi ammaestrerà; i vostri avi ed essi v’instruiranno; quindi Mosè di tanta importanza e sicurtà contava nella tradizione che questa raccomandò al popolo di cui era stato Conduttore, e non disse leggete i miei libri! Ed egli era così convinto a segno che non si contentò di avere scritto i prodigi che Iddio aveva operato, ma stabilì dei monumenti, e dei riti commemorativi (Deut. C. VI. 20). Davide espone i sommi vantaggi della Tradizione (Salmo LXXVII, 3). San Paolo: esorta i Tassalonicesi ad essere costanti e ritenere la Tradizione (Ep. II, C. II. 14); agli Ebrei precetta di affidare le tradizioni ad uomini che saranno capaci di ammaestrare (c. VI, v. 2.); e volendo l’apostolo far meglio capire questa verità dice – La fede viene dall’udito, e l’udito viene dalla predicazione (Rom. c. X. v. 17), perlochè sembra dimostrare che la religione anziché piantare sue profonde radici colla scrittura si perpetua colla Tradizione.
Sono portato a credere  che Alfonso Giglio non si sia accontentato di raccogliere e trasmetterci la Tradizione, ma che  abbia speso tante energie per trovare delle certificazioni, dei documenti che attestassero l’apparizione della Vergine sulla Rocca di Alessandria nel 1624. È davvero molto strano che ad oggi nessuno sia riuscito a tirar fuori, da archivi vari o dai testi dei più illustri storici dell’epoca – Fazello, Rocco Pirri ed altri – testimonianze scritte sull’evento straordinario. Siamo ancora fermi a Rocco Pirri che nella sua “Sicilia sacra” scriveva <<Imago colitur S. Maria della Rocca divinitus inventa et miracoli carissima …>> si venera un’immagine di S. Maria della Rocca trovata prodigiosamente e famosissima per miracoli.
Ad Alessandria, nel lontano 1624, su una splendida collina, dalla sommità di una “Rocca”, la Vergine Maria esortò una ragazza cieca dalla nascita: <<Io sono la Regina dei Cieli; va al Parroco, ai Magistrati e al popolo tutto, annunziagli che sarò Io la protettrice di Alessandria. E qui dovranno edificare un santuario per adorarvi il mio simulacro serbato in quella spelonca >>. La cieca soggiunge: << forse non presteranno fede alle mie parole >>. E la Vergine palpando le ottenebrate pupille della miserella: << or vanne e sarai creduta >>. La visione sparve, e la cieca attonita vide il creato.
Questo accadde ad Alessandria! A raccontarlo, prima del nostro Alfonso Giglio, era stata soltanto la Tradizione orale; nessuna certificazione storica era conservata presso il Santuario o la Parrocchia.
Dopo essermi recato in pellegrinaggio a Lourdes, nel 2002, mi sono chiesto più volte come sulle gracili spalle di Bernadette, una quattordicenne analfabeta e malata, possa gravare il peso immenso del maggior santuario mariano del mondo. Sono trascorsi più di centocinquant'anni da quel lontano 11 febbraio 1858, ma gli arrivi di pellegrini a Lourdes aumentano sempre più e si avvicinano ai 6 milioni annui.
Se per Vittorio Messori, che ha studiato e lavorato per decenni con passione, competenza, pazienza per rispondere a una sola ma decisiva domanda: e' credibile, Bernadette? O ci ha ingannati, scambiando per realtà le sue allucinazioni? Se per il Messori, nulla è più "cattolico" di Lourdes, perché i prodigi di guarigione fisica sono una conferma e un sigillo della verità delle apparizioni e, quindi, Bernadette non ci ha ingannati, allora come il Messori possiamo gridare forte, anche noi alessandrini, che nulla è più cattolica di Alessandria della Rocca grazie al suo Santuario Mariano, luogo di spiritualità dove e' certamente disponibile per tutti quella guarigione dello spirito che e' la scoperta, o riscoperta, della fede".
Se Bernadette, l’unica ad aver visto la Madonna a Lourdes, non ci ha ingannati, non possiamo certo dubitare della ragazza cieca dalla nascita che con la luce dei suoi occhi dimostrò subito l’avvenuto miracolo. L’apparizione della Madonna ad Alessandria, al contrario di Lourdes, presentava, da subito, un doppio sigillo di verità: la grazia della vista concessa alla ragazza cieca, e il ritrovamento della preziosa statuetta di alabastro che riproduceva la Madre col Bambino Gesù tra le braccia. Due fatti prodigiosi nel medesimo luogo dove oggi sorge il Santuario. Numerosi sono i prodigi di guarigione fisica raccontati e testimoniati dal Giglio in questo libro, che contribuiscono e rendere cattolicissimo e luogo di spiritualità il Santuario della Madonna della Rocca. Riportiamo due dei prodigi, o meglio delle guarigioni fisiche testimoniate dal Giglio: Dott. Giuseppe Tortorici da Cattolica miope da più tempo passò alla cecità completa. Nel 1846 si parlava della devozione degli Alessandrini pella Madonna della Rocca e delle sue grazie e miracoli; e precisamente poi si tenne discorso sulla Pietra di Grazia che trovasi vicino al Santuario. Il Tortorici preso conto distinto di quanto narravasi, e desiderando avere quelle pietre così dette di Grazia, fece inchiesta e le ebbe da un Alessandrino, che ivi trovavasi. Ottenuti questi mistici sassolini, se li posava sugli orbi lumi, e un giorno con somma sorpresa destosi dal sonno vide coloro che l’attorniavano e il luogo ove stavasi. La sua vista è nello stato di miopia come prima, ed attualmente cammina senza guida con generale ammirazione dei suoi comunali. Questo fatto a me è stato attestato da molti testimoni oculari. Nell’annuario della Vergine della Rocca che comincerò a compilare annetterò una scrittura autografa che il fatto attestasse.
Ignazio Salvo di anni 3, Alessandrino, cadeva da un alto balcone, e stramazzò tramortito a terra. Egli era privo di sensi interni ed esterni; un’otorragia spaventevole accompagnavasi agli altri letali sintomi. La madre sua invocò la Vergine della Rocca, ed in pochi giorni il fanciullo guarì. Un tal successo ebbe luogo nel 1838 ed esiste una pittura innanzi all’altare in mezzo al tempio ove è dipinto il portento, e l’inscrizione che ne segna i particolari.
Il nostro illustre dottore avrà sicuramente verificato di persona la guarigione miracolosa del piccolo Ignazio Salvo, avendo descritto i danni subiti, a causa della violenta caduta, con un’otorragia spaventevole accompagnavasi ad altri letali sintomi, cioè un versamento di liquido da un orecchio che dava per certa la morte del bambino.
Come non ricordare un’altra straordinaria guarigione avvenuta sotto gli occhi del popolo alessandrino il 30 marzo del 1873, il giorno del rientro ad Alessandria della Rocca della statua della Madonna, dopo essere stata custodita per circa 250 anni a Palermo presso la villa Resuttana. Quel giorno il miracolato fu Guida Brio Domenico, bisnonno della professoressa Pina Costa che ancora oggi è pronta a parlare di quell’evento che cambiò la vita dei suoi antenati. Il signor Domenico Guida Brio, con disabilità agli arti inferiori – camminava con le stampelle – si recò assieme a tanti altri uomini a Palermo per andare a prelevare la preziosa statua della Madonna che i discendenti della famiglia Barresi avevano deciso di restituire agli alessandrini inseguito al verificarsi di fatti prodigiosi – lacrimazione della statua – presso la villa Resuttana dove era custodita. Il signor Guida sperava di essere ripagato, del grande sacrificio che si apprestava ad affrontare, con una grazia della Vergine Maria. Dopo due giorni di viaggio, gli uomini con la preziosa statua giunsero di ritorno ad Alessandria della Rocca dove trovarono l’intero paese ad attenderli. Una imponente processione prese il via dalla periferia del paese in direzione della chiesa. Il signor Domenico, che ancora sperava in un intervento miracoloso nei suoi confronti, confortato dalla moglie si sistemò accanto agli uomini che portavano sulle spalle il Fercolo con la statua. Dopo un breve tratto di cammino processionale, Domenico sentì un forte calore ad una gamba, comprese che gli stava accadendo qualcosa di molto strano, si senti nei muscoli della stessa gamba la forza per poter camminare e buttò via una stampella. La moglie preoccupata cercò subito di sorreggerlo, ma Domenico la rassicurò dicendo che poteva camminare con una sola stampella. La processione continuò, ma dopo altri cento metri circa, Domenico avvertì gli stessi sintomi nell’altra gamba e buttò via l’altra stampella, tra lo sbigottimento generale. La processione si fermò e il popolo intero, in ginocchio, ringraziò la Madre di Dio per l’ennesimo miracolo. Di quel miracolo, avvenuto sotto gli occhi di un popolo intero, autorità civili e religiose, non esiste alcuna certificazione, ma soltanto la Tradizione trasmessa da generazione in generazione, e la testimonianza, come già detto, della mia Professoressa di Storia ultraottantenne, signorina Pina Costa.
Tante altre guarigioni, tante grazie, a volte non richieste, hanno ricevuto alessandrini e persone di altri paesi vicini e lontani.
Oggi è importante che i fedeli credano che la Rocca dell’apparizione, su cui sorge il Santuario, è un luogo dove tutti, sani e malati, tutti peccatori, possano riscoprire e proclamare pubblicamente la loro fede nel Signore che guarisce tutti i mali; Un luogo in cui la carità dell’uomo verso l’uomo viene maggiormente esercitata.
Nel nostro tempo c’è un grande vuoto di cultura cattolica. Le librerie sono piene di libri che vogliono screditare e rendere ridicola la fede cristiana e cattolica in particolare. È necessario impegnarsi per rispondere con forza ai velenosi volumi di persone che vogliono far passare per stupido chiunque crede in Gesù, sostenendo che per una persona intelligente e moderna non ha senso credere nel Cristianesimo. È possibile conciliare fede e ragione. È proprio quello che cercò di fare Alfonso Giglio in questo libro. La ragione è un dono di Dio che dobbiamo utilizzare al massimo. Il vero libero pensatore è il credente; l’incredulo si pone delle barriere invalicabili, mentre il credente è libero di arrendersi ai fatti. La ragione ci porta fino alla soglia del mistero, mentre la Fede ci porta oltre. Non ho alcuna certezza, ma posso sperare che anche la pubblicazione di questo libro, colmo di fede, possa contribuire a migliorare il rapporto che oggi la gente vive con la religione. Negli ultimi decenni le chiese si sono sempre più svuotate e le vocazioni religiose sono continuamente diminuite. L’unica cosa che aumenta è il numero di pellegrinaggi, soprattutto nei santuari mariani. È lì che si incontrano folle di persone di tutte le età e categorie sociali, gente che spesso non frequenta più la propria parrocchia, ma è attratta dalla manifestazione della presenza materna della Madonna. Oggi Maria è il simbolo della religione popolare, vissuta da tutte quelle persone alle quali la Chiesa dovrebbe sforzarsi di rivolgersi. È sempre il popolo a creare il miracolo, e a volere il santuario sia nella famosa Lourdes che ad Alessandria della Rocca. La Chiesa, che ha sempre, ovviamente, il suo grande peso, è stata sempre a guardare,  ad attendere in nome di una doverosa cautela.
Dopo aver letto, più volte, con sempre maggiore interesse, lo straordinario racconto del dottore Alfonso Giglio, ho avvertito il nascere di un legame affettivo, sia nei confronti del contenuto, sia nei confronti dell’autore. Si è trattato di un legame speciale, che ognuno di noi dovrebbe provare per la storia della propria terra e per chi, con tanta passione e amore per la cultura, si è impegnato a ricercare e scrivere. Quel legame mi ha sollecitato a ristampare questa straordinaria opera per salvaguardarla – esiste soltanto un volume originale, gelosamente custodito dai Padri Passionisti del Santuario della Madonna della Rocca – ma anche per favorirne la conoscenza soprattutto tra le giovani generazioni, e tentare di avvicinarle, quanto più possibile, al nostro patrimonio culturale, a quella storia popolare legata alla tradizione orale.
Confidando nell’aiuto della Vergine, spero tanto che quest’opera contribuisca a sollecitare giovani e meno giovani ad innamorarsi della propria cultura e della propria storia perché equivarrebbe a voler bene alla propria gente, alla propria comunità, al proprio paese.
Alfonso Giglio era certamente innamorato della straordinaria storia di Alessandria, e pubblicando le vetuste memorie sul culto della Vergine della Rocca sperava di consegnare ai posteri quanto trasmesso da generazione in generazione.
La tradizione popolare raccontava di fatti prodigiosi avvenuti intorno al 1624 ad Alessandria: nella contrada Rocca incavalcata, poco distante dal paese, su una collina con una piccola prominenza  di pietra bianca – la Rocca sacra – la Madonna era apparsa ad una ragazza cieca dalla nascita e, donandole la vista, la sollecitò a informare il Parroco, i Magistrati e il popolo alessandrino di portarsi in quel luogo per cercare, in una piccola cavità scavata nella stessa rocca – probabilmente una cava di pietre per produrre del gesso da utilizzare per opere murarie – un statuetta di marmo che la raffigurava col Bambino Gesù in braccio e che avrebbero dovuto chiamare Madonna della Rocca. Si tratta della storia del popolo alessandrino, di quella cultura su cui si è costruita la nostra comunità, la  storia meno conosciuta e meno valorizzata. Ed è proprio questa storia che ho voluto salvaguardare,  recuperare, valorizzare, curando la ristampa e la pubblicazione del libro di Alfonso Giglio. Ho voluto dare un concreto e duraturo contributo alla valorizzazione della nostra storia, delle nostre radici, di una cultura popolare che è come una memoria piena di fascino, di mistero, dalla quale attingere per costruire la propria identità personale. Non possiamo credere che la storia di un popolo sia solo quella scritta sui libri, popolata da eroi ed eroine: la storia di un paese è fatta dal lavoro oscuro quotidiano di una moltitudine di “senza nome”, è “la somma” del loro inestimabile contributo.
Sull’esempio straordinario del nostro appassionatissimo storico, è in questo “oceano” di storia non scritta, la Tradizione, che dobbiamo attingere, diventando custodi di una cultura popolare che rappresenta le radici di ognuno di noi, metaforicamente un “inconscio collettivo” da scoprire e portare alla luce. Bisogna riscrivere le vecchie tradizioni, gli usi e i costumi, parlare con gli anziani del paese, immergersi mentalmente in un passato che sembra obsoleto, non per il gusto del solo piacere di conoscere, ma con l’intento di carpire,“rubare” qualche piccolo utile suggerimento per il presente. Sono davvero tanti i suggerimenti che questo libro riesce a trasmettere per quanto riguarda la Fede.
Mi dispiace tantissimo non poter corredare questa ristampa dell’opera con una biografia dell’autore. Posso soltanto provare a tracciare un semplice “ritratto” che la lettura del suo capolavoro mi ha suggerito. Persona sorretta e guidata da profonda e sicura fede cattolica che costituiva le fondamenta di una cultura immensa. La fede che animava il Giglio traspare dai continui ricorsi a riferimenti biblici nella narrazione. È mia convinzione che i riferimenti biblici,  adottati dal nostro storico, attribuiscono al contenuto del libro, oltre alla funzione storica affidatagli dall’autore, una altrettanto importante funzione educativa/formativa. L’opera, infatti, oltre a trasmettere una doverosa passione per la Tradizione, la Storia, sollecita ad una costante lettura della Sacra Bibbia per scoprirne la ricchezza di quegli insegnamenti che conducono al alla Vergine Maria e al Padre nostro. 
Alfonso Giglio ha divisato scrivere la Tradizione sul culto della Vergine della Rocca in Alessandria per sdebitarsi di un giusto tributo di gratitudine nei confronti dei signori di Alessandria, baroni della Pietra, principi di Resuttano. <<Svolgendo gli annali del mio natio paese, stetti sulle prime nel pensiero di dedicar questa mia operetta alla memoria della insigne trapassata, principessa Elisabetta Napoli Barresi, il di cui nome ci è scolpito nel cuore, e per le virtù che la fregiarono, e per la grande protezione che spiegò a favore di Alessandria>>.
L’autore, pur amando tanto gli alessandrini, non si preoccupò, secondo il mio parere, di utilizzare un linguaggio facilmente accessibile. Sono portato a credere, comunque, che la dedica dell’intera opera ai signori di Alessandria – i Napoli Barresi – con sincero elogio per la principessa Elisabetta Barresi, sia legata ad un probabile e molto importante obiettivo: “toccare” il cuore del  principe Giuseppe Napoli Barresi per spingerlo a rimandare ad Alessandria la preziosa statuetta di Alabastro – la Madonna della Rocca – custodita, dal discendente della principessa Elisabetta Barresi, nella villa Resuttana,  a San Lorenzo Colli a Palermo.
Ventisei anni dopo la pubblicazione di questo libro, il 30 marzo 1873, la preziosa statuetta, dopo ripetuti fatti prodigiosi, verificatisi all’interno della suddetta villa, con il consenso dei  nobili custodi, sarà riportata ad Alessandria dove ad accoglierla, con tutto il popolo e i religiosi, sarà il Sindaco Dottor Gaetano Giglio.
Antonino Vaccaro

A S. E.
Giuseppe Napoli Barresi

Principe di Resuttano, Condò e Monteleone, Duca di Campobello e Bissana, Barone di Rampinseri e della Pietra, Signore di Alessandria e Santa Ninfa, Cav. Gerosolimitano di Giudizia, Grande di Spagna, gentiluomo di Camera di S. R.           (D. G.) con esercizio ec. ec.

         Eccellenza
Ho divisato scrivere la tradizione sul culto della Vergine della Rocca in Alessandria.
L’argomento di questo lavoro richiama alla mente i primi dì della patria mia, tocca i fatti di quelle etadi, e trasporta a contemplare talune delle glorie tante dell’illustre famiglia vostra.
         Dovendo di sì cari giorni in queste pagine tener conto, ho stimato, non per altro verso, potermi sdebitare di un giusto tributo di gratitudine, che intitolandole ai signori di Alessandria, baroni della Pietra, principi di Resuttano.
         Svolgendo gli annali del mio natìo paese, stetti sulle prime nel pensiero di dedicare questa mia operetta alla memoria della insigne trapassata, principessa donna Elisabetta Napoli e Barresi, il di cui nome ci è scolpito nel cuore, e per le virtù che la fregiarono, e per la grande protezione che spiegò a favore di Alessandria. Rivolgendo però la mente ai vivi, vidi nell’E. V. raccolta ogni pregevole qualità, ed i caratteri di buon Principe.
         A V. E. dunque queste poche carte offro e consacro, e non dubito punto che sarà per gradirle, qual atto di mio ossequioso volere, e permettermi di coronarle del suo illustre nome.

Palermo li 10 maggio 1847


                Devotissimo ed obbligatissimo servo

                                      Alfonso  Giglio  



INTRODUZIONE

Se non l’ingegno ch’è poco
lodate lo scopo ch’è santo.
                                                                          Linares.

I secoli nello interminabile suo giro sfigurano e cancellano le tradizioni, e la verità si rimane confusa in mezzo a migliaia di errori; la voce del popolo, che in tante guise racconta le cose accadute, di varie tinte pennella l’original sembiante, adultera il linguaggio dell’età che furono. [1]
Pubblicando io dunque le vetuste memorie sul culto della Vergine della Rocca, che ci sono state trasmesse di generazione in generazione, non fo altro che consegnare ai posteri quanto, su questo, si sa ai nostri giorni.
Le mie parole sorgono da semplice tradizione, giacché grazie alla bonarietà dei testimoni del fatto, ed alla infingardaggine di tutti coloro che mi precedettero, non una pagina, una cifra, un monumento esiste da cui avessimo potuto cavare alcuna notizia.
Per far cosa grata al cortese lettore unirò a cotesto mio piccolo lavoro i sublimi versi del mio dolce amico, chiarissimo Dr. Vincenzo Navarro da Ribera, illustre professore di medicina, e di altri siciliani. [2]

PAROLE DELLA TRADIZIONE

Haec verbπa fidelissima sunt et vera.
Apoc. 22, 6.

Una contadina in compagnia ad una sua figlia cieca sin dalla nascita si portava nei dintorni d’Alessandria per raccogliervi selvatiche pianticelle. Pervenuta presso la vetta di una collina che sorge di contro le alture di Rocca Incavalcata[3]adagia la giovanetta sur uno spiazzo e va quindi rampicandosi per l’erta onde procurare alimento all’umile sua figliuola. Essa era alla parte opposta del monte, quando donna di eccelsa bellezza appare alla figlia, e le dice: - Io sono la Regina dei Cieli; va al Parroco, ai Magistrati e al popolo tutto, annunziagli che sarò Io la protettrice di Alessandria. E qui dovranno edificare un santuario per adorarvi il mio simulacro serbato in quella spelonca -.
La cieca soggiunge:- forse non presteranno fede alle mie parole - . E la Vergine palpando le ottenebrate pupille della miserella: - or vanne e sarai creduta -.
La visione sparve, e la cieca attonita vide il creato. Ritornata la madre, la giovinetta le rapporta l’apparizione, ed entrambi si conducono allo abitato narrando ai Primati il fausto evento.
Il Pastore e gran parte degli alessandrini si trasferiscono al luogo designato e ritrovano la statua di marmo,[4] che portano alla chiesa parrocchiale[5].
Poco appresso il barone della Pietra la fa traslare ai Colli[6]; ed è scolpita sull’originale, altra statua, che si manda in Alessandria[7].
Un tempio fu eretto sul luogo dello avvenimento, presso a cui esiste la pietra di Grazia.[8]


ODE
                del
Dott. Vincenzo Navarro
da Ribera

La Vergine della Rocca

Della Rocca sul mistico colle,
brilla un raggio di tutta beltà;
lì fioriscono le piante e le zolle
anco quando più ferve l’està.
Quivi un tempo sublime s’estolle
alla Vergine che pari non ha.

Di Alessandria propinquo alle mura
sta  quel colle; ed il popol fedel
di quel tempio tien fervida cura
bruci il sole, od assideri il gel:
lì saluta la bella Natura
l’Immortale Regina del ciel.

Della Rocca la Vergin si noma,
ch’ella stessa tal nome ordinò;
quando cinta di stelle la chioma
alla cieca tapina affacciò;
e ogni forza morbifica doma
a quegl’occhi la luce donò.

Eran nate alle tenebre e al pianto
le pupille dell’egra gentil.
Della madre non stavasi accanto,
lì piangeva e pregava la umil.
Sua umiltade dei Santi al Dio Santo
piacque e tolsela a duolo sì vil.

Ella vide la luce e il creato
chè Maria le pupille le aprì.
Ella fe questo suolo beato
col bel culto che nuovo gli offrì;
e Alessandria in più prospero stato
pur si vide esultar da quel dì.

Alessandria si esulta contenta,
che Maria della Rocca per te
di satanno le schiere sgomenta,
ond’avviva e rafforza tua fè,
ed il duolo il tuo cuore invan tenta
per te alcuna sventura non è.

Quella Rocca e fortezza di Amore
ti difende con fermo valor;
la Madre del Verbo Signore
per te veglia ben provvida ognor
e rattempra del Nume il rigore,
e ti toglie agli affanni e al dolor.

Vuoi tu pioggia? E discende la piova;
vuoi bel tempo? Ed il ciel è seren.
Ogni bene e dovizia si trova
Alessandria nel lieto tuo sen,
che Maria della Rocca con nuova
cura veglia perenne al tuo ben.

A ragione con gioia e contento
tu festeggi in ogn’anno quel dì,
in che fessi quell’alto portento
che di luce la cieca vestì,
e a te forse un prodigio, un evento
ond’ancora tripudii così!

O Maria della Rocca deh ascolta,
altra luce chiediamo da Te,
quella luce che Cristo ha raccolta
del Vangelo nell’inclita Fè.
Fa che brilli per tutti, e una volta
tal sia il mondo, qual certo non è.





PARTE PRIMA

LA TRADIZIONE
I
            O somma luce, che tanto ti lievi
                da’ concenti mortali, alla mia mente
                ripresta un poco di quel che parevi;
            e fa la lingua mia tanto possente,
                ch’una favilla sol della tua gloria
                possa lasciare alla futura gente;
                                   Dante: Paradiso, canto XXXIII

Aedeficavit domum suam super petram
San Matteo: cap. VII 24.

Sorge romito un tempio in cima di umile collina, presso le mura di Alessandria[9]. Un bel sentiero conduce a quel mistico luogo, sacro alla Vergine della Rocca. Il sole nello intero giro quasi sempre lo illumina dei suoi raggi. Propinqua vetta di opposto monte non adombra il solitario asilo, che concilia a vederlo da lungi religioso ossequio. Accanto alla chiesa havvi ampio corridoio, che mena alle celle degli eremiti destinati a sorvegliare alla cura del santuario[10]; e a pochi passi giganteggia lugubre cipresso, unico ornamento della mesta dimora degli estinti[11].
Tratti a quel colle sentiamo una dolce estasi dalle tenere rimembranze dell’apparizione della Vergine e Madre alla cieca alessandrina. Ivi sperimentiamo la pace dell’anima unico bene di questa mirabil vita; e a noi niun diletto giunge tanto gradito, quanto l’udir il piacevole nome di Maria della Rocca.             Passeggiando all’intorno del Santuario, quale stupendo spettacolo non ci si offre alla vista! L’alto monte delle rose che sovrasta a Bivona[12]; orribili elevatezze, scoscesi rupi erti sentieri, e una folta selva che rende cupa parte di quella contrada[13]. L’occhio ora si porta in una valle che sta giù; ora sull’ampio letto del fiume Platani[14], le cui acque scorrendo da costa alle meravigliose rovine della distrutta Eraclea[15], famosa per terribili ricordanze, si avviano al mare; ora sugli alberi che fan a Cattolica spalliera[16]; ora sul paese di S. Antonio[17]alle cui vicinanze forse antichissima città levava sue mura[18], e quindi sul Musaro[19], la Motta[20], le giogaia e le rupi di Santo Stefano la Quisquina[21] e la gigantesca montagna di Cammarata[22], e perfino sul vasto orizzonte sparso di smisurate montagne ove il mare africano forma un brillante termine.
Entrando nel Santuario, contempliamo l’immagine che sta sull’ara in mezzo al tempio. È una statuetta di bianco marmo: stringe col sinistro braccio un bambino che mira con compiacenza la madre sua, che in lui tien fisse le pupille; ricca corona cinge il capo del figlio e della madre alla quale niveo manto sparso di auree stelle, scende dagli omeri e si raccoglie al fianco. Il simulacro è questo della Vergine della Rocca[23].


II

Correvano i primi lustri del secolo XVII, quando gli alessandrini gettavano la prima pietra di sì venerando tempio[24];
E la tradizione ci addottrina che un miracolo li mosse ad innalzarlo, e ordinare un culto alla Vergine sotto l’Augusto titolo della Rocca[25].
In un cantuccio di solinga e povera casupola, stavasi raccolta una misera donna in atto di spasmo e rassegnazione, colle mani giunte orando alla Vergine Maria: era dessa la contadina Rosa Innominata[26], la quale angustiata da tutti i bisogni de la vita, priva di un’amica, che ne sentisse i lagni, diveniva madre di eletta prole. Contemplando il vero stato d’indigenza in cui giaceva senza speranza di esser soccorsa, invece di gustare le ineffabili materne dolcezze alla vista della sua Angelina[27] piange e si lamenta, udendola gemere al suo lato, impotente financo ad alzar le braccia per accostarsela al seno in quello estremo abbattimento. L’amor di madre alfine vincendo l’affanno, che dentro la consumava, raccoglie tutte le sue forze e porge ajta al novello essere combattuto dalla sventura sul limitare stesso della vita, allatta la neonata, ogni dolce cura le appresta, e quest’unico frutto del suo imeneo mira con un sorriso di compiacenza misto alle lacrime di afflizione. Dalle labbra della tenerella succhiava stille di balsamo per raddolcire le amare doglie dell’animo suo, e trovava qualche tregua allo insopportabile cruccio che la straziava. Ben sapea, che siffatti morali compensi doveva scontarli a caro prezzo, mentre la vita della madre reclama perenne sacrifizio di amore[28]. Al sommo fattore dirigeva i suoi lai onde tutelare la sua pargola nell’aspro cammino della vita mortale.


III

Posavasi all’ombra pacifica delle domestiche mura, lontana dal consorzio degli uomini, celata nella solitudine ov’è confinata la miseria, Rosa fervea di caldissimo affetto per la bambina, che amava svisceratamente.
Angelina col suo bamboleggiare attenuava le angosce della desolata madre. In questo dolce contrasto di queruli, e di materne compiacenze un’altra nube avvolge ed attrista l’alma di Rosa. Indirizzava dolcemente i lumi sul candido sembiante della fanciulla, e ne asso parava il maggior dei contenti; aspettava con impazienza che essa movesse ver lei il ciglio per la prima volta, e per la prima volta balbettasse l’accento di madre; ma questi grati aneliti, questi amorosi palpiti, questa dolce sensazione interiore sparvero in un baleno! La infelice Innominata scoperse inesausto fonte di tormenti: si avvide che la figlia era cieca! L’alto duolo tinse di un pallor di morte la sua pelle; un tremito universale dimena le sue membra …. Essa è immobile, muta e senza sospiri.
Poiché ritorna in se, la memoria nega di ripeterle la cagione del suo deliquio. Invano si tortura il cervello per conoscerla …. Tu la vedevi come fulminata; nel suo volto improntavasi il più violento cordoglio.
Tristi e lamentevoli immagini gli serrano il cuore; per segreto orrore freme e vien meno. Ella struggesi e di amarissimo pianto bagna il duro suolo, mentre la fanciulla geme inaudita sulle sue ginocchia in un mondo di penose sensazioni. La sua voce incerta e dolorosa tra i singulti articola qualche sillaba di tenerezza verso la figlia, che di mille amplessi colma.
Il sembiante della Innominata era languido, e l’occhio che fissava stupido, tosto ché s’incontrava nella figlia s’impregnava di lacrime. Malinconica, straniera al giubilo, sente di peso le usate cure; un avvenire che poco felice pella sua figlia si prepara, la intristisce, e la parola sovente le muore sul labbro. Immersa in desolati meditazioni: in preda a sinistri pensieri l’animo suo rimane avvilito.


IV

L’amor di madre è un amor sublime, che più di ogni altra affezione si avvicina allo attributo più caro a Dio, la Misericordia.
Dal momento in cui nacque Angelina, Rosa  non ha avuto che quest’unico sentimento di amore. Sempre allo studio della culla, intenta ad interpretare i pianti della figlia, le offre di se stessa cibo, e in quell’atto di maternità prova innumerevoli dolcezze, che maggiormente a lei la congiungono. Le carezze infantili, il bacio della sua bambina sono le gocce di refrigerio in tanta piena di affanno.
Dopo lungo penare, la mano Onnipossente la riscosse e le attreguò le pene. Religione si affacciò al pensiero, Religione sola dei cuori delizia, unico bene di quest’egra vita, consolo ai mali dell’umana famiglia! Religione temprò colla sua taumaturga voce i patimenti della gemebonda madre. La virtù della rassegnazione ai voleri dell’Altissimo fugò la tristizia che martoriava l’anima sua.
Cresceva Angelina fra le diligenti ammonizioni: di animo puro, inspirata di pie massime, negletta come la pianta del bosco, sotto gli occhi della genitrice che la sorregge negli incerti passi della fanciullezza, come giovine ulivo in riva ad un fonte, soave cura del giardinier che lo educa e amore della terra e del cielo, sviluppa ogni giorno grazie novelle.
Nell’adolescenza sua speciale occupazione trovava nella preghiera pella salute della madre; non mormorava della sua sventura, anzi tenevala come dono celeste per esercitarla nella pazienza. La sventura è spedito sentiero per elevarsi al cielo!
Le sorrideano gli anni di giovinezza, e fresca come la rugiada del mattino, pura come la neve dei monti, levava in ogni fiato la sua mente alla Madre di Dio. Rosa aveva tanta virtù di stillare nell’animo suo que’ supremi principi di morale e di religione, senza i quali non potremmo trovare né dritta via, luce protettrice, guida sicura, né vera felicità. La divozione, poi, pella Regina dei Profeti, in Angelina s’era possentemente radicata mercè i continui suggerimenti materni, e per una interiore brama che spingeala ad amar Maria. Rosa, nella giovinezza di Angelina, al carattere di madre avea aggiunto ancor quello di amica. La vera miseria in cui trovavasi spesso l’obbligava a procacciarsi vitto nei doni che la natura prodiga alla sua superficie dei prati, e per non lasciar sola la figlia confinata nella sua povera soffitta seco la conduce.
Era un bel mattino di primavera[29]; l’atmosfera era serenissima e lucido l’aspetto del cielo. Le verdure delle ridenti convalli tapezzavansi di fiori, gli arbori chiomavansi di foglie; gli animali, le piante, la terra stessa è in amore.
L’alba avea biancheggiato in oriente, e il garrir delle rondinelle annunziava lo spuntar del giorno.
I contadini muovono alla campagna; il lavoratore aggioga i suoi bovi; il pastorello lascia la capanna e schiude l’ovile agli armenti; l’industriosa ape nel suo alveare aspetta che il sole riscaldi l’aria per volare in cerca di alimento e vezzeggiando i fiori delibarne il nettare; il marinaio raccoglie le reti che sull’acque stese , e grava la sua barca della pesca fatta; gli artigiani tolgono le imposte delle loro officine e riprendono il lavoro; l’indigente esce alla ventura per procacciarsi cibo pella giornata.
In tal generale movimento che si opera e sui campi, e sul mare, e nella società, tra questa immensa prospettiva, fermiamoci in un recondito vicolo di Alessandria, e trasportandoci a quei campi osserviamo[30] … schiudensi un’affumicata porticina che da un sol ferro si attacca al muro, e tosto la vedi da un fianco boccare; essa è tutta rosa dal tarlo, mal si presta a chiudere l’ingresso; le annerite pareti della casuccia, la cadente tettoia, alcuni poveri arnesi sparsi sull’ineguale suolo parlano a chiare cifre, ivi starsi la squallida povertà e l’orrore[31]. Sul dirupo gradino che introduce a quello abituro si avanza Rosa adattandosi un sucido e lacero sajo sul capo e stringendo logoro saccone coll’ascella: chiama Angelina, la quale facendosi guida colle palme, tentone tocca la materna mano e stringendola fortemente la ritiene per giovarsene a sostegno nel suo cammino. La piccola famigliola si dispone a lasciare l’abitato per fare raccolta di selvatiche piante onde occorrere al necessario alimento. Rosa e la figlia dirigono il passo a mezzodì; tragittano non curate le vie del comune; i cenciosi panni di visa di povertà spegneano in ciascuno il natural desio di saperne conto, o trarvisi vicino, e se qualcun vi perdea un sguardo, dicea al compagno; - è l’orbicella e la madre sua - [32]. Date le spalle ai fabbricati guadagnano un largo viale e a respirar si assidono. Dopo breve riposo spingono oltre il piede e tapinando per il men aspro sentiero giungono al fianco della collina che alzasi in direzione trasversale a Rocca Incavalcata[33].




V

Un’erta di bianchi macigni spunta tramezzo a questa collina ingombra in gran parte di rovi, cardo e ginestra[34].
La via più praticabile che vi mette capo è quella, la quale l’Innominata e la figlia calcano, e arrivati in un piccolo largo a fianco di quelle rocce, la madre fa sedere Angelina e pria ché si dipartisse, così a favellarle imprese: - Da questo luogo non mover passo; attendi il mio ritorno. Per il dorso e i fianchi del monte mi adopererò a raccogliere dei nostri selvatici cibi per estinguere in questo giorno la fame. Tu sai quanto ti amo, e quale tormento mi destano le tue pene, quindi alle tante, che affliggono continuamente il mio cuore, non permetter no, che altre ne sovrastassero. Qui desidero che ferma te resta sino a che a rimovertene io giungea - .
E assicuratala del sollecito ritorno si allontana; al muoversi di ogni fronda però, ad ogni fiato sostava, e alla figlia rimirava spiando intorno la vetta tutta.
Solitaria era la collina ove sedeva la cieca. La calma governa quell’altura. Derelitta e pensierosa la misera Angelina, come solinga Tortorella sul ramo vedovato di foglie, mettea qualche querulo. Il lieve soffio di Zeffiro, il consolante linguaggio dell’usignolo davan luogo ad incantevole sentire. L’alta pace, la dolce melanconia, il mite riposo, la disponeano a lunga e devota prece[35].
L’astro del giorno abbelliva gli alti monti e le superbe torri; i suoi torrenti di luce addentravano nelle folte chiome delle foreste; inondava di lume il mondo, spendendo vita e calore; e declinando sulla collina della Rocca col suo raggio batte viso in Angelina, la quale sente la viva sensazione destata dall’influenza del sole, incrociava le braccia, e fervose parole levava la cieca all’Eterno, e invocava il patrocinio della Redentrice dell’uman genere[36].  All’alma sua, timido desire affacciavasi di ammirare il dì e vedere le sorprendenti opere della creazione, per adempiere esattamente alle leggi sancite dalla Sapienza Increata e prestarsi a tutti gli atti di Religione; e con incredibile entusiasmo questa fiata lo bramava. Ergevasi la sua immaginazione sulle ali del più cocente amore, e le pure e devote orazioni spinse sin al santuario della Regina delle Misericordie[37]. La Madre Divina dall’alto dei firmamenti, dal Tabernacolo dei Cieli, accanto di Dio[38]. In mezzo alle beatitudini del Paradiso si volge verso la terra. Schiudonsi l’Empiree porte; l’aere divampa di celeste luce, e in quell’eterea fiamma raggia il sole di cui è vestita l’Imperatrice dell’Universo[39], risplende tremula sotto i di lei piè la luna[40] e sulla testa bel serto intrecciano duodeci brillanti stelle[41].
La Speranza degli uomini discende dal soggiorno degli Eletti su candida nuvoletta, accesa di vivissima luce; di quella luce che splende dal soglio su cui sta assiso il Dio della Gloria.      Spira dal volto di Maria aura di Paradiso, e lungi di destarci l’umile idea di qualsivoglia rara umana bellezza, lassù ci sublima, ove tutto è perfetto, ove tutto risplende rischiarato dalla face che illumina perenne l’Eterno col divino suo fiato, di cui la lingua di un mortale narrar non saprebbe le meraviglie. L’Arca del Testamento[42] già passa le sfere, le nubi; il gran Nunzio dei cieli, Gabriele vestito di superne virtudi, la precede[43]; scelta milizia di serafini con sei ali rosse ed infocate, ed un coro di Cherubini colle ali azzurre e fulgide circondano la nube; I Troni colle loro argentee ali sostengono il solio; numerosa legione di celesti spiriti la segue. Le Podestadi con camici ed abiti sacerdotali, le Dominazioni con libri in mano e con splendore sopra il capo; gli Arcangioli vestiti di bianco ed inghirlandati di fioralisi; i Principati con la corona in capo e con lo scettro in mano; gli Angeli colle ali dorate, e le Virtù infine armate con celate in capo e con croci rosse sopra le armi, chiudono il corteggio[44].
Risplendono di sommo bagliore le rocce e la collina ove stassi la cieca; il monte è coperto di rose, di gigli, e di viole; vi stanzia il fuoco del meriggio, e la porpora della sera; Angelina priva di luci, di guida e di soccorso mandava innocenti sospiri al cielo; e alla Madre di Dio così pregava: <<Madre degl’infelici, tu che ministra sei e dispensiera delle grazie del Signore, non disdegnar mia prece[45]; china lo sguardo su me pietoso, madre dei caduti e dei redenti, e una goccia sol di celeste rugiada stilla sulle mie estinte pupille, o puro fonte di ogni vita[46]. Tu mi accogli all’ombra del tuo regal manto; tu apri le braccia ad una creatura sventurata che invoca il tuo possente aiuto; dà lume agli occhi miei?[47]ond’io li dedichi a contemplare le grandezze di quanto quaggiù si posa delle opere eccelse del Creator Supremo?[48] E tacque. L’anima sua come in estasi sublimavasi verso il cielo tra mezzo a sì innocenti scongiuri, e la lacrima che avea sgorgato dal ciglio si fermò sulla gota, splendente come un diamante. Mentre che tutta era intesa all’orazione, Maria la tocca nel più profondo del cuore, e le suscita un incendio di amore soavissimo. La Madre del Salvatore avea inteso il suon di quelle parole dall’anima di Angelina favellate, mentre il suo labbro era quasi immobile. Il corteggio celeste tocca la vetta. La Consolatrice degli afflitti accesa dallo inestinguibil fuoco di Carità, lascia il trono, ne sfiora i gradini e avvicinandosi alla cieca l’appella a nome.
<<Angelina? . . . levati, alzati o mia diletta . . . e vieni; scaccia l’agitazione in cui ti trovi, e ti conforta. >>
La contadinella sente una voce che non aveva mai per innanzi udita, una voce divina! Il cuore le balza in petto: di delizie arcane inebriasi l’alma sua, e mentre un palpito le contende la gioia, apre le palpebre come cercasse fruire della cara luce del giorno…. Ma tutto innanzi a lei è buio. In tale scompiglio di affetti, sebbene lo spavento non venne a turbarla, dirige la mente al Cielo ed in un baleno vide a lei vicina celeste apparizione, che come in sogno brilla alla sua intelligenza[49]. Maria si svela alla cieca in divise materne, celandole le sorprendenti manifestazioni di gloria. Stupore e gaudio visitano Angelina, e pari alla Regina Saba, alla vista dell’alta gloria di Salamone, restava fuor di se[50]. In un mare di splendore mira vaghissima donna[51] con un bambino bellissimo, giulivo sul viso, nelle leggiadre sue forme, che tutte raccoglie le perfezioni del bello immaginabile: due brillanti stelle le sue pupille, simili a fila di luci d’oro gli anellati biondi capelli fra cui scherza in mille guise gaiamente la luce; egli dipinta ha la bontà nel sembiante, e il sorriso sul labbro.
La collina della Rocca sembra il roveto ardente di Mosè[52]; il Taborre nel giorno della trasfigurazione di Gesù Cristo; l’aula del cenacolo allo arrivo dello Spirito Santo.
Angelina piega dolcemente la testa in atto di umiltà senza saper che fia, ne di quanto avviene sa darsi ragione.
La Delizia dell’Eterno, la Madre del Verbo e degli uomini dirige la parola alla sua devota. <<Degna figlia delle mie conquiste, eccomi per tuo amore discesa dal cielo in terra[53]; pietade a te mi guida, santo affetto di Madre. Io sono la mille volte invocata Maria Madre di Dio, che tanto supplicasti. Sin’ora ho sperimentata la tua pazienza nelle avversità, il tuo vivere in nulla riprensibile. Sei giunta a tollerar le miserie; hai serbato costante la fede al figlio mio, la divozione verso me sempre crescente. Io ti svelo della prosperità, ma il tuo cuore si serbi illibato; la felicità non lo corrompano[54]. Mossa dalle tue preci e dalla dilezione[55] che nutro per la tua a me devota[56], vi offro il maggior dei beni, il mio Patrocinio[57]. Io vi esorto al dovere per ottenerlo sempre. Non ite contro all’ira nei mali vostri, ma date tregua a pentirvi ed avrete i beni[58]. Non aspettate che arrivi il rovinio; tostochè il cielo lo minaccia, adottate l’esempio dei giusti: orate la folgore librata su le vostre teste sarà sospesa. Posate le fondamenta di un Santuario su questa cima[59]: collocate sugli altari il mio simulacro di marmo, che in questo medesimo luogo ed in un antro troverete; ed io sarò con voi[60]. Abbiate presente il nome mio in ogni infortunio. Io accoglierò le vostre preghiere[61]. In questa Davidica Torre[62]ricoveratevi e sarete tutelati. Vanne al Parroco, ti presenta ai Sacerdoti e al popol tutto e quanto hai visto loro annunzierai[63], manifestandole che io ho eletto e santificato questo luogo[64]affinché esso porti in eterno il nome mio>>.
Angelina si stava come il rapito di Patmos; quella divina apparizione l’inciela; le parole della Vergine la beatizzano; l’anima sua s’impronta della misteriosa inspirazione, e in quella luce divina ammira l’eccelse fattezze di Maria, e parla quelle stesse parole di Pietro nel dì della Trasfigurazione[65]. Alcuni momenti dopo dentro di se dicea <<gli alessandrini non crederanno a me, e non ascolteranno la mia voce, ma diranno: la Vergine non ti è apparita>>[66]. Maria leggendo nell’animo della giovinetta soggiunse: <<se ei non crederanno a te, si arrenderanno al prodigio seguente>>[67]. E attinse colla destra dal torrente di carità che trasparia fuori del petto, una favilla di amore, e avvicinando la possente mano alla fronte della villanella, le palpa gli occhi e le diè vista. <<Rimuovi or dunque dalla oscurità in cui ti trovi e torna a quella luce pella quale sei nata[68]. L’augusto titolo della Rocca è quello che vi accordo pello speciale Patrocinio. I miei ricordi stampateli nell’alme[69]. Amami e spera!>>
Pronunciati questi detti, Maria al cielo sen vola, e Angelina rimirandola in mezzo allo infinito numero degli astri avvicinarsi all’etra, solleva il suo spirito per accompagnarla, e l’occhio su lei tien fermo in seguirla, finché gli angeli che fan ala alla Regina delle Vergini, gridano: <<Presto o Principi del cielo, alzatevi, togliete le porte, perché deve entrarvi la Regina della Gloria>>. L’aria tutta rosseggia, e l’apparizione sparve.
Maria siede accanto a Dio.

    
VI

La visione celeste scosse vivamente il cuor di Angelina, ma la subitanea azione della luce non molesta punto le sue pupille, ed invece di sfuggirne l’influenza avidamente si svolge verso il sole. Trova sorprendente lo spettacolo figurato innanzi agli occhi suoi; tu la vedi nuotare in un oceano di letizia, e levare accenti di gratitudine alla benefica destra, che illuminò gli occhi suoi nati alle tenebre. Vaga lo sguardo su quanto a lei d’intorno si apre, e sperimenta le più piacevoli sensazioni, che pel senso della vista pervengono all’anima. Lo aspetto commovente della bella natura, i variopinti prati, il verde dei boschi, un prospetto che di lontano maestosamente l’impone, attraggono siffattamente le facoltà sue, che la diresti in estasi.
Le campagne gareggiano nella manifestazione delle più splendide rustiche bellezze; e quel giorno mostrava in tutta la pienezza la scena incantatrice della natura.
Siffatto piacere occupa i primi momenti di questo nuovo stato di Angelina, ma in seguito rammentandosi della madre sua, a lei ogni pensiero ritorce; alla madre volar desia! Ma non sapendo ove riuscir poteano i suoi passi, teme di mover le piante, e dall’alto di quel ciglione della collina volgesi or ad oriente, ed or ad occidente, e previene la sua venuta e con la vista e col pensiero.



VII

Bagnata di sudore, esausta di forze, anelante, abbattuta, curvi gli omeri sotto il peso di un grosso fastello di erbe, Rosa sospirando rampicava per i fianchi del colle e spingevasi ver la cima, ove poco prima avea lasciata la figlia. Affannosa affrettava l’infralito piede, e sentiva mal reggersi le ginocchia a continuare il cammino. Dopo aver lungamente sofferto, l’occhio materno pesca la figlia che corre per la collina a lei d’incontro. Ratto fremito le serpeggia per le vene, un grido spaventevole articola, uno scompiglio universale l’assedia; intenso tremito la fa vacillare; vorrebbe opporre le sue mani in sostegno, ma lungo spazio la separa; desidera correre e volare in soccorso, ma le forze mancano; vuole nuovamente prorompere in grida per avvertirla a fermarsi, e la voce le si spegne nelle fauci; abbandona il grave peso che le premea alle spalle e alla meglio salisce alla volta di Angelina, muovendo in cento modi le palme onde farle intendere quanto bramava.
La contadinella Innominato, nella madre, la prima volta, scontra uman sembiante; e sebbene il cuore indicavale che la donna che sì forte addolora vasi era colei che le diè vita, pur procedea con timore, che la sua vista l’ingannasse; ma l’acuta voce di Rosa rimosse ogni dubbio, e Angelina lasciando lo spiazzo ove trovavasi, si avvicina alla madre sua, che la stringe al petto colle sue scarne braccia. Entrambi attonite si ammirano e si abbracciano e l’una all’altra scambia gli amplessi! Succede un breve silenzio. Rosa ad una interrogazione la seconda incalza, e crede sognare vedendo gli occhi della figlia sfavillare vivo lume.
<< E dovrò credere alle mie pupille! Esclama. Gli occhi tuoi splendono! Inconcepibile mi riesce simile ed istantaneo cangiamento. Dimmi, come mai ti si sono aperti gli occhi?[70]dimmi, tu vedi?>>.
<<Si veggio, soggiunse Angelina. La Madre di Dio, qui scese alle mie preci, toccò i miei occhi e miracolosamente io già vedo>>. Sommariamente accennò quanto era occorso, e quanto la Madonna disse. Rosa accoglieva il più breve accento che dalla bocca della figlia usciva; e con qual animo avesse questa udito il racconto, e quali sensi sprigionasse dal cuore, puoi immaginarli. Poiché ebbero finito, riconoscenti compunte, intende alle più care idee, che l’immaginazione offriva in quei dolci momenti ricalcano la stessa strada pella quale ivi  recaronsi, e ad Alessandria si volgono. Ad ogni atomo di tempo, Rosa rimira la figlia, e rinnovasi l’inesprimibile contento compreso in quel atto, che non più cieca guardolla.
L’incantevole panorama che il creato presenta a chi per la prima volta lo ammira, non ferma la verginella: essa e la madre sua si conducevano sì presto all’abitato, che curiosità suscitavano in ciascuno che loro s’incontrava, e fermandole chiedevano, in qual modo Angelina acquistò la vista.
Una brigata di villici che lavoravano vicino alla via per dove passavano Rosa e la figlia, osservando che quest’ultima camminava senza guida e presto a fianco della genitrice, non più curvandosi, ma ritta come un bel virgulto di un vegeto albero, si stettero ad ammirarla.
Compresi da meraviglia si guardano in volto, e si chiedono attoniti: <<non è questa quella povera fanciulla cieca?>> - si avvicinano ed osservano – Angelina era ben conosciuta, e tuttavia quei fra loro dimandavansi. <<Non è questa Angelina l’orba?[71]>> ripetea un giovinastro ad un attempato compagno.
<<E’ dessa!>>. <<No! È una che le somiglia>>; riprende un vecchio; << Come può essere giammai! Quella è cieca nata!>>.
Uno della brigata, per togliere l’equivoco, si appressa ad Angelina, e non pago di averla riconosciuta, dubbiando di tener per fermo quanto vedeva, l’interroga – sei tu Angelina la cieca? - <<io son quella>> rispose la villanella; <<e veggio per miracolo di Maria>>.
A tale sorprendente annunzio tutti si accostano alla figlia della Innominata per udire il fatto, e non sapeano finire di ammirare e benedire il portento. Il miracolo era troppo evidente, troppo accertato.
I contadini diedero segni della più bella e più dura esultanza, cui fecero plauso dall’alto le gerarchie dell’empireo; e guardò col sorriso della sua grazia la stessa Imperatrice Celeste.
La buona ragazza col cuor palpitante, e col volto impresso dal giubilo narra il fatto, che colla ispirazione del cielo piove ogni alma; ella è nel mezzo e lo ripete a questi e a quegli. Di ciascuno appaga le brame. La diresti un genio divino or che della Vergine della Rocca discorre, mentre la riscontravi ingenua fanciulla di altre cose favellando. Svariati parlari sorgono in color che sopraggiungevano; ed un chiede dell’apparizione; altro si briga per aver sollecita risposta sul punto della collina ove si troverà la statua; un terzo replica molte dimande, e pretende presti chiarimenti. Ognuno avanza la voce per essere inteso a preferenza, ma non si sgomenta punto la giovinetta, anzi pronta e senza turbarsi o confondersi, , zeppi di vivacità gli occhi, la fisionomia ilare; il miracolo grandemente commutolla!
Alcuni garzoncelli bramosi di anticipare la notizia allo arrivo della non più cieca, eran corsi come daini per le vie di Alessandria a ventilare il gran portento, e gridavano: << miracolo! Miracolo!...la cieca vede! …la Madonna le toccò gli occhi e le diede la vista!>> Alcuni non credevano, e coloro che annunziavano l’avvenimento con molto calore ed interesse, rispondeano: << io dico la verità; l’ho visto con i miei occhi; ho udito chiaro il racconto con i miei orecchi; il fatto è come io l’espongo >>. Questa notizia consolatrice volò di bocca in bocca; il prodigio è ridetto confusamente dagli uni agli altri; corrono non pochi verso il luogo della celeste manifestazione e incontrandosi con Angelina attentamente l’ammirano, chiedendo più precisi dati; molti la seguono, ed altri alla Rocca si avviano, che presto si vede inondata di popolo – Osservano, parlano, pensano tutti allo stupendo avvenimento, e alzano gli occhi al cielo quasi per ammirarla ancor visibile; e di nuovo li abbassano, le girano qua e là come per ricercare le sacre vestigia e l’annunziato simulacro.
La calca di gente presso ad Angelina cresce a dismisura; si affolla intorno alla Innominato, e dà le più solenni dimostrazioni che meritava un’imbasciata così gradita della Regina degli Angeli.
Ammirabilissima metamorfosi! Infinita Onnipotenza! Quanto sono meravigliose le opere tue! Rosa sostenea Angelina nel guidarsi alla Rocca, e reduci, la figlia serve di appoggio alla madre sua! E mentre partivasi negletta in sul mattino, ora rede cinta di una turba che l’ammira e la festeggia! Sono alla Portella[72], e il paese biancheggiale innanzi, si alzano dal lato dell’erta discesa della via fabbriche di varie altezze, e diverse di forme. Una folla immensa meravigliata sopraggiunge Angelina; e già si addensano nella piazza del Carmelo[73] e riescono nella via Barresi[74], ove ai diversi capi della strada a tre, a sei, a dieci, a molti trovansi delle donne in gruppi e in cerchioloni uniti.

VIII

<< Qual grave cagione mette tanto popolo in piazza? … qual ripetono a gara discorso tutti? … a chi son diretti tanti sguardi? … che pretende quella moltitudine affoltata ai quattro cantoni? Tanto rumore! … veh? Un’onda di plebe sbucca dall’alto!>> Un curioso, che arrivava in quell’istante di tutto digiuno, tali interrogazioni or ad un adulto, or ad un fanciullino ed or ad una donna faceva; e non sapendo persuadersi delle risposte ottenute, la via Barresi percorrea spiando per tutti i lati; e finalmente quasi credendosi da tutti ingannato si confonde tramezzo alla folla per conoscere la vera origine di tanto chiasso. La novella del miracolo era pervenuta ad ogni orecchio; la cieca nata ad ognuno era nota: e tutti anelavano vederla per ratificare le dicerie. In un angolo della strada un vecchio la mira; egli increspa a riso la rugosa guancia, e coll’instabile suo indice segna al nipotello l’oggetto della comune ammirazione, mormorandogli all’orecchio <<vedi! …quella là, vicino la scalinata; … quella coi capelli neri, è dessa la cieca nata >>. Al limitare di un palaggio una fanciulla volta alla madre <<vedete l’orbicella com’è allegra; incamminiamoci a lei d’incontro >> e premendole la mano la prega a seguirla.
In un verone si sta seduto un uomo, che lascia cadere svogliato sguardo sulla ciurma; ne si da cura di spendere parola per saper conto del miracolo; costui è un misantropo! Non ode che con sdegno la voce dell’infelice; si pasce dell’altrui lacrime, e del bene altrui si duole; e mentre ogni lingua di lei favella, e i cuori nati sperimentano sommo piacimento, costui per togliersi allo strepito del clamoroso popolo, si va a racchiudere in una stanzaccia.


IX

La campana della Parrocchia coi suoi gravi suoni invita il cittadino alle salve[75]. Il corpo amministrativo radunato nel palaggio dell’Università, discutea le cose finanziarie del Comune, e il Capitano riferiva ai Giurati il miracolo della Rocca[76]. Le navate della chiesa di S. Maria del Pilerio (*) echeggiavano le basse note dei sacerdoti, che a coro recitavano il mattutino[77]. L’arciprete fermando con una mano l’officium sul desco, con l’altra facea segno al sagrista di accostarsi, e poggiandosi la testa sullo stallo a lui dirigeva l’orecchio, chiedendogli essere informato del bisbigliare della plebe vicino la Parrocchia; e il sagrestano in due parole disse quanto s’era vociferato.
Alle grida ed al confuso strepito il Segreto[78] si alza sbigottito dalla sedia a bracci, in atteggiamento severo si presenta ove bolle il tumulto e credendo una sommossa tanto affollamento, fiacca il folto della gente, e vi penetra nel mezzo, onde colla sua autorevole influenza sedarne lo scompiglio. La moltitudine fa calca alla maggior porta del tempio. Un ammasso di sentimenti procellosi si contendono la mente del Segreto; differenti partiti le offerivano, ed era la scelta impossibile; e sebbene gode di una illimitata confidenza nel popolo, pur tuttavia qualche timore lo visita: stav in forse del necessario operare in quel momento … nessuna idea promettea buon frutto!interminabili idee pullularono a quell’agitata mente. Internatosi tra i popolani, al fin conobbe l’obiettivo del bisbiglio, e fugando la tema concepita, si avvicina alla cieca e l’ammira. Accanto della madre, tutta giuliva s’avanzava Angelina con umile, ma maestoso portamento; sulla leggiadra fronte leggevasi nobil seggio di virtù: il candore delle sue braccia e del suo volto faceano trasparire un cor puro, e le vive e brillante pupille da contrastar l’azzurro dei cieli, lampeggiavano di amor divino; la guancia rugiadosa e vermiglia aspersa della primavera dell’età dava segno degli effetti casti, che moveano da quel casto seno. Divozione lumeggiava in ciascuno tratto del suo sembiante, negl’atti e nelle parole a segni certi travedeasi il sommo cangiamento operato in quella innocente creatura dal tocco divino di Maria. E qua! Donna più luminoso corredo di natura, onde mercè la grazia ingente, a questa si somiglia! Ho quanto diversa è Angiolina da quell’abominevole bellezza, che la perdita di Dio sgraziatamente accoppia! Tu la vedi scuotendosi il giogo dei genitori, invogliata nelle inezie mondane, tutta in balìa a lussureggianti smorfie, fascino dei cuori immersi nella sozzura. La vanità primamente l’avvinghia; nauseosa si rende dei buoni consigli; tutta intenta a pascersi di se, e dar risalto fastoso all’idolatra bellezza; passa dalla vanità al libertinaggio, ostenta vizi; attrattive studia per destare ammirazione; sguardi, sospiri per trascinare a se dietro, folla d’insensati; e data vela alla nave delle scelleraggini, si fa esca d’impure vampe, vortice dell’innocenza, e pascolo della sfrenatezza. Tutto a lei d’intorno e per entro a lei spira malvagità! Se taluno di modesto pensiero la scopre, si arretra e dirige altrove il volto! L’innocente nostra contadinella però, vaso di elezione, scintilla, pregevol decoro, candidezza del suo morale in mezzo a laceri vesti, cortesissima attenzione concilia la sua storia e commuove i petti sensibili e teneri, non che i più alieni dal giubilare nell’altrui bene. Erano specialmente i lumi che la facean sì bella. L’immagine di Maria sulla Rocca fassi ognora a lei d’innanzi; un nulla eran tutte le bellezze a petto di quegli occhi fulgidissimi! Il numero del popolo accrescesi in ogni momento. Angelina e Rosa circondate da gran folla esultante stampano le prime orme sul pavimento del tempio di Santa Maria del Pilerio. Il Parroco le prevenne alla soglia e con vera amorevolezza sollecitavale ad entrarvi per narrarle l’apparizione, il Miracolo, e il Patrocinio concesso agli Alessandrini. Angelina in mezzo al popolo di Alessandria giulivo, sembrava Giuditta che trionfante del duce Assirio veniva accolta al tempio di Betulia.


X

Il Parroco fece avvisare i Giurati per recarsi alla chiesa di Santa Maria del Pilerio onde in somma pompa si condussero sulla Rocca  a rimuoverne la statua della Vergine. Ecco sopraggiungere un uomo di alta statura con occhi infossati e truci e volto burbero, con neri baffi, col capo coperto di bianca parrucca che facea contrasto col colorito bruno-itterico della pelle; vestiva abito spagnolo, colla destra levava in alto lunga verga di ferro. Toccato il grosso della gente pria d’introdursi in chiesa, l’uomo del simbolo della giustizia apre le prominenti e fosche labbra, e dalla gola lascia scappare queste parole: <<fate piazza ai magnifici signori Giurati, al Magistrato e al signor Capitano della città>>. Chiudea appena la bocca il servente, e già si apre una larga ala nel mezzo. A passi misurati, in aria autorevole e diplomatica si avanzano accigliati, rilevando il petto e colla destra sullo spadino, i Giurati che seguivano il Capitano armato di lunga daga, e a fianco lor si stava il Magistrato. Un servente che avea assai delle apparenze dell’Orangutango vestito di rosso e giallo, imparruccato sostenea lor dietro un’argentea dorata mazza sulla sinistra spalla. Una dozzina di brutti visi montani alla foggia di Bravi con larghi coltellacci al fianco proteggano per ogni lato i Primati di Alessandria. Un sacerdote colmava di benedizioni all’ingresso del tempio, e procedea sin alla vellutata scranna ove sedettero, i Giurati e il Magistrato. Il zelante pastore compreso da sante meraviglie ripete al popolo le parole stesse intese da Angelina. La sua fisionomia si fa animata; ogni movimento annunzia entusiasmo; con i più espressivi colori descrive il portento, e chiude il discorso invitando la adunanza a seguirlo alla Rocca, e ad Angelina soggiunge: <<Tu a nostra guida ti presta>>. Sfilavano processioni e confraternita[79], ed il popolo con ordinata solennità, col clero secolare e regolare si porta alla collina.



XI

Giunti sulla vetta della Rocca, la figlia di Rosa divenne tutto fuoco <<fermatevi>> grida: <<eccovi il luogo ov’io sedea; qui orava e qui la Vergine apparve e mi confortò; guardate, qui la viddi! Oh come bella e pietosa! Questi sassi erano rischiarati dalla luce celeste; qui tutte vidi le delizie di paradiso; qui era cieca, e qui acquistai la virtù visiva! Su questo colle la Madre di Dio ordinò, che si edifichi un santuario, e nelle calamità si ori, e la Regina delle Misericordie promise tener fermo su noi il suo occhio, e attento l’orecchio alle nostre preci. Su quell’altura mi fe’ segno, e tra quegli enormi macigni, disse esistere un antro che serba il suo simulacro. Ivi dirigete le vostre ricerche>>. Su la maggiore altezza della collina tra erti macigni aprivasi una spelonca la cui bocca veniva occultata da un mucchio di bianchi sassi; ed era tanta angusta, che lasciava spazio appena a chi volesse entrar dentro carpone; un roveto misto a selvatici arboretti la rendea impraticabile, e per alcun tratto più stretta, e delitavasi poi, e metteva capo ad uno speco esteso, ove la luce del sole penetrava pallida e smorta.
Quattro gagliardi giovani superano le balze, si fan strada tra quelle rocce, rimuovono gli ostacoli che fu loro a caso, ed introducendosi nell’additata grotta, dentro alla quale in un incavo fatto ad arte trovano la statua della Madonna. Un mistico stupore invase l’animo di quei giovani, e quasi non osavano avvicinarsi; un devoto raccoglimento, una commozione generale li trattiene immobili, ma la meraviglia ormai cede al santo affetto; l’ammirano e si inteneriscono. La venerazione, il timore, un complesso di sentimenti di vario genere agitavano tutto il loro spirito, e fecero piegare a terra in quel punto le loro ginocchia; tra il piacere e la riverenza non sapeano a che pensare, e trepidanti non osavano sciogliere la lingua né in ringraziamento, né in preghiere. Poco dopo proruppero in liete grida così distinte: <<Abbiamo trovato la Madonna>>. Queste parole echeggiarono per l’antro e s’intesero pel monte. Tutti gli sguardi erano diretti alla spelonca ove si aveano addentrato i giovani; e questi dopo aver baciato il piedistallo dell’immagine di Maria e recitato un’Ave, la rimuovono dalla nicchia in cui trovasi, e al popolo la mostrano. Gli Alessandrini esultano e quelle lande risuonano di sacri canti attestando al cielo ed alla terra la più tenera divozione.
Alla vista del simulacro tutti piegano il ginocchio, ed era commovente vedere un assembramento di gente genuflessa per ogni sito del colle, tra la quale Angelina in atto di devoto omaggio prostrata su luogo preciso della visione. Lungo a narrarli sarìa quali affetti e quanti si mossero nel popolo! Affido alla tua immaginazione il rappresentarti la divozione e la festa degli Alessandrini, le acclamazioni, gli ossequi ed i sensi del pubblico giubilo nell’osservare il portentoso marmo.
La tua intelligenza porta a quell’età e sulla Rocca, e il tuo spirito saprà meditare quanto avvenne nella memoranda giornata; ti libra nell’estasi del pensiero e medita altamente poi la dilezione della divina Madre, che scorgerai sempre maggiore di quel che avrebbe saputo idearsi. In una indescrivibile confusione vedevi il popolo: chi boccone supplicava la Madre di Dio; altri si aggruppavano presso di Angelina; taluni pregavano di avere il passo per avvicinarsi a toccare la santa effigie; molti s’inchinano a baciare la statua, né sapeano distaccarsene; e i secondi rimandano i primi.
Le narrazioni esponevano i fatti, gli occhi rimiravano le prove. Sollevato sugli omeri il simulacro di Maria viene adattato su elegante barella ivi all’uopo portata. Un coro di verginelle e tra queste Angelina sta vicino al divo marmo, e si aggira per il men angusto viale, che corre intorno alla collina. Di recisi fiori è ornato il suolo; ad ogni passo trovi festoni, ghirlande e mazzolini, che un arificial tappeto lo diresti, steso dalla Rocca sin alla Parrocchia. Di voci di gioia, di canti pii rimbombano i monti e le mura di Alessandria; martellano a stormo i sacri bronzi, rumoreggiano i tamburi: tutto annunzia lieto strepito.
La strada Barresi è ornata di ricchi panni, sparsa di erbe odorifere e di rose, si che ben può dirsi con Ariosto:
Tutta parata è la strada maestra,
di panni di diversi color lieti,
e di odorifera erba e di silvestra
fronda la terra e tutte le pareti;
adorna era ogni porta, ogni finestra,
di finissimi drappi e di tappeti.
Il simulacro della Vergine al termine del sacro rito viene esposto sugli altari del tempio di S. Maria alla pubblica adorazione.


XII

La fragorosa moltitudine ritorna ai propri casolari. Poca gente è tutt’ora in quella chiesa.
Angelina e Rosa si restituiscono al povero abituro, desolato recinto dei propri affanni, ove or il sol di allegrezza penetra il suo chiarore. Più non vi trovano l’indivisibile lor malumore alimentato dalla sventura così fatale ed irreparabile, che rendeali nell’aspra necessità di languire per tutta la vita nell’oppressione e nel dolore; e sebbene una tal tempesta invece di abbatterle non fece che confermarle nella virtù conoscendo che nessuna speranza le rimaneva nei mezzi umani, e che tutta la confidenza dovea riporsi negli aiuti divini invocando soprattutto il patrocinio di Maria Vergine, tuttavia la gioia era sbandita da quelle mura, ed altro non scorgevasi che una paziente rassegnazione allo stato in cui Dio l’avea poste e nel quale già la Madre del Verbo Umanato le sovvenne colla sua misericordia, <<bella come una nube piovosa in tempo di siccità>>[80].
Le strade di Alessandria sono ingombre di persone di tutte le età e di ogni sesso. Del miracolo si parla; la visione e la statua sono il testo d’infiniti discorsi. Angelina era divenuta materia di parlari lunghi ed interminabili. Le femminucce vi tenean gli occhi di sopra con una venerazione che non si saprebbe narrare. Questo è un miracolo dei più sorprendenti! Erano tali gli accenti, che ogni dir chiudeano. Si spargono variate notizie. Un vecchio racconta che nei giorni di sabato appo Rocca incavalcata udì coi propri orecchi angelici concenti. Una giovane donna assicurava aver visti in tempo di notte una fiamma al chiaror della luna che ardea sulla Rocca. Un legnajolo manifestava che una volta avvicinandosi alla grotta ove trovarono la statua, per tagliare il roveto e gli arboscelli che ingombravano l’adito, provò una forza interna che l’obbligava a retrocedere, alfin dovette abbandonar l’impresa per un inconcepibile terrore che lo invase; e ognuno resta a sì portentose meraviglie; e ciascuno rapporta novelli fatti e occorsi, e il volgo molto avido del sorprendente, or da questi, or da quel labbro pende[81]
PARTE SECONDA

La Statua, il Tempio, il Culto

…… dei mesti e oppressi
Era la sua maggior rifugio e porto.
Ossian T. II Poesie


INNO

1
Su per l’etra, Alessandrini
suoni laude, esulti il cor;
come gli esseri divini
fate plauso al Creator;
Su la Patria esultanza
rimembrate la speranza,
d’una vita che avverrà.

2
Non è ver che costaggiuso
non v’ha legge e non virt!
Non è ver, non ci è precluso,
di rivolgerci lassù;
oh! La fè, la prece umile,
ci rimette nell’ovile
ci ridona a sanità.
3
Nata cieca e nulla avente
crebbe in stenti e nel dolor;
ma la Vergine credente,
oh! Gli aiuti del Signor;
ha felice chi ci crede,
e santissima la fede;
anco i monti fa arretrar.

4
Per la landa, e la collina
d’erbe in traccia a disfamar,
con la mamma, la meschina;
stava l’ore a consumar;
e non lungi di quel masso
riponeva il fianco lasso
chino il capo, incerto il piè.

5
Nulla sa di sole e luna;
de’ colori, d’ogni fior;
la beltà che il mondo aduna,
la possanza del Signor;
e tra i duoli il triste, il rio.
È  l’immagine di Dio
non vedere almeno un dì.

6
Ma dipingere l’istante
che la Madonna l’apparì!
Ma vederla tutta ansante
Nella notte che finì!
Non v’ha lingua o mente, o core,
che tai doni del Signore
spiega o cape almeno in se.

7
Era sola e la fervente
prece innalza al Creator;
era sola, e di repente
l’alma Madre del Signor
le presenta in se congiunti e de’ cieli.
E prati, e monti
gli altri pregi e le beltà.

8 
Non è raggio che balena
e fra un attimo sparì!
Ma fu l’iride che mena
il più caro, il primo dì;
e la nube negra e truce
fu scambiata nella luce,
l’altra notte disparì.

9
Una Diva cui la terra,
mai la simile vedrà;
che Sionne pose in guerra
per la santa umanità;
scovre all’alma verginella
quell’immagine sì bella,
che chiudevasi laggiù.

10
Su correte o sacerdoti
venerandi per virtù;
su correte o voi devoti
della Madre di Gesù;
e con noi Maria, gioite
ogni ambascia, o cruda lite
dalla patria sen fuggì.

11
L’alma santa d’Israele
de’ nemici il gran terror;
la Giuditta, la Rachele,
l’alma Madre del Signor;
ecco, eccola … oh amore!
Luce all’alma e pace al core
Sol mirandola ci dà.
















LA STATUA
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All’effigie dinanzi un sacro fremito
tutto mi scosse; impallidii, gettai
sulle mie colpe un desolato gemito;
il core mi tremò, piansi e pregai,
volesse la gran Madre al divin trono,
impetrarmi pietosa ampio perdono.
Rudoni[82]

Elegit nobis haereditatem suam.
Sal. CXLVI, 4.


I

Alessandria numerava quasi il primo secolo di esistenza[83], quando la Nostra Donna si piacque mostrarsi sulla Rocca.
Le condizioni sociali che portano l’impronta dei tempi diedero origine alla patria mia[84]. I miseri fratelli nostri viveano altrove amari giorni, mentre gli alessandrini fruivano della tranquillità la più perfetta. Era proprio negli anni di schiavitù durissima pella Sicilia nostra, allorché sulle merlate torri sventolava lo stendardo dei baroni[85]. L’uomo orbato dai suoi naturali diritti gemeva in silenzio, levava le braccia al cielo implorando fine a tante torture. Inorridito dalla terribile carneficina gli occhi lacrimosi volgea verso colui che tutto puote. Il feudalismo signoreggiando per tutte le contrade della silenziosa Trinacria[86] il popolo prostra vasi innanzi al fasto dei suoi oppressori e vi portava lo scarso  frutto procacciato a forza di sudori, e mordeasi con interno fremito tra gli affanni dello spirito, e l’insopportabile peso dei ceppi; se un motto, un lagno dal labbro sfuggìa! … pronto un trabocchetto o la carabina del bargello. Era d’uopo seppellire i sospiri nel profondo dei cuori! Dava un doloroso addio al patrio tetto numerosissima gente, lasciando tra i singulti i suoi più cari per furarsi al servaggio di sì crudi Signori, alimentandosi della lusinga di rinvenire conforto in terra che sua non era; e nell’atto che tentava asciugare l’inumidita palpebra, un sicario forzavala a cedere i polsi ad altre catene. In tale brulichio di espatri azione e di sommo avvilimento della povera umanità nella felice terra di Sicilia, i primi rai spuntarono di Alessandria[87]. Ai pochi tuguri dei bifolchi e pastori convenuti nel feudo Prato[88] per il pascolo delle greggi e la coltivazione dei campi, sostituironsi edifici, e tra questi un tempietto al Santo Arcivescovo di Mira[89] dedicato, adunava alle preci i primi abitatori.[90] I nuovi arrivati moltiplicaronsi e Alessandria in pochi anni si rende popolosa[91].


II

Guadagnò tutti i cuori, chi si trasse a Signore[92], possentemente sorreggendoli nei mali presenti, e schiudendo vastissimo campo alle speranze in lieto avvenire. Il barone della Pietra[93] idolatrava la felicità dei suoi vassalli; molto a sangue teneva l’Alessandrino; favori, quattrini, magnificenze profuse in larga copia; e templi, e altari eresse e opuletolli di rendite[94]. Il Principe era forte nella difesa dei suoi sudditi; mostra vasi generoso a loro prò! Lo stemma dei Gigli e del Leone formava l’egida dello Alessandrino. Licenziate le idee di terrore appo un governo sì dolce, la novella popolazione occupa vasi con trasporto agli agresti lavori.
All’ombra della Cattolica fede fruiva della bella quiete, e assaporava di felicità la dolce tazza; e mentre altrove passeggiava la diffidenza e lo spavento, serenità albergava tra queste mura. In sì alta pace quel popolo rimirava l’immagine di se nelle tempeste dei dolori, e invocava centinai di benedizioni sopra colui che paternamente lo reggeva[95]. Devota ed umile vita menava nella calma dei suoi dì, piovendogli in core soave rugiada di riconoscenza. Spesso riunito a coro in sulle pianure, o tra i burroni e tra le balze soleva sciogliere la lingua a questo canto:


INNO DEL POPOLO

Coro                           Dall’orgoglio de’ tiranni
Fugge ormai la dolce età
Or qui ride e batte i vanni
La più cara libertà.

Popolo                                   Pel signore della Pietra
                                   Che or con noi libero è fatto,
                                   innalziamo un canto all’etra,
                                   e sia canto del riscatto.
                                   E sia il canto de’ vassalli,
                                   che ormai tolti a servitù
correr posso i bei calli,
di scienza e di virtù.

Coro                           Lode a Dio che da’ tiranni
                                   Tolse il sir che amor ne dà,
                                   or che ride e batte i vanni
                                   la più cara libertà.
                                  
Popolo                                   Le mannaie, i tra bocchelli,
                                   gli archibugi, le ritorte,
                                   gli spioni, i barigelli,
                                   Rei ministri di empia morte,
                                   di incertezza e di paura
                                   più non fan tremar il cor
                                   Alessandria or gode pura
                                   Aura libera di amor.

Coro                           Lode a Dio che dai tiranni
                                   Tolse il sir che amor ne dà,
                                   or che ride e batte i vanni
                                   la più dolce libertà.

Popolo                                   Or la sposa è del consorte,
                                   or col padre il figlio esulta,
                                   sono infrante le ritorte,
                                   la nostra onda non è inulta.
                                   Ci protegge, ci difende,
                                   della Pietra il buon signor,
                                   che anco libero si rende
                                   dell’antico e reo vigor.

Coro                           Lode a Dio che da’ tiranni
                                   Tolse il sir che amor ne dà
                                   Or che ride e batte i vanni
                                   La più cara libertà.

Gli occhi degli agricoltori divenivano di fuoco spruzzando faville d’indomita rabbia nel memorarsi dei sofferti guai, e d’ira scintillavano e di raccapriccio; e mentre i tratti dei loro volti manifestavano l’intero rancore, un minuto dopo accompagnando i versi che amor e gratitudine esprimevano, le loro fisionomie divenivano ilari, e sulla gota cadea la lacrima di riconoscenza.
Lumeggiati dallo splendore cristiano, religioso sentimento cercava loro il petto accendendo fiamma di amor verso l’Eterno, e la Suprema Regina dei Cieli, e con amor eccelso la Madre di Dio li amò, e a segno, che si piacque Ella medesima annunziarle il patrocinio, aprendo gli occhi della cieca alla luce, un avvenire di grazie segna per l’Alessandrino.


III

Ogni strada echeggia del Nome e degli elogi di Maria. La naturale soavità dell’animo dei comunali gareggiava con la vivacità della fede. La fama celebrava il prodigio, e della Sicilia ogni piaggia l’intese, e stupì a tanto portento.
L’avvenimento pur seppe il Signore di Alessandria che sedea propinquo all’Oreto, e uscì in allegria; consultò se stesso s’era da adottarsi il partito di traslarsi il santo simulacro alla Parrocchia dei Colli o donarlo a color che lo teneano. Piacque la prima idea e si elettrizza, e in quel pensier si stalla; vagheggiava, solo, pii e devoti sentimenti; furato alle vanità delle grandezze, alle lusinghe della volontà, riscalda vasi specialmente delle lacrime di carità e degli affetti di religione. Considerava ogni uomo perfino il più povero, il più abbietto e di spregevole, come suo prossimo; la legge del cristianesimo con amoroso accento tuonò al suo orecchio questo solenne precetto, e il cuor l’udì: <<amerai il tuo prossimo come te stesso>>. L’amore del prossimo, puro nella sua origine, stabile nella sua durata, lo rendea l’uomo attaccato con trasporto alla filantropia universale; ben s’avvisava, che per essa la società si perfeziona togliendoci alla collera ed all’ira; l’orgoglio è soffocato, e l’ambizione che calpesta l’inferiore, che si nutre di pianti e della sola sua altezza si pasce, resta estinta. Gli uomini le rendean somiglianza di fratelli e protendea loro le braccia con amore immenso.
L’Alessandrino è consolato negli affanni, sollevato nelle miserie, soccorso nei mali; non havvi dolor, che nella carità del Principe non trovasse un asilo, un conforto; non sciagura che lui non abbia preparato alcun rimedio: l’orfanella raminga senza beni, senza un tetto che la ricoveri, trova chi la nutre e cura ne assume. La sua voce si ascoltava obbediente e senza terrore. Uomo di tal tempra felicitava coloro che per Signore lo salutavano.
Contando sulla benevolenza degli Alessandrini diede ordine il barone al suo rappresentante di far traslare alla Parrocchia dei Colli la statua della Madre di Dio trovata sulla Rocca. In aspettativa ed impaziente ardea di brama per ottenerla e presto. Svelato in Alessandria il mandato del Principe, gli ecclesiastici in mestizia, i capi del comune non l’eran meno; la plebe assai attristata. Il Segreto[96] piegando al disposto del comandante sollecitava l’adempimento degli ordini del barone. Una cupa tristizia toccava tutti i cuori. Non mancavano sussurri e rimbrotti.
<<Il Principe ci ama e ci toglie la Madonna! Essa è nostra …non può per modo alcuno strapparcela! Questi ed altri simili discorsi furon tenuti per ogni classe degli abitanti, e in mezzo al trambusto del rumoroso concorso in tutte le piazze, taluno di spirito ardente, deplorava pubblicamente la propria sventura per essere già privi di quell’immagine, che molte grazie e prodigi meravigliosi avea largito. Ogni ragione suonava male! Tale era la situazione di Alessandria! L’uomo che al comune utile zelava con buoni accenti volea mitigare le mormorazioni, e il mal animo. Ma rispondeano a questi <<è la legge del più forte>> … <<siamo reduci ai tempi di primiera servitù>> questo veramente è troppo! <<siamo in felicissima condizione>>. Angelina si era resa inconsolabile; Rosa non ha più lacrime! <<Le cose sembrano assai mal disposte>>. Il popolo così ripetea or in un canto or in un altro di Alessandria[97].


IV

Le virtù del Parroco erano tali che gli aveano dato l’ascendente su tutti gli abitanti. Quell’uomo sommo, osservando che la plebe sussurrava, appellò tutti i suoi parrocchiani, e sebbene poco proclivi ad accettare buone ragioni, che al loro pensiero urtassero di fronte, pur abbozzando il quadro delle cose, deponea nelle sue mani l’affare. Portavali a riflettere, che il barone non ordinava di togliere la statua agli Alessandrini colla violenza, ma se loro tornava a grado desiderava averla ai Colli, per così diariamente supplicarla in suo pro, e dei suoi cari vassalli. Promettea poi, che un altro marmo in simil modo scolpito e benedetto, era identico a quello che il barone chiedea. Le buone parole del Pastore aggradirono ai più barbari ed insubordinati. La dolcezza del governo, la volontaria promessa del Principe di regalarle un esemplare della originale immagine, l’addotte verità dell’Arciprete, furono gli argomenti valevoli a tranquillizzare la ciurma in scompiglio, e promettere la traslazione della sacra immagine.
Il mattino che il simulacro veniva allontanato da Alessandria, il fervor popolare nel fatto mal soffrì, quanto era annuito coi detti. La traslazione di quel santo pegno, che la Madre di Dio in testimonianza di amore e particolare protezione avea fatto scoprire agli Alessandrini, crucciava sommamente tutti gli abitanti, e nel mentre rimoveasi l’immagine dalla chiesa S. Maria del Pilerio, si versò gran pianto, e con sommo dolore accompagnavala la popolazione intera in mille guise esprimente il suo cordoglio, sin fuori le mura. Un tumulto era per suscitarsi, se il Parroco non interponea la sua valevole voce in quel bisbigliare continuo e terribile.


V

Si sparse notizia che il barone brillò di gioia allo arrivo del simulacro ai colli. Ammirava quella statua di bianco marmo Pario che in regolar forma presenta la Nostra Donna della Rocca avvolta in un ben fregiato manto, tenente poggiato al petto colla sinistra mano il divino pargoletto, il quale colla mancina le stringe la dritta, e la destra appoggia al collo della madre ornato di aureo monile su cui stringe il manto. La mossa è espressiva e maestosa; il volto bello e verginale, l’intaglio distinto e preciso, talchè in essa riconoscer devesi l’opera ben condotta dallo scalpello di un ottimo artista di quei tempi. Il bambino ti esprime un vezzo di amor filiale; ha gli occhi elevati con soavità alla Madre, ed essa li piega amorosamente sugli altri del figlio; è tanta la grazia del volto, che mirandola si sentì arrestato a contemplarla profondamente, e salutarla con un devoto Ave. La corona è pur di marmo, e dorata di purissimo oro, che ha resistito all’adamantino dente distruggitore dei tempi; il manto pur di oro è fregiato; e mentre l’esterna superficie è bianchissima, le plighe sono tinte di un blu chiaro, e l’interno del manto che dalle spalle del bambino su i fianchi è caduto, mostra un bel rosso coccineo. Il piedistallo è ben lavorato e presenta la finitezza che potrebbe desiderarsi, nel cui mezzo esiste uno scudo simbolico.
Il barone dopo aver piegato e il capo e il ginocchio alla venerazione di Maria si sentì inspirato dall’alito potente della divinità, atto a forti ed elevati concepimenti; sollevò la sua mente a celestiali concetti; infiammato dallo spirito ad un fuoco di vero entusiasmo, spiccò volo sui vanni della più fervida fantasia per le vie interminate dell’infinito e sentissi maggior di se stesso. Dimenticando le terrene bassezze, è tutta irradiata l’anima sua di luce superna indefinibile; aggiravasi in un mondo tutto morale d’idee, di sentimenti soavi, ineffabili, di fantasie vaghe e gioconde. Il miracolo occupava la sua mente e il suo cuore; e questo attributo possente della divinità contemplando, lo trasporta alle meditazioni estetiche delle pouperne.  Trascorsi alcuni giorni il Principe troppo fedele alle sue promesse, su quel modello stesso faceva scolpire simile immagine e mandavala in Alessandria.













IL TEMPIO
                       
                        Concorre ognuno con sincera fede,
                        e qui risolti da ogni sua sciagura,
                        riportan tutto quel che il giusto chiede.

                                   Un anonimo poeta divoto di Maria nel 
                                   1515 dettava questi versi.

                                   Haec est Domus Dei
1.      Parlap. XXII. 1. V.

L’esortazioni del Parroco aveano tanta possa quanto che in quei tempi di malumore d’indifferenza, e di poco brio nei popolani, indussero gli Alessandrini alla fabbricazione del santuario sulla vetta ove Maria avea ingiunto. Si scavano i fossati, si benedicono le fondamenta e si posa la prima pietra dell’edificio. La collina brulicava di una turma di uomini, donne, vecchi adulti e fanciulli. Chi intendo a preparare i materiali, altri a trasportarli si accingono. Uno ne dirige i lavori – vedi che molteplicità di faccende imprese – . Ciascuno in diverso modo si adopera; tutti cospirano ad un unico obiettivo. Una brigatella di vecchie donne ascendono sul monte cariche di vasi pieni d’acqua. Più dozzine di robusti giovanotti si gravan gli omeri di pesanti sassi. Ecco un Prete che li spinge alla fatica, e quella buona gente fa presto e si dispone al ritorno. Arriva altro stuolo recando del gesso e della calcina. Il Parroco con graziosi accenti anima i lavoratori a continuare l’opera incominciata, e si trattiene or con questa or con quella brigata presentandoli esempi dell’Antico e Nuovo Testamento per confortarle a sostenere volenterosi il lavoro. Tra i molti viali, un padre si avanza a condottier dei suoi figliuoli, i quali di pietre gran numero trasportano. I Sacerdoti ed i Primati del Comune confusi alla plebe mettono mano pur alla pia impresa. Sorprendente e meraviglioso però era un drappello di giovinette guidate da Angelina, la quale alla testa delle sue compagne era l’idolo di quelle, e con una rapidità indicibile, da Rocca Incavalcata rocce ammassavano sulla collina del tempio. Rosa dal fianco della figlia non dipartiasi, glorificando sempre la Gran Vergine dell’eccelso portento.


IL CULTO

...Cetere, arpe e lire
e diversi altri piacevoli suoni
facean intorno l’aria tintinnire
d’armonia dolce e di concenti buoni.
Ariosto

Aedificavit autem … altare
… et ….., obtulit holocausta super altare.
Genes VIII, 20.


VI

Appesa avea la falce alle pareti della sua rustica capanna lo stanco mietitore; le bionde spighe a manipoli e covoni ingombravano quel suolo su cui le speranze dell’industre colono erano state depositate nei solchi sotto il rigore della stagione delle nevi.
La trebiazione si avanzava e del mese di agosto scorreano i primi giorni, e quantunque tutta intenta era la plebaglia alle campestri incombenze, pur gran parte si addicea alla edificazione del Santuario. Si vociferò l’annunzio del Barone, che la statua esemplare alla originale immagine si era dallo scultore allestita e pronta a spedirsi in Alessandria. L’entusiasmo popolare riprende nuove forze; le fabbriche si alzano con attività sempre crescente. L’imminente arrivo della statua della Madonna fa giubilare tutti i cittadini. Preparansi gli altari. Di ricchi e splendenti velluti ricamati in oro si ornano le volte della chiesa di S. Maria del Pilerio; copiosi ceri in vario ordine disposti si collocano per tutta la Parrocchia.
Il Cielo era ridente, e il sole dell’ultima domenica di agosto già salutava de’ primi raggi gli eccelsi colli. Alessandria esulta, festeggia; tutto spira lieta mostra! Immensa e brillante popolazione ondeggia per ogni via ornata di vaghi fregi. L’aria ripete fervorosi plausi; grandissimi suoni rapiscono l’orecchio, ovunque è giubilo ed allegria.
            Una musica in cielo armonizzata
            piove in larghe d’amor dolcissime onde,
            e va diffuso alla pianura e al Colle
            un nuovo incanto inusinato e molle.[98]
La strada Barresi chiama numeroso concorso di gente; evvi grande movimento. S’ode un sordo ronzio di grida che si accrescono. L’insegne della franchigia sventolano sul campanile del Carmelo[99]. È il dì della inaugurazione della statua della Vergine della Rocca sugli altari della Parrocchia. Il barone della Pietra l’avea spedita in quei giorni.
Solenne messa vien celebrata innanzi l’effigie di Maria, e con gran pompa terminavano le mattutine cerimonie ecclesiastiche.
Compiute le liturgie, era uno spettacolo il più tenero il vedere la santa smania con cui le devote genti gareggiano fra loro per offrire ricchi donativi alla sacra immagine. Ferve la giornata in manifestazioni di giubilo, e al suo declinare, comparisce in leggiadra ordinanza una processione dal maggior tempio di S. Maria. S’avanza a misurati passi lunga legione di uomini avvolti in mantelli rossi, blù, o in nero tinti, vestiti di bianco sacco, che degli omeri ai piedi gli scende, e bianca visiera di delicati lini occulta i volti, e sol traspare dagli occhi il luminoso sguardo, che per due rotondi fori vi si fa strada[100].
Un coro di sacerdoti e religiosi precede il simulacro intonando l’inno di gloria. Il popolo affoltosi presso la sacra immagine. La letizia dipingesi in ogni volto; soavissimi sentimenti brillano nelle anime; religiosi sensi destano il cuore a santi palpiti; si ode dalla moltitudine levarsi la voce a divoto canto distinto, in queste note:

Maria della Rocca,
fortezza divina,
del mondo Regina
Regina del Ciel;
Difendici ognora
Dal mostro infernale,
che spesso ci assale
rapace e crudel. [101]

Maria della Rocca
nei mali del mondo
col viso giocondo
tu fuga il dolor.
E ognor ne difendi,
nei crudi perigli
noi siamo tuoi figli
o Madre d’amor.

Maria della Rocca
col braccio celeste
le orrende tempeste
tu fuga dal Ciel;
e manda le biade
la pioggia bramata,
possente avvocata
di un popol fedel.

Maria della Rocca
se trema la terra,
tu accheta la guerra
dal mobile suol.
Se toglieci il pane,
crudel carestia,
pietosa Maria
tu fugala a vol.

Maria della Rocca
per te abbiam fidanza,
e viva speranza,
e fervido amor.
Tu accogli le preci
di un popolo pio,
e al trono di Dio
conducilo ognor.

Maria della Rocca
da su da le stelle,
le grazie più belle
ci piovan per te.
La pace il contento,
la dolce abbondanza,
la ferma speranza,
 l’amore e la fe’.

Il santo corteo percorrendo le più spaziose vie del comune viene spesso fermato; di ricchi doni si fa presente, grazie s’invocano, e il languente sollevato dal suo infortunio non è mai pago di tributarle di riconoscenza le più vive espressioni.


VII

Il sole al suo tramonto abbelliva le nubi dell’occidente tempestandole di tinte dorate. La natura accoglieva l’ultimo sorriso della giornata; le sue bellezze brillavano ancora di alcuni raggi argentei, che s’involavano. L’ultimo chiarore getta un lume decrescente sulla sommità delle montagne e si spegne. Bellissimo era l’aspetto di quegli accidenti della luce! La notte tranquilla si preparava a camminare il suo corso. Parea che le trasparenti ombre temeano nascondere il bel cielo di Sicilia: no, dir tenebre non si poteano, ma sol mancanza di luce. Gli edifici della strada maestra s’illuminavano. La processione restituivasi alla Parrocchia, le cui navate, di lucidi ornamenti fregiate, rifletteano il vivissimo bagliore degli accesi ceri. Il grosso del popolo fa calca vicino al tempio del Carmelo. Ardono i fuochi di artifizio: il cielo lucidissimo cooperava a rendere più rapido questo spettacolo, e sebbene l’arte dei fuochi d’artifizio non era allor che fanciulla, pur elegante n’era la prospettiva, che figurava il teatro dei fuochi rappresentando un insieme architettonico, con archi, colonne, fregi ed altri ornamenti, che la macchina ammetteva. Gli ultimi trasporti di gaudio annunziavano il termine della festa. La folla al fin si divise, e sgorgando l’onda popolare, il silenzio succede al frastuono.
L’Innominata madre e figlia, che aveano assistito per tutto quel giorno alle sacre cerimonie, presero sentiero per la loro dimora, e favellando di tal augusta solennità a vicenda descriveano quali dolcezze le avea fornito quella sera sentimentale.


VIII

Schiuse avea le porte al prodigo autunno, la calda stagione, dopodiché terminava la sua parabola. Autunno in mille guise alletta l’occhio! Il suo vago e vario abbigliamento incanta; i raggi solari fulgendo tra i pampani rendono gaie le spoglie della stagion dei frutti, che il verde hanno misto al porporino, e misto al giallo e incantevol rendono il suo bel manto. La vendemmia tripudia, tra le ricche di uva rigogliose viti. I salici e la canna orlano di giallo lo stagnante umore, e da ricca spalliera mostrano il colore della frutta matura.
Il colchico comincia a rosseggiare[102]. Le ultime ricchezze autunnali, l’alma natura sparge a man piene, e di puro lume di sua languente vaghezza si adorna. La collina della Rocca ripete gli evviva e gli applausi di un popolo giulivo; le fabbriche del Santuario sono portate quasi a termine; e priachè gli alberi che fan corona ai monti, gli abeti e pini, brune vesti framezzassero al verde delle loro foglie, e di rossiccio il dorso dei monti si tingesse, il tempio era già eretto; le celle degli eremiti son complete; i sacri arredi in splendida guisa pronti alle chiesastiche cerimonie. Concorrono i padri del convento[103], i Carmelitani,[104] i sacerdoti secolari, gli anziani del paese, e tutta quanta la moltitudine dei devoti che conducendosi al luogo dell’apparizione benedicono il Santuario[105] e sugli altari vi collocano il simulacro di Maria, che il Barone avea mandato. La pia cerimonia riuscì in tutto il suo contegno di magnificenza.


IX

Il sedici dicembre dell’anno medesimo nella Parrocchia un novenario istituivasi alla Vergine della Rocca, che con somma pompa ebbe termine il 24 dello stesso mese. L’inverno arrivava; le somme alture rivestite sono di neve, e velati di nebbia. Le grigie capanne in cima biancheggiano. La campagna è deserta. Le nude siepi si levan sopra alla neve stesa in gran copia sul terreno. I neri sterpi e i calvi tortuosi rami di boscaglie ed arboscelli sono sgraziate di gelo, e sui delicati rami la rugiada pende in guisa di cristalli; le punte dell biade si mostrano appena sul bianco tappeto. I poveri agricoltori sperimentano gli effetti, che costantemente suole addurgli l’inverno rigido. Angelina, però, e la madre sua per pubblica beneficienza  viveano in buone condizioni, giacché su loro ogni sguardo si è volto dal dì avventuroso; di cibi non aveano più difetto, ne di vestimenta; ogni loro bisogno era supplito: le loro circostanze mutaron sembiante, cosicché ravvisare in loro non potresti quelle donne che scure e neglette traevano i suoi dì in seno alla miseria la più affliggente.
Giungea la quaresima, e l’orator sacro destinato al sublime incarico di annunziare le verità Vangeliche, tuonava dalla sua cattedra la parola di Dio[106]. Il sabato della quarta settimana di quegli agusti giorni, si festeggiava in onor di Maria[107]; e il predicatore memorava agli Alessandrini il miracolo e la prodigiosa effige della Vergine rinvenuta sulla Rocca: egli dal sublime argomento trasportato con indicibile calore favellava di Maria, della sua apparizione, del Patrocinio; e infine ogni pagina del sacro libro, meditando lo augusto titolo per tutti i versi quasi trovava figurato, e nei più luminosi simboli adombrato nell’Antico e Nuovo Testamento; e dopo aver campeggiato di sacra eloquenza nella sua panegirica orazione, pria di lasciare il pulpito con i più teneri detti si dirige al popolo infervorandolo della divozione della Madre di Dio, e ricordandole i suoi veri doveri verso la Gran Protettrice, la quale tanta dilezione avea dimostrato per gli Alessandrini.


X

Si era disputato e per buon’ora, se celebrar doveasi una seconda festa in primavera per commemorare il fausto giorno dell’Apparizione della Madre di Dio, e dell’invenzione della statua. I sacerdoti faceano grande istanza che si solennizzasse quel dì in cui avvenne il grande portento; un tale parere piacque e si adottò con qualche modificazione: si disse che l’ultima domenica di agosto, sacra all’inaugurazione del simulacro della Santissima Patrona, in ciascun anno sarà distinta come nel primo, e nei giorni di sabato dopo Pasqua di Risurrezione si festeggerà sulla Rocca il memorando avvenimento; infatti un arco trionfale pieno di varie pitture dimostranti l’apparizione alla cieca, e la statua di Maria, venne eretto innanzi il Santuario e la seguente iscrizione si leggeva in una piramide:

IL POPOLO ALESSANDRINO
DA MARIA
PRESCELTO, FAVORITO, DISTINTO
DEVOTO RICORDA
E
GRATO AGLI BENIFIZI PERENNI
L’ANNO PRIMO
DEL DI LEI APPARIRE
SOLENNEMENTE FESTEGGIA

Numerosi strumenti suonavano distesamente a gloria. I ministri dell’altare solennizzavano le chiesastiche funzioni; all’istante poi vedi splender mille lumi; escono gli alessandrini a truppa dal Santuario, e in un momento a quella confusione succede l’ordine più bello, e tutti in se raccolti danno principio ad ammirevole processione. In quei giorni disegnati al culto della Santa Vergine, quasi tutta la gente del paese mirasi accorrere all’eremo, e con voto concorde presentare alla Regina degli Angeli grossi ceri, oltre a cento altri doni votivi, che ognuno a piè dell’ara depone. Adempite le solite preci, la plebe si raduna a sedersi al rezzo di freschezza foglia sull’erboso smalto. A trastullar comincia la villica brigata. Piacevole è il conversare e pieno di cordialità: ivi fra semplici parlari si rinnovellano le memorie le più care; amichevole ragionamento serpeggia in quel cospicuo numero di popolani. Poche ore appresso tutte le vie che al Santuario metton capo, vedi affollate di cittadini intenti alle corse dei focosi destrieri nell’ampio viale, che da Alessandria ivi conduce, e poi dilettansi con altri ingenui    ricreamenti. Così passa la metà del giorno, e quindi ciascuno ritorna alle sue domestiche cure.
Angelina e Rosa più che mai giulive, giacché quel dì era l’anniversario della grande e dolce memoria dell’apparizione della Regina dei Cieli, animavano tutti col loro esempio, e colle parole al nuovo culto, sembravano capitanare le muliebri coppie in tal solenne rito. Le compagne di Angelina procurano di starsene da vicino al suo fianco, e questa con pura letizia apprezza gli effetti della Provvidenza Increata. La trilustre villanella(Angelina) muove gli animi a volontà: il suo roseo viso, l’incantevole verecondia la rendono l’eletta donzella di tutti i pensieri; gradita era per ogni discorso la sua felicità, mentre di tal bene godeva, or che certa si reputa del divino Patrocinio. Illuminata nell’anima dalla grazia celeste vivissima memoria e devozione conservava pel luogo della prodigiosa apparizione, ove spesso tornava per sfogare la sua tenerezza in quel punto in cui le era toccata la bella sorte di mirare la Madre del Signore; e la Regina dei Patriarchi ivi vide la candidezza di sua religiosa fiducia, ed ivi pari al giorno primiero sempre la scorge[108].


XI

Ammirevolissimo è il concorso e la fede con cui si conducono gli Alessandrini al Santuario per invocare la Madre di ogni consolazione, e portano alle proprie case quali conforti e medicine di tutti i mali la sacra Immagine, e la Pietra di Grazia.
Tutto dì traggonvi visitatori di varie età e di ambi i sessi, di altri comuni propinqui e lontani, i quali le meraviglie intesero della Vergine della Rocca.
Nel mese di agosto di ciascun anno le donne del paese specialmente, sull’alba di tutti i giorni costumano procedendo a coro recitare dive orazioni, e da Rocca Incavalcata più fiate avviarsi all’eremo[109].


XII

Ecco tutto quello che mi è stato concesso di poter raccogliere intorno a si interessantissimo argomento. Io non ho risparmiato cure e sollecitudini onde avere delle precise notizie e dati positivi sull’epoca del memorando avvenimento, e sui particolari che l’accompagnarono[110]. Or Tu, o Santissima Vergine, che tutto puoi; Tu che divozione radicasti in Alessandria sotto l’augusto titolo della Rocca con un luminoso prodigio, fa che altri di me in più splendida guisa si accinga a scrivere i tuoi portenti, onde glorifichi il Nome Tuo, mentre io ardisco offrirti in omaggio le mie fatiche non degne per la mia opera, ma più che mai degne di un tuo sguardo benigno per l’argomento al quale le ho durate.


APPENDICE

La Tempesta, la Siccità, la Gragnuola

Le dolorose pagine qui ti scrivo! Scene di sventure! Tuoni, saette, impetuosi turbini, eccessive piogge, siccità la più terribile, gragnuola smisurata, e infine da male contagioso l’uomo moribondo sul punto di darti l’eterno addio.
Io ti opprimerò involontariamente l’animo, proverai un senso di orrore, fremerai a tante sventure, ma dal dolore ti condurrò tosto al gaudio, e tu potrai far di meno a rallegrarti meco, e prorompere in accenti di riconoscenza, e ammirare gli alti potenti della Madre di Dio sotto l’augusto titolo della Rocca.

I

Rugge il nembo e la tempesta
Noi preghiamo e Tu l’accheti.
V. Navarro: Poesie popolari di sacro tema. Pag. 158.

Clamor ergo filiorum Israel
Venit ad me; viditque afflictionem eorum.
                                   Esodo III. 9
Nec ultra stillavit pluvia super terram.
Esodo cap. IX. 33.

Dopo alcuni lustri dell’apparizione della Vergine alla cieca, gli Alessandrini sperimentarono gli effetti sorprendenti del Patrocinio di Maria. Avviluppa vasi di negra tela oltre l’usato il cielo; il nembo comincia a scrosciare a dirotto, rumoreggia il tuono, l’orizzonte è solcato da continui lampi: rompe densa pioggia; l’acqua mette un fragore pieno di spavento; l’impetuoso turbine le piante travolge, guasta i campi, crollano le case, si disperdono gli armenti; la bufera è orrenda: tutto minaccia rovina. Il tuono delle divine vendette rumoreggia sull’infelice nostra contrada. I sacri bronzi mandano agonici suoni.
I cittadini corrono al tempio; angoscioso murmure di lunghi gemiti, e dirotti pianti s’aggira per quelle volte; sbigottiti implorano venia ai loro delitti,
            Chi stracciasi i capelli, e gridi e pianti
            Al cielo alza, e la fronte si percuote;
            chi a Dio si svela in suo segreto, e ai santi,
            col pallor della morte in sulle gote[111].

e alla Vergine della Rocca in comune prece orano.
Più non spira il vento, la pioggia tace, sfuggono le nubi; il cielo è azzurro. Il sole conforta coi suoi raggi il creato. I castighi del ciel son sospesi[112].

Ti ridono i campi, ti ridono i colli,
t’inebrian di ambrosia con gli aliti molli
l’alette dorate di un’aura d’april[113].


II

Langue il campo e la foresta?
Noi preghiamo e tu l’allieti;
piogge scendono e rugiade,
che ristoravan piante e biade.

V. Navarro Poesie popolari di Sacro tema. Pag. 158.


Ecce Coeli contenebrati sunt,
et nube set ventus, facta est pluvia grandis
III. de Re XVIII, 45.

E tempo venne in cui altra terribile pena alla prima venne a gravarsi. Al segreto riposo s’abbandonava gran parte degli esseri, che di vita han soffio: era dell’inverno giunta la stagione, e il verno non arrivava ancora! La serenità regna in tutto l’orizzonte; e serenità governa ne’ di novelli, e l’aere sempre più bello.
I giorni fuggono rapidamente; la vegetazione cammina a lentissimi gradi, e la pioggia non si vede! Le nubi non osano più velare il bel celeste di oriente. I campi cessano di far la delizia del montanaro; i germogli delle piante sono illanguidite; pallide e giallastre le foglie; la terra è arida e secca. I piccoli grani quasi più non vivono; assetati languiscono gli alberi e si raggrinzano le fronde, sperimentando vera penuria di nutrizione. I forieri della carestia fanno sentire i loro gridi. L’infelice agricoltore osserva guasto quanto avea di più vago, e per non soffrire maggiore cruccio abbandona le praterie, suoi primi ed unici oggetti di delizia, e assorto in cupi pensieri erra per le strade, e volgendo sempre gli occhi al cielo, sempre lo ammira sereno. Il ciglio abbassa inumidito di pianto, e pianto non potea disri, giacché esausta ne avea la sorgente; ben conosce la deplorabile miseria che l’attende, mentre le sue speranze stanno per annullarsi. Il sole è cocente; tu diresti calda està, l’epoca della neve! Decimate trovi l’acque dei ruscelli; le sorgive non più zampillano, ma a rilento sgorga dal loro seno la poca acqua, come colui che rifinito di forze sale un disastroso monte e ivi abbattuto si posa. Il liquido elemento è scarsissimo; la sete minaccia invadere i popoli. Gli armenti invano lambiscono ripetutamente il terreno in cerca almen di duri sterpi non trovando erbette; il suolo è nudo! Il custode dolente ascolta il languido belìo delle sue pecorelle che in gran parte muoiono.
Squallidi gli Alessandrini, atteggiati ad orrore, non ardiscono profferire accento; ognuno conosce la segreta cagione, che li tortura, e al Santuario si avviano.
            Nudo ciascuno il piè calca il sentiero,
            che l’esempio dei Duci ogn’altro muove,
            serico fregio e d’or, piuma o cimiero
superbo, dal suo capo ognun rimuove,
ed insieme del cor l’abito altero
depone, e calde e pie lacrime piove,
pur quasi abbia al pianto la via rinchiusa
così parlando, ognun se stesso accusa[114].

<<Madre divina, Maria della Rocca, dei mali nostri è colma ogni misura; la giustizia eterna vibrò su noi meritato guiderdone ai falli nostri: la siccità ci tormenta; oh! Tu che nostr’Arca sei, Tu ci ricovera ne’  mali nostri>>. E pregava con detti tali d’Alessandria la gente, e …all’alternar di preci sante per gli a due man si flagellava. Tra gli orrori della ruina, i cittadini correvano palpitanti coi pargoletti sulle braccia, e coi vecchi padri sugli omeri a cercare uno scampo nel Patrocinio di Maria.
Entrano nel Santuario, che ulular fan di clamorosi accenti e sospesa sugli omeri di Maria l’immagine si guidano ad Alessandria ed ivi nella chiesa parrocchiale l’espongono[115].
Fischiano i venti; una nuvoletta si avanza dall’occidente, e colla rapidità del pensiero le piogge precipitano a ribocco. Terminata la preghiera alcuni giovanetti escono dal tempio e tramezzo alle copiose acque saltellano, amando di inzupparsi del desiato elemento, ed altri come sitibondi cervi aprono la gola per inumidirla col benefico liquido, che dal ciel discende.
            ……….. La cadente pioggia
            Che la destra del ciel pietosa versa
            Lieti salutan questi.
            A ciascuno giova la chioma averne,
            non che il manto aspersa[116].
La vegetazione si anima di novelle forze, e rinvigorisce. Le fuggite speranze riedono a confortare l’animo dell’attristato Alessandrino.


III

            Quando il ciel minaccia a quelle soglie,
            tosto a gran Calea vien gente commossa
            ………………………………………………..
            finché rieda nel ciel bella la luce.
                        Anonimo scrittore di un celebre Santuario di Sicilia.


Dominus dedit tonitrua,
et grandinem, ac discurrentia fulgura super terram.
Esodo XI, 23.

Spesso credendoci a buon partito, in un baleno proviamo effetti più terribili, e siamo spinti ad invocar da lassù, che il mal non ci annienti!
Era gaio delle campagne il volto; biondeggiavano le spighe; l’ulivo fiorito a meraviglia s’era caricato di numerosi frutti; ubertosità ovunque scorgevasi. La Provvidenza liberalissimi doni promette concedere, ma poi come una madre amorosa, che per ravvedere i suoi figli traviati dimostra le saette, le vibra, e fa che esse non feriscano, perché da mano pietosa mossi. Il colono era giocondo ad una vista sì cara, e a deliziare si conduce nei suoi ricchi poderi.
Squarcia l’aria il fulmine, nera caligine ingombra l’astro del giorno; sibilano i venti; l’aria infuocata, mostra tra i lampi che d’ogni parte scoppiavano l’altra procella, che stava per scaricarsi sulla tremante popolazione. La grandine con impeto piomba sugli agri Alessandrini.
Il colono crede pagare ad alto prezzo le bellissime prospettive che la natura poc’anzi mostravagli. La gragnuola cresce a dismisura; scrosciano le tegole delle case, le grandini dan più balzi in terra. In un momento tutto pare perduto. Ogni tetto risuona delle tremule preci delle sbigottite genti.
Il suolo è coperto di grandini, ma i vegetabili non soffrirono alcun guasto!
L’Alessandrino contempla un tal portento e alla Signora della Rocca rende grazie.


IV

Venner, dell’ira mia vennero i tempi;
                                    mio portator di morte e di spavento
ferisci, atterra, il grande eccidio adempi!
                 Frugoni

Immisitque pestilentiam. Reg. XXIV, 15.

Infaustissimo appariva l’anno 1625 perché il flagello della peste bubonica infestava i più bei siti di Sicilia[117]; e i figli di tanta vezzosissima madre venivano afflitti di un tal malore in mezzo al godimento di tutti i beni, che dall’ubertosa produzione scaturivano. La peste, Girgenti pur desolava[118], e gli Alessandrini in gran parte n’erano divorati. Questo fierissimo morbo invade ogni dimora, la morte assalta e il ricco palagio e il povero tugurio. Mestizia, lutto, orrore tormentano tutti i petti. Gli abitanti abbandonano il paese, e si ricoverano tra le capanne. Le vie di Alessandria sono zeppe di animali da soma, carichi di provvigioni che vengono scortati alle campagne. Gran parte dei cittadini per non essere spettatori della continuata tragedia, e scamparsi al contagio si ricoverano nei campestri asili: e la peste menava strage, né facea viso menomare di violenza.
Alla Vergine della Rocca si dirige ogni mente; in essa si scorge la sola possente ancora in tanta burrasca. L’ara santa è circondata di popolo che prega e si addolora.
In una magione geme dall’angoscia ond’è combattuto un misero appestato nel verde della sua età; martoriato dall’idea di morte; scolorito dalla malattia, smunto, sommamente sfigurato; gli occhi sono affossati, squallidi e pieni di cispa; tempia contratte, fredde le orecchie, aspra la cute della fronte, livide le labbra e quasi immobili, le guancie lustrate dal freddo sudore; sdraiato supino su quel letto di ambascie, colle membra divaricate, la respirazione rantolosa, un freddo di morte è generalizzato per tutto il corpo, e la pelle è coperta di macchie nere.
L’infelice è vicino a mancare. Sordo ronzio si propaga nella stanza. Un frate carmelita con le mani giunte e sotto voce mormora le preci per la requie eterna del suo fratello, e asperge di acqua benedetta in ciascun minuto il letto del malato. A piè dell’amico non trovi l’amico che sospira per lui! Esso s’è allontanato per il timore del contagio, e il suo vecchio genitore che si strugge di pene non osa stargli vicino. Asciuga il gelido sudore della faccia con i delicati lini l’inconsolabile consorte: il suo amore è colpito vivamente! Essa singhiozza, e brama non sopravvivere alla fine dello sposo; le sue ciglia tien fisse sull’incadaverito sembiante del diletto suo marito, e i figli scongiurava ad allontanarsi dal letto per non esporsi al contagio. La vista dell’infermo si eclissa. Il sacerdote si genuflette ed ora per l’anima del morente.
Le campane tacciano in sì comune sventura, per non funestare maggiormente l’animo, col loro funereo suono. La giornata di quell’uomo sta per compirsi. L’arte medica è ormai esaurita. La malattia si opera a rompere gli ultimi legami di una vita preziosa.
D’innanzi alla soglia, curvo dagli anni, ma immobile, comparisce un uomo cinto di nere lane, coperta la testa dal suo cucullare, una lunga e bianca barba cela il suo mento e si stende sino a mezzo petto. È l’eremita del Santuario della Vergine della Rocca, che pieno di santo zelo e filantropia visita gli appestati. Ogni sguardo su lui si versa. Egli tiene nella destra l’immagine della Gran Madre di Dio. Ammirabile affetto legava quest’eremita ai poveri infermi, e nel furore del contagio senza paventare della vita li visitava, sorreggeva, e le raccomandava la devozione per Maria. Appena fu visto, gli astanti prorompono in uniforme voce.
<<Vergine della Rocca, soccorrete l’infelice che è per trapassare>>. Questo grido l’ode l’ammalato, che vedesi preda di morte e vicino a soccombere alla sua forza, e alla comune prece mesce un suo agonico sospiro, volgendosi con fiducia a Maria.
La Salute degli infermi appena invocata, aita prodiga a sì desolata famiglia. Ecco, che il malato raccoglie tutto il vigore, se mai esistevane nel seme estinto suo corpo, e tentando un altissimo sforzo, alzasi alquanto da se; assiso sul letto di morte favella all’eremita pregandolo di avvicinargli la sacra effige che bagna di pianto.
La consorte, i figli, il padre, il frate Carmelita sono attoniti. L’egro li consola assicurandole non avvertire più le ambasce estreme, e gli acerbi dolori che lo spingevano a morte. Il sacerdote stupefatto recita un’ave alla Madonna, e per ogni piazza si accingeva a promulgare sì gran prodigio. Al lugubre apparato è sostituito il contento.
Il simulacro della Vergine della Rocca è condotto per tutte le strade di Alessandria in processione; il pestifero morbo che la decimava si allontana[119]; e questo felice evento per il patrocinio di Maria ottenuto ripetesi lietamente e in tutte le ore.
Lungo saria il riferire le grazie e miracoli tutti, che la suprema Avvocata dei tribolati ci ha dispensati; io parlerò solamente di quelli che a gran rinomanza salirono ai giorni miei. Di mille portenti io son testimone, ed ogni Alessandrino ha visto chiarissime ed infinite meraviglie. I voti che si appendono ai suoi altari, attestano i miracoli che avvengono tutto giorno, e cerziorano la devozione per la Vergine e Madre.
Il Santuario della Rocca è stato una sorgente perenne di celesti favori: la serie dei fatti, che dimostrano la carità di Maria verso i suoi devoti; i prodigi di ogni maniera in quel luogo operati sono evidentissimi![120]
Dichiarazione

Sul finire di queste pagine dichiaro qui espressamente, che non è mia intenzione di voler dare un’autorità al mio racconto maggiore di quella che si può convenire alla fede umana, che essendomi occorso spesso di valermi dei vocaboli prodigio e miracolo, intendo di usarli in quel senso lato e volgare di cosa straordinari e inaspettata, non mai nel senso stretto che intende la chiesa, alla quale solo spetta di giudicare e decidere della realtà del miracolo.
Tutto ciò che esposto nella presente opera deve contenersi nei limiti e nelle riserve segnate con i decreti di Urbano VIII e della Sacra Inquisizione negli anni 1625, 1631, 1634.
Se negli argomenti che appoggia la mia narrazione potesse scorgervi qualche leggera differenza e inesattezza, che crediamo sempre accessoria e innocua alla sostanza del fatto più principale, si degnino di condannarla alla difficoltà delle ricerche in tanta distanza di tempi; ne mai debbono attribuirla a meno retta intenzione o a negligenza dell’autore; e se poi mi scorreranno dei lumi, io sarò pronto a correggermi in una seconda edizione o in una appendice a questa prima.
Il solo mio fine è stato di procurare la gloria di Dio, e la venerazione della Vergine Santa, e siccome questo nobile scopo non si ottiene che colla verità, e la chiesa ritiene e professa non essere mai lecito, soprattutto in materia di religione (S. Agostino, S. Girolamo etc., anche atti del Concilio di Costantinopoli) sotto qualunque pretesto, di mentire, di fingere o d’inventare e spargere istorie finte o racconti favolosi, così io credo cosa più che sacra precisare quello che deve ritenersi come assolutamente accertato, quali nel dubbio e qual parte insomma non darvi alcun importanza religiosa.
Vere, verissime sono le parole della tradizione da me scritte.
È un fatto incontrastabile il ritrovamento della statua, e la sua esistenza ai Colli. Chiarissime le grazie ottenute in tempo di pubbliche calamità, e precisamente di siccità e di tempeste, in quanto all’epoca della peste se mai fosse stata Alessandria liberata pel patrocinio di Maria o per quello di S. Rosalia e S. Rocco come dice Amico, non abbiamo dati positivi ma solo che, l’apparizione è riferibile a quei giorni. I fatti notati dei tre individui sembrano accertati, io tuttavia procurerò di farne compilare i processi, per sottoporli alla superiore approvazione.
La festa dell’ultima domenica di agosto, il mese e la quindicina cosiddetta, la novena, il sabato dei Borgesi, le processioni e tutt’altro, che per culto si pratica dagli Alessandrini, non vi ha lugo a dubitarne, e l’attesta il continuato esercizio del rito, ma quello che ignoriamo s’è il perché fu stabilita in agosto quella festa, e quando fu la stagione precisa dell’apparizione.
Attesto che i sabati dopo la Pasqua di Resurrezione si solennizzano al Santuario in onore di Maria, ma io ignoro se mai questo rito ebbe luogo per la ragione da me annunziata, oppure perché si incominciava da aprile e così continuando nel mese di maggio ad essa dedicato, si desse culto alla Regina del creato per come in Italia prese nascimento tal pratica di santificare questo mese in omaggio a Maria, giacché in ogni altro mese dell’anno ha sempre seco almeno una festa destinata a celebrare alcuno dei suoi gloriosi misteri, e il mese di maggio trovandosi privo di questa benedizione, si pensò eziandio a tale elezione per glorificare la Vergine, e farne abbondare le grazie nei giorni che sembrano i meno favorevoli, e così volle che un mese il quale non presentava alcun giorno santificato a Maria, diventasse tutto intero il suo mese privilegiato (Pio VII approvò questa devota pratica il 21 marzo 1815).
L’origine del mistico nome di quella Pietra detta della Grazia l’ignoriamo perfettamente. Dopo tante fatiche durate in diligentissime ricerche non ho il piacere di annunziarne la fonte; solo mi sono contentato scrivere le anzidette spiegazioni cavate dalla infinita sorgente di ogni sacra sapienza (Bibbia Sacra), e aspettiamo che l’opera dei tempi ci segni qualcun documento atto a fugare le tenebre, che avviluppano questo punto di religiosa patria tradizione.
Della istituzione della festa ne troviamo fatta parola nell’ordinario Carmelitano, nel quale è assegnato il giorno dell’ultima domenica di agosto, e in un atto stipulato dall’illustrissima fu Principessa donna Elisabetta Napoli Barresi verso il duodecesimo lustro del secolo XVII.
Sinora non si è curato provvedere all’Officio, e Messa propria della Vergine sotto questo augusto titolo; ma dal mio canto farò quanto posso onde condurre a termine l’iniziata impresa.
Raccolte le analoghe scritture in appoggio alla tradizione, e dei fatti i più notabili, mi proverò a redigere un saggio scientifico-morale sull’introduzione e progressi del culto della gran Madre di Dio come speciale protettrice di Alessandria.
Ecco tutto. Si desint vires, tamen est laudanda voluntas.




AL DOTTOR ALFONSO GIGLIO
DI
ALESSANDRIA
_____

EPISTOLA
DEL
Dott. Vincenzo navarro
Da ribera
_____

Tu nella medic’arte  inclito e chiaro,
in ch’io pur veglio, e mi affatico, e sudo,
cui di Alessandria il suol, che ti diè vita,
e benedice e plaude, e dotte carte
verghi, che di te parlano a la bella
Italia nostra, e allo straniero … al canto
tu ognor m’inviti, o Giglio mio diletto?
E vuoi  che il fregio della Rocca io canti?
Io più di una fiata il tuo desio
fei pago; ed inni e cantici dal core
prontissimo distolsi, avventurati,
se la eccelsa e bellissima Maria
sulle sfere li accoglie, e li rappresenta
di Dio propizia al trono. Eccelse, immenso,
sopra dorate nuvole fiammanti
stassi il trono di Dio, lassù ne’ cieli.
Gli siede appresso l’impolluta Madre.
Sotto al suo piè stan le procelle, e i tuoni,
ed i guizzanti folgori, e i lampi,
Ministri della vendice divina
formidata vendetta. Ed è Maria
che ne ammorza il furor, l’orrida vampa;
e, a sua prece, su i miseri mortali
scendon Grazia e Perdono. Ella si spiace
di mille varii nomi essere chiamata
nostro soccorso, e buon consiglio, e pia
corredentrice. E dalla Rocca anch’essa
si compiace nomarsi. Ed io la vidi
là, sul colle amenessimo, propinguo
ad Alessandria, in tutto onor tenuta,
e venerata. E degli egregi amici,
e di te accanto, io sciolsi il labro a carmi,
che porteran sue laude a dì futuri,
se tanto puote lo scivole mio verso.
E tu concenti miei su’ tipi rechi,
perché volino impressi, unitamente
alla tua prosa nitida, pel mondo,
della Madre di Dio narrando i vanti ….
Volino pure; e del livor maligno,
o d’invidia crudel, non teman morsi.
Maria disperderalli. Occhio mortale,
o mortal lingua, al prosatore e al vate
nuocer, nò, non potrà, s’ella ci affida,
e ci difende. La travolta Etade,
avversa al vate e al prosator, che parla
sacro linguaggio, piegherà sua fronte
al nome della Vergine Maria,
Arca sacrata di salvezza, stella
dell’eterno mattino, suggellato
fonte di grazie, vas spirituale,
de’ peccator rifugio amica e fida
consolatrice degli afflitti. O Madre
di Dio gran Madre e Madre nostra, freme
il secol rio! Torbidi flutti mena,
qual torrente che rapido gorgoglia,
e minaccia le sponde. Alla sua riva
stanno popoli e Re, querce e fioretti,
tu li proteggi tutti, e li difendi
dal fragoroso revolubil flutto.
E fa che sull’Europa e sopra il mondo
Pace sorrida, e sospirata e cara
Felicità. Tu i cori tutti annoda
in un santo volere in un desio,
si che tutti conoscono, che siamo
tutti fratelli, dal Signor redenti.





















PER

MARIA SS. DELLA ROCCA

VERSI

DEL DOTT. VINCENZO NAVARRO
___________

CASA E DEVOZIONE
DELLA
CIECA DI ALESSANDRIA
--------

CANTO

I

Là dove Alessandria ridente si posa,
   di un cerchio di colli tra gli irti giglion,
di un erga indigente tapina dogliosa,
   modesto abituro sorgea la magion.

Di ruvidi sassi sporgenti ineguali
   Non alte le mura si ergeano dal suol,
di travi e di canne ben esili e frali
il tetto alla pioggia fea schermo ed al sol.

In stanzuccia dal fumo annerita,
   accanto alla madre che stassi a filar
un’alma fanciulla tra cenci affralita
qual gemma tra il fango si vede brillar.

Sul desco sparuto, di ruvido pane
   Un tozzo di rado vedeasi posar;
al foco filava la madre le lane,
   che di erbe campestri soleasi cibar.

La figlia, che nacque degli già priva,
   volgevan tre lustri, le notti e il dì
lì lì in un cantuccio gemente languiva,
   qual rosa che il buccio al Sol non aprì.

Oh quella fanciulla pur era assai bella,
   ed era ricolma di santa pietà;
e il giorno e le notti con calda favella
   di Dio l’alma Madre pregando ella va.

O Madre possente del Verbo Incarnato,
   se è vero che ogni grazia deriva da te,
Tu trammi da questo terribile stato,
   per me si ravvivi nel mondo la fe’!

se preghi il tuo Figlio, se all’Arbitro eterno
   fai forza, e a me doni visiva virtù,
fia questo trionfo grand’onda all’inferno;
   vedrassi nel mondo che tutto puoi tu.

Il giorno e le notti pregava, pregava
   La cieca infelice costante e fedel:
al Ciel come incenso sua prece si alzava,
   e pia la gran Vergine l’accoglie nel Ciel.

II

La cieca e la madre escono dalla loro abitazione e si portano alla collina presso Alessandria a raccolta di selvatiche piante.
_____

Sporgea dalle propinque alte colline
di Alessandria bellissima l’aurora,
e aveva l’astro mattutin sul crine;
E mentre i monti e la campagna indora,
e i bei fiori sopra il verde stelo
drizzansi rugiadosi allora allora,
Remosso dalla notte il bruno velo,
spuntando il sol che avviva la natura
ed il notturno fuga umido gelo,
Dal paese ne usciano alla pianura,
e si appressavan della Rocca al colle
due poverelle, errando alla ventura.
La madre in traccia di buona erba molle,
che valga a satolar la fame ingrata,
va spiando del suol le verdi zolle.
La fanciulletta figlia sventurata,
cieca dal giorno in ch’ella nacque al mondo,
seguendo vien la genitrice amata;
e la si stringe accanto,
e il tremebondo piede incerto muovendo
alla campagna si avvia
con lei che la produsse al mondo.
Né del suo mal con lei si affligge o lagna,
ma chetamente, come vuole Iddio,
per prati e colli muta l’accompagna,
raccolta in pensier fervido e pio.
III

Pensieri di una verginella di puri costumi, cieca nata, che desidera sol vedere la luce per ammirare le meraviglie della creazione ed adempire perfettamente a tutti gli atti cristiani.
______

Come in dolcissima estasi rapita,
stassi la cieca meschinella assorta
nel mistero del mondo e della vita,
di esser cieca il dolor l’auge e sconforta,
ma la fede che ha in Dio ben l’avvalora,
e non la rende a godimenti morta.
Ed in sé dice: Iddio può tutto e ogn’ora;
render quindi egli puote agli occhi miei
la luce, il cui pensier m’ebbria e innamora.
Contemplare e ammirar lieta io vorrei
Della sua mano l’opere ammirande
Che son del suo potere alti trofei.
Molto di Dio l’onnipossanza è grande,
che giunger non la puote uman pensiero,
e pel creato vivida si spande!
Se il creato io vedessi, altro sentiero
Avrei per girne a lui col pensier mio,
che unico e trino adoro e Sommo e Vero!
Il monte, il pian, l’erbette, e il fiore, il rio,
il fiume, e il mare e gli astri, e i firmamenti
tutti mi parlerebbero di Dio!
Volgerebber miei dì lieti e contenti,
in pace onesta, in carità gradita,
rallegrata da’ santi Sacramenti;
e un bel pensier mi saria la vita!

IV


ODE

Maria Santissima che discende dal Cielo sulla Rocca.
_______

Sopra cadenti nuvole,
Che il sol nascente indora,
de’ venticelli all’alito,
al riso dell’aurora,
dall’alte sfere scendere
qual veggio eccelsa Donna,
azzurro il manto, e splendida
di gemme e di or la gonna?
Ha in braccio un vago pargolo
Che riguardarlo indìa ….
Dessa è la Diva Vergine,
Madre di Dio, Maria.
D’intorno a lei carolano
mille angioletti a coro,
mentr’altri mille suonano
l’arpe e le cetre di oro.
E come un fior vergineo
girovaghe farfalle,
danze e tripudii intrecciano
via per l’aereo calle.
Discendono, discendono
con la gran Diva; e intanto
all’auree note armoniche
sacro si mesce un canto.
Un canto di letizia
Che in melica armonia
Fa risuonar per l’aere
Il nome di Maria.
E già Maria ripetono
Gli astri, le sfere, il mondo:
satan ne freme, e spandesi
un brio per noi giocondo.
Discendono, discendono
tutti contenti a volo:
Maria col Figlio volgesi
Già di Alessandria al suolo.
Sente il venir dell’inclita
Diva la terra anch’ella;
ed il suol di erbe odorifere,
e di bei fior s’abbella.
















V


SONETTO

Apparizione della Vergine della Rocca
alla cieca Alessandrina
_____

Una mesta toglieva alla campagna
Erbetta, esca alla fame; e una fanciulla
Sua vaga figlia, cieca da la culla
Soletta in sul bel colle egra si lagna.

Del pargoletto Dio Madre e compagna
appar Maria, che ogni sventura annulla;
e: non pianger, le dice, è un sogno,
è un nulla il mal per cui tua gota il pianto bagna.

Sorga qui un tempio, ond’Alessandria apprenda
l’alto prodigio che dal ciel discese
su questa roccia, e divi onor ne renda.

Disse: brillar, tolte le oscure larve
La luce e il mondo a le pupille illese;
e la celeste vision disparve.





Note

(*) Santa Maria del Pilerio.
La chiesa Madre di Alessandria vien distinta con questo nome. Non vi è storico che non la dimandi sotto il titolo di San Nicolò. Questo equivoco da due fonti può trarre origine:
  1. Se la chiesa destinata a Parrocchia nei primi tempi  era S. Nicolò; oppure se l’attuale tempio conosciuto sotto il titolo di S. Maria del Pilerio, allora veniva chiamato S. Nicolò?
  2. Se l’anteriore esistenza (per come si vuole) della chiesuola di S. Nicolò fece si, che essa avesse conservato il titolo, e le prerogative di Parrocchia per quel tempo? Esaminiamo la questione e consegneremo la nostra opinione infine.
Nel 1593 Don Carlo Barresi comprava il patronato della chiesa Madre, ed il detto giorno passava ad eliggere il Parroco in persona del Rev. D. Natale Cangemi (primo parroco di Alessandria, vedi gli atti di notar Pietro Deundo). Gli Alessandrini nelle loro disposizioni testamentarie legavano vistose somme a S. Nicolò.
Rocco Pirro scrisse, che nella Parrocchia di S. Nicolò in Alessandria vi erano le Confraternite di Santissimo Sacramento (collocata sin dai primi tempi della sua installazione nella carestia della Parrocchia) e delle anime del Purgatorio nella stessa Madre chiesa.
La popolazione in poco tempo assunse un vistoso incremento.
Le fabbriche spirituali in proporzione erano eccedenti nel numero, giacché in quell’epoca si contavano: la chiesa di S. Marco fuori le mera; il tempio della Consolazione e la chiesa di S. Anna; inoltre il venerato convento dei padri Carmelitani, la chiesa oggi detta di Santa Maria del Pilerio e la chiesetta di S. Nicolò della quale si fa menzione degli scrittori sotto la categoria di chiese minori.
La compra del patronato della chiesa Madre, e l’elezione in detto giorno del Parroco, chiaro dimostrano che già quel tempio da più anni esisteva, mentre non era possibile l’elezione del Parroco qualora si fosse trattato di cominciare la fabbricazione della chiesa, e che la compra si limitava al semplice terreno ove dovea alzarsi, o di case per abbatterle e piantarvi le fondamenta della Parrocchia. Perlochè riteniamo per certo che la chiesa detta oggi di S. Maria del Pilerio è di anteriore data al 1593.
Visto l’elenco dei parroci troviamo notato per primo D. Natale Cangemi; e D. Natale Cangemi fu quel parroco eletto da D. Carlo Barresi comprando il patronato della Madre chiesa.
Il quartiere che oggi viene chiamato S. Nicolò, nei primi tempi e nel 1600, conoscevasi col nome del Calhi, come in seno a molte minute notarili abbiamo letto; e gli altri quartieri, sotto tutt’altre denominazioni di quelle odierne. Così al quartiere Lazzaretto fu dato questo nome dopo la peste, nella quale serviva di lazzaretto, detta parte di abitato.
Dal sopradetto io ne penso che la chiesa della quale comprò il patronato D. Carlo Barresi si chiamava S. Nicolò, e che per far valere tutti i diritti del trasferimento di dominio, egli le cambiò il nome e invece di appellarsi per l’avvenire coll’antico titolo, la facea distinguere con quello di lui appostovi.
Questo mio credere è sostenuto dai dati predetti e dalle seguenti riflessioni. Se la chiesetta di S. Nicolò era la Parrocchia, e si vistose somme legavano tutti gli Alessandrini indistintamente a tal tempio, certo che in pochissimi anni si avrebbe potuto togliere quella soffitta, la quale tutt’ora fa le veci di volta; e mentre tanti altri templi edificavansi e piuttosto in buon aspetto, non è concepibile che la Parrocchia dovea conservare un’apparenza si poco convenevole.
Inolre portiamo a considerare che la compagnia del Santissimo Sacramento, al dir di Pirro, avea onze 43 annui di rendita, ed onze 11 quella delle Anime Sante del Purgatorio, e il Parroco avea onze 78 per le primizie; queste notizie importano l’incompatibilità di supporre Parrocchia quel tempietto appena capace di 200 persone, giacché le dette Confraternite essendo di un certo numero avrebbero esaurito lo spazio della chiesetta, e il resto dei fedeli dovevano essere obbligati a non intervenirvi nelle solenni feste chiesastiche.
La seconda domanda da noi ammessa ci asteniamo discuterla, giacché essendo stato il primo Parroco D. Natale Cangemi e questo fu destinato pel tempio di S. Maria, chiaro si vede che la chiesuola di S. Nicolò non fu mai riguardata come Parrocchia, ma dobbiamo riconoscerla come la prima eretta nei primordi di Alessandria a riunire quei pochi abitatori per adempire agli obblighi di Cristiani.
Dal fin qui detto io ne penso, che la chiesa di S. Maria del Pilerio, pria della compra del Patronato dall’ecc. Barone D. Carlo Barresi, chiama vasi S. Nicolò, che ivi quella statua, che or trovasi nel tempietto delle Anime del Purgatorio era collocata, e il Santo taumaturgo arcivescovo di Mira come patrono di Alessandria ivi adoravasi; ma venuta la novella era delle grazie per noi, e stabilito il solenne culto alla Madre di Dio sotto l’augusto titolo della Rocca, S. Nicolò fu traslato in altra chiesetta da dove poi prese nome questa, e il quartiere Calhi, pria detto, si chiama oggi S. Nicolò.
Le due statue che troviamo nella chiesetta delle Anime del Purgatorio attualmente, io le reputo essere state di proprietà del tempio di S. Maria del Pilerio, ma poscia pella nuova costruzione della cappella della Rocca e per l’altra ove posano le reliqie di Santa Rosalia, vennero traslate al primo tempio di Alessandria (quelle statue sono: la prima di S. Nicolò e la seconda di S. Rosalia).
Riprendiamo la nota 93 riportando, come promesso, tutte le notizie che abbiamo sull’assunto raccolte, e noteremo i diversi baroni della Pietra sino all’illustre famiglia di Napoli barresi.
Il feudo di Pietra D’Amico, oggi detto castello per l’esistenza di un fortilicio di antica data, era di regio patronato.
Nel 1398 conseguiva Barolomeo di Aragona del comitato di Cammarata il così detto fortilicio della Pietra D’Amico per sovrana concessione. Cadde poi di nuovo a far parte del Regio Patronato e il Re Martino chiedendo espressamente per l’utile del regnola Contea di Agosta a Matteo Moncada ed Aragona, questi mostrandosi zelantissimo nel real servigio sospirando farsi merito come i suoi antecessori, profittando di questa occasione si mostrò generoso e prontamente annuiva alla dimanda del sovrano. Il Re in cambio le assegnò la città di Caltanissetta, ed altri vassallaggi … tra le tante ricompense n’ebbe la terra di Cammarata, e li Castelli e feudi di Pietra D’Amico, e Motta S. Agata. I feudi appartenenti alla Baronia della Pietra si erano, Presti, Alessandria, Mohavero e Solicchialora (vedi Villabianca, “Sicilia nobile”, art. Caltanissetta, ed Agosta).
L’atto di permuta fu stipulato presso il notaio Laurenzio Di Noto in Catania nel 1407 a 20 giugno (vedi Terrana, discorsi della successione degli stati di Montalto disc. 1. F. 15 c. 2.).
Fu confermata dal Re Alfonso la permuta di questi stati mercè di due privilegi spediti in favore di Guglielmo Raimondo Mancada ed Aragona figlio del suddetto Matteo (vedi privilegi spediti sotto il 24 nov. 1444, e a 10 agosto 1453, Terrana).
A costui successe il fratello Antonino, ed alla sua morte il dominio cadde in potere di Giovanni Tommaso Moncada, conte di Adernò.
Dopo quest’epoca la baronia della Pietra D’Amico fece parte del real patrimonio. La regia corte sotto Carlo V Imperatore concesse la detta baronia alla nobil famiglia Vernagallo delli baroni delli Diesi e Sparacìa (vedi Messina nobile f.72 c. 2. Di Givanni). Questa vendita della quale s’ignora il motivo fu di cortissima durata, mentre la regia corte se la riscattò.
La baronia della Pietra fu acquistata poi da Giovanni detto Miles, della famiglia Abbatellis. Il conte Federico Abbatellis, padrone di Cammarata e della baronia della Pietra, ebbe mozzata la testa su di un palco in Milazzo nel 1523, e i suoi beni caddero in potere del regio fisco, dal quale poi la vedova l’ebbe restituiti. Federico Abbatellis possedendo la baronia della Pietra D’Amico supplicò di unita agli altri ambasciatori del parlamento Palermitano presso il Re Alfonso, e fu esaudito, a non essere tenuto a dimostrare i titoli della possessione dei feudi da esso loro acquistati (vedi real priv. Dato nel campo presso Capua a 23 ottobre 1846).
Barberio Luca, l’autore dei Capibrevi asserisce non aver trovato altri documenti di questa possessione fuori di questo privilegio (vedi Capibrevi: Feud. Vall. Mazz.).
La vedova Abbatellis vendette la Baronia onze 600 con patto di recupera.
Dopo alcuni anni la Pietra D’Amico ripristinassi nel dominio del regio fisco, il quale la tenne sin al 1542, nel qual tempo la concesse alla famiglia Barresi.
D. Nicolò Barresi fu il primo, di questa famiglia, possessore della baronia della Pietra D’Amico. Esso la comprò nel 1542 dalla Regia Corte (vedi Mongitore, Mugnos, Villabianca. In una tela topografica esistente nel palagio del Principe di Resuttano è segnata alla stessa epoca a tale acquisto).
A costui successe il Barone Francesco, e a questi D. Carlo di cui ho parlato, terzo barone della Pietra, uomo distinto per le sue pregevoli qualità morali.
Girolamo di Napoli prese la sua investitura di questa baronia, e da quel tempo in poi null’altra famiglia assunse la proprietà della Pietra D’Amico.
La famiglia Napoli Barresi appartiene alle più cospicue del Regno, sia per le origini da dove deriva, quanto per i distintivi politici che l’hanno fregiata, che per le viste scientifiche dimostrate nella società del sapere.
La famiglia Napoli deriva dalla Caracciolo dei Duchi di Martina di Napoli. Federico di Napoli Barresi e la Grua sostenne la carica di Capitano di Palermo nel 1699, di Pretore 1701, 1715, 1724, 1727. Quattro replicate elezioni di Deputato di questo Regno, e quella di Vicario Generale di Catania nel 1708 in persona del mentovato Federico. Grande di Spagna per se e successori (ced. Reale a 19 nov. 1709); Gentiluomo di camera del Re Vittorio di Savoia; Consigliere intimo di Stato di Carlo VI Imperatore, Membro del Consiglio Aulico di Vienna; nello scudo dell’arma gentilizia ottenne aggiungere un Lione col motto”viro costanti”, tanto per lo stemma primitivo della famiglia Caracciolo, quanto per quella costanza ch’egli dimostrò in occasione del terremoto accaduto in Palermo nel 1726.
Federico di Napoli Principe di Resuttano stabilì nel suo palagio nel 1730 l’accademia dei Pastori Ereini, la quale fece gran nome: alzava per impresa un Orno tra i cui rami pendeva una zampogna a fronte di un vento che soffia col motto “movetur et loquitur”. Grande era la gara degli accademici e a segno, che il mecenate fe pubblicare un volume di rime ben grosso.
Questa accademia organizzata dall’illustre Federico il Grande, in casa di Napoli, fu fondata entro il palazzo Resuttano, e poi riaperta da Federico di Napoli e Montaperto nel 1766 a 19 gennaro. I Pastori Reini coi suoi ammirevoli prodotti preseduti dall’anzidetto Federico Montaperto sotto il nome di arcipastore col nome pastorale di Eurano Araneo, trovarono plauso oltremonti.
Mi trarrei fuori argomento se dir volessi tutto quanto dirsi potrebbe della lodata famiglia Napoli Barresi, mentre le storie offrono sì diviziosi fonti di lodi, che sarebbero capaci a prestare sufficienti dati per colui, che intraprendesse la storia scientifico-politica della famiglia in discorso.
Dopo aver seguito l’ordine delle successioni e traslazioni di dominio di questa Pietra D’Amico, tratteniamoci un poco sulla parte storica del suo fortilicio detto ai giorni nostri Castello.
Sulla tanto descritta Pietra D’Amico si levano tutt’ora i ruderi dell’antico castello.
Tommaso Fazello fa parola della Pietra <<e poco da lungi poi son queste fortezze, Guastanella, la Motta e Mussara di nome saracenico, le quali nel corso delle sue vittorie furon prese da Ruggiero conte di Sicilia insieme con Naro e con altre tre; siegue poi dieci miglia discosto la Pietra, che è pur una fortezza, e tre miglia dopo ne viene il Castel di Bivona>>.
Il castello della Pietra D’Amico è appena a due miglia da Alessandria e da Bivona, a pochi passi dal fiume Isburo (secondo Tolomeo) oggi Majasolo. È la fonte sulle cui acque trovasi del Petroleo, descritta da Aristotile (de admir. Cap. 109, da Ateneo, lib. 2 c. 5 pag. 42, da Cluverio, lib. 2 c. 11 f. 370, da Serpetro Mercati delle Meraviglie della natura) e lungi circa un miglio dal fortilicio in disamina.
Dalle parole del Fazello che più di una fonte versante dell’olio esisteva in queste contrade <<Petrensi et Bibonensi agris fontes sunt in quibus oleum quod bituminis est genus, supernatat a quo nomine habet>>.
E dagli avvisi dell’esimio storico Amico e del Ferrara si vede chiaramente che un altro fonte con Petroleo osserva vasi nelle campagne della Pietra oltre a quella della Madonna dell’olio (oggi così detto) e questo lo disegnano gli ultimi due autori sotto la rupe della Vergine della Rocca; e tal fonte pare che Fazello pur indicasse, dicendo <<Petrensi et Bibonensi agris,>> giacchè Alessandria si chiamava della Pietra, e quantunque oggi giorno più non si osserva ( a quanto io nesappia) pur non dobbiamo escludere l’autorità di sì distinti storici. Esiste a piè della collina della Rocca un piccol fonte di acqua minerale, della quale si servono i paesani per lavarsi nelle malattie di pelle, ma in quest’acque non vi si scorge petroleo.
Vicino al castello della Pietra D’Amico si sono trovati dei sepolcri appartenenti all’epoca saracenica.




[1] Quello che abbiamo detto avviene quasi costantemente delle tradizioni che fatti umani servono a perpetuare, ma le tradizioni riguardando religiose memorie non vengono attaccate dalle armi dei tempi, e seppur lo avviene, cedono talune piccole singolarità, e le verità essenziali vi trionfano e vivono eterne fra gli uomini. Iddio per 2400 anni conservò la Religione dei Patriarchi colla sola tradizione, e per 1500 anni quella dei Giudei tanto colla tradizione, che colla scrittura. Mosè presso a morire dice agli Ebrei (Deut. C. XXXII 7): “Ricordatevi degli antichi tempi; considerate tutte le generazioni; interrogate vostro padre ed egli vi ammaestrerà; i vostri avi ed essi v’instruiranno; quindi Mosè di tanta importanza e sicurtà contava nella tradizione che questa raccomandò al popolo di cui era stato Conduttore, e non disse leggete i miei libri! Ed egli era così convinto a segno che non si contentò di avere scritto i prodigi che Iddio aveva operato, ma stabilì dei monumenti, e dei riti commemorativi (Deut. C. VI. 20). Davide espone i sommi vantaggi della Tradizione (Salmo LXXVII, 3). San Paolo: esorta i Tassalonicesi ad essere costanti e ritenere la Tradizione (Ep. II, C. II. 14); ai Corintii loda perché osservano le tradizioni Ep. I. C. II. v. 2. il greco i miei precetti legge le mie tradizioni); a Timoteo lo avvisa a custodire (Ep. II. C. I. v. 2); agli Ebrei precetta di affidare le tradizioni ad uomini che saranno capaci di ammaestrare (c. VI, v. 2.); e volendo l’apostolo far meglio capire questa verità dice – La fede viene dall’udito, e l’udito viene dalla predicazione (Rom. c. X. v. 17), perlochè sembra dimostrare che la religione anziché piantare sue profonde radici colla scrittura si perpetua colla Tradizione. A vista di tanto comune consenso, egli è evidente che l’uniformità dell’attestazione dell’avvenimento miracoloso (Bergier Richard Giraud) in Alessandria, e dell’esistenza della statua ai Colli, ove la tradizione stessa pur conservasi (sebbene moltissimi miglia lungi dal luogo ove il prodigio avvenne) ci dà certezza morale del fatto che gli alessandrini depongono.
[2] I suddetti sono stati da me appositamente interessati a scrivere sull’argomento; e questi adornati di tutta bontà, amica compagna degli uomini di genio, cortesemente ne accettarono l’invito.
[3]  Viene conosciuta con questo nome un’altura di calcare a duecento passi circa dall’eremo della Madonna sito sulla collina dell’apparizione. L’altura di cui è parola è stata abbattuta usandone della pietra, che la formava, per far gesso; ed oggi alla montagna è sostituito un gran cavo.
[4] L’invenzione della statua è un fatto incontrastabile: essa si trova nella parrocchia dei Colli sul primo altare a mancina. Il giorno 15 maggio del corrente anno mi sono condotto a quel tempio d’unita al rev. Sac. D. Paolo Chiaramonte, il quale dall’originale ne ha cavato regolare ritratto, che io serbo.
[5] In altra nota esporremo la nostra opinione, se la chiesa parrocchiale in quei tempi deve intendersi essere stata la chiesetta delle Anime del Purgatorio o altrimenti detta S. Nicolò, oppure il tempio di Santa Maria del Pilerio.
[6] Ai Colli evvi una parrocchia di patronato dell’illustre famiglia di Napoli-Barresi, contigua alla casina di detti principi di Resuttano. Essa dista da Palermo circa due miglia.
[7] Non abbiamo alcun documento tradizionale o storico sul conto di un tal scambio di statue, ma avrebbe così dovuto succedere, giacché non è ammissibile da coloro che saggiamente pensano essere stata traslata quella statua originale alla quale necessariamente il popolo alessandrino era legato con trasporto, senza sostituire un’altra, che avesse occupato il posto della prima.
[8] Interno al Santuario trovasi taluni grossi macigni, che alla rottura dimostrano moltissime cellule zeppe di una sostanza liquida alquanto fluida, di colore opaco, anzi piceo, di odore bituminoso assai sviluppato; essa dagli scrittori viene collocata d’unita al nafta, al malto, ed all’asfalto nella classe dei bitumi (corpi combustibili composti). Essa a quel che ne penso è il petroleum (dal greco pietra e da olio, dal motivo che fluisce dalle pietre come olio),  il quale è sotto forma liquida untuoso, quasi opaco, di odore bituminoso fortissimo e molto tenace; esposto al contatto dell’aria o al fuoco si addensa. I comunali di Alessandria la chiamano Pietra di Grazia; per quante ricerche io abbia instituite non ho trovato la fonte da dove abbia potuto trarre origine un tal mistico distintivo. È da credersi che di qualche miracolo fosse stata originata tale etimologia; oppure dalla presenza dell’olio ripetendosi da prodigio. Lasciando da banda tutte le congetture mi sono rivolto al libro delle verità (la Sacra Bibbia) ed ai suoi commentari. “L’olio riguardasi come figura della Grazia santificante. Sin dai primi tempi Giacobbe si servì dell’olio per consacrare la pietra che erigeva in monumento per memoria del gran favore ricevuto da Dio (Genesi Cap. XXVIII, v. 18; XXXV, v. 14). Or la Gran Vergine per lasciare una memoria eterna della sua apparizione nella quale può dirsi aver santificato quel luogo, fece si che talune pietre di quei dintorni contenessero dell’olio; e da ciò io credo esser nato il nome di Pietra di Grazia. Si dovrebbe aver somma cura di conservare queste pietre alla meglio, in memoria del gran favore ricevuto da Dio per mezzo di Maria su quel colle. 
[9] Il Santuario fu eretto sulla collina or detta della Rocca, la quale da Alessandria è lungi metri 1161,84 fissando il termine della misura lineare ai primi fabbricati della Portella, ove esiste in una cappelluccia una statuetta della Vergine della Rocca, in memoria che per ivi la prima volta il simulacro fu condotto in Alessandria.
[10] L’ampio corridoio che osserviamo, venne sostituito a quell’angustissimo, che da tanti tempi esisteva. L’instancabile zelo dell’estinto dottissimo Arciprete Giuseppe Maria Pellitteri, oratore molto distinto, si adoprò d’unita ad altri benemeriti cittadini a render più bello e comodo il Santuario. Gli eremiti ivi convenuti sono al numero di tre, e a dir vero sono dotati di una attività senza pari in aver cura del santo luogo, e prestare tutte quelle opere straordinarie che all’ingrandimento di esso sono necessarie. Il Santuario è stato per più volte riformato, per come la tradizione racconta, e noi osserviamo dei monumenti che l’assicurano. Sin dal 1630 circa, una chiesuola si edificò, e nelle diverse epoche per le comuni oblazioni si è migliorata, infine poi nei primi lustri del secolo XIX furono iniziate l’ultime modificazioni e da tre lustri quasi trovasi nel perfezionamento relativo in cui la vediamo. L’estensione solida o altrimenti detta di tre dimensioni del Santuario è come segue: lunghezza metri 23,50, larghezza 7 metri, altezza metri 10,20. L’ordine di quel Tempio è Corintio eseguito secondo i veri principi dell’arte architettonica. Entrando in detta chiesa a destra sul primo altare trovasi un bel dipinto di Politi Apelle figlio Raffaello (Ape di ogni saper, che di bello ha tinta). È il quadro delle anime del Purgatorio sul momento dello arrivo di Maria che vi giunge a confortarle. Oltre delle forme (eseguite a meraviglia sullo studio dell’anatomia esterna) che parlano allo sguardo, l’artista Politi s’è distinto nei modi e trovati che favellano alla mente. Un eremita ed un giovane in attitudini commoventi volgono le pupille alla Vergine che sopraggiunge, e nel mentre fan travedere il loro patire per la violenza delle fiamme, non velano la rassegnazione necessaria nello scontare una meritata pena ai falli loro. L’eremita colla sua rugosa fronte alza le ciglia mirando fisso e con pietate mista ad amore, ed a sorpresa la Consolatrice Suprema, la quale sembra commossa dai dolori dei suoi devoti; il giovine con serena fronte, occhi modesti, e tranquilla mosse si fa con la man e col braccio ombra, onde meglio veder Maria cinta di sommo splendore. Così dipinge chi serve al genio dell’arte sua! La statua della Vergine è collocata nel maggior altare, il quale è cinto di doni, d’immagini simboliche ed altro alludente ai miracoli ed alle grazie diariamente ottenute.  
[11] La chiesa rurale del Santuario della Vergine della Rocca di cui parliamo, nel 1838 fu destinata a provvisorio Camposanto, e tuttora costituisce l’ultimo asilo dell’alessandrino.
[12] Bivona, città antichissima secondo la maggior parte degli storici (si dice esser posta presso le rovine di Platanella e Musaro; Gualtieri Giorgio nelle sue tavole antiche di Sicilia la reputa antichissima).  
[13] La foresta di cui si parla è Rifesi. Da gran tempo ivi esiste il monastero di S. Benedetto; il suo priorato confermò il re Martino per lettere date in Sciacca – Luca Barberio parla dell’aggregazione del monastero o priorato di S. Maria di Rifesi vicino Bivona all’abazia di S. Giovanni degli Eremiti in Palermo.
[14] Conoscevasi nei tempi antichi il fiume Platani col nome di fiume Lico o Alico (Diodoro Siculo, vita di Timoleonte; Fazello, storia di Sicilia) questo torrente fu stabilito per confine del Greco e Cartaginese dominio; gli eracleti però conoscevano quello di Cartagine (Tommaso Fazello).
[15] Alla sinistra ripa del fiume in discorso e non più, che a cento passi, restano lontane le meravigliose rovine della rinomata Eraclea. Essa girava non meno di due mila passi: oggi è tutta quasi dall’aratro solcata e posta in coltura. Le rovine si trovano sopra del monte detto al presente Capo bianco, che verso mezzodì è bagnato dal mare.
[16] Cattolica fu fabbricata da Francesco Isfar e Corilles suo signore nel 1612. I monti che le stan presso sono in gran parte coltivati.
[17] S. Antonio fu fabbricato nei feudi della baronia di Cianciana, e questo titolo si conosce comunemente. Il suo territorio è diviziosissimo di zolfi e altri minerali. Esiste nei suoi dintorni una miniera di sale da più secoli conosciuta (essa viene distinta dai storici coi seguenti nomi: Platanella, Cantarella, Chincana).
[18] Si sono trovate talune monete, e alcuni piccolissimi avanzi di fabbricati di antica data nei dintorni di S. Antonio ossia Cianciana. Io non son soltanto credere essere stata ivi una di quelle città disegnate da Fazello.
[19] Fortezza di nome saracino.
[20] Fortezza, in territorio di Casteltermini, su cui si rifugiarono i saraceni per sfuggire all’esercito di Ruggiero conte di Sicilia.
[21] È memorabile il monte della Quisquina per aver soggiornato ivi un antro S. Rosalia. Stà presso a S. Stefano detto di Bivona ed or la Quisquina fabbricato nel principio del Secolo XII.
[22] La montagna di Cammarata è altissima. Essa per più particolarità è stata descritta nelle pagine della sicula storia; alle sue falde si scrive essere stata fabbricata l’antichissima città di Camico, un tempo reggia dei Sicani.
[23] Il simulacro prodigiosamente ritrovato come abbiamo detto si trova ai Colli; questo di cui facciamo menzione è una copia conforme, nel bello, all’originale.
[24] Dalle notizie storiche che abbiamo raccolte, l’epoca della fabbricazione del tempio rimonta al 1630 circa (vedi gli atti di Notar Giacomo Ferlisi ove trovasi un legato di Francesco Pendino pro fabbrica 1636 – in detto anno al 18 settembre Marco Comparetto Scalirgi instituiva un legato alla chiesa della Madonna della Rocca). Da questi due fatti scorgiamo che la chiesa era fabbricata in quell’epoca, e che tuttavia le fabbriche non erano completate.
[25] La tradizione orale dell’apparizione della Madonna alla cieca è uniformemente ripetuta in Alessandria. L’invenzione della statua è assicurata dalla comune voce degli alessandrini e degli abitanti dei colli; e l’ecc.mo signor Principe di Resuttano Don Giuseppe Napoli Barresi mi fe’ sapere pur essere a sua conoscenza un tal fatto. La tradizione scritta poi sorge in sostegno nella orale. Rocco Pirro, nella sua Sicilia Sacra, parlando della città di Alessandria così scrisse: “Imago colitur S. Mariae della Rocca divinitus inventa, et miracoli carissima”. Or se è provata l’invenzione miracolosa della statua, son di parere che l’apparizione e il prodigio della cieca devono reputarsi assolutamente veri.
[26] La tradizione non ci consegna il nome della madre e della cieca; quindi io nella mia prosa l’ho battezzata con dei nomi che racchiudono delle idee pur religiose. Alla madre ho assegnato il nome di Rosa perché oltre a diverse mistiche spiegazioni, che a questa si potrebbero dare, mi gode l’animo ripeterlo al titolo col quale la Madre di Dio si venera in un santuario d’Italia (vedi Riccardi Sant. Celeb. Di Maria Ss.ma t. II, p. 177, Santuario di Santa Maria della Rosa).
[27] Per le dette ragioni alla nota 26 e sugli stessi riflessi, ho distinto la cieca col nome di Angelina in conformità di quella giovinetta, che in Italia in mezzo ad un boschetto le apparve Maria, e le annunziava di voler ivi fabbricato un tempio, sacro al suo culto. Or siccome le qualità morali e fisiche da me concepite per la ragazza da descrivere, le trovava riunite in questa fortunata Angelina, alla quale mentre pascolava le vacche si manifestò l’apparizione della Ss.ma Vergine; così mi spinsi a dimandarla parimenti Angelina onde, al prodigio che io descrivo, associarvi la memoria di un altro (vedi Riccardi storia dei Santuari più celebri di Maria Ss.ma t. II, p. 169, Santuario di S. Maria del Boschetto a Camogli.). la famiglia alla quale apparteneva pur s’ignora, perlochè l’Innominata, l’ho appellata.
[28] Hufeland Enchiridion Medicum mal. Dei bambini. Dizionario delle conversazioni, art. allattamento.
[29] La tradizione raccontando, che la madre e la cieca si portavano a raccolta di erbe selvatiche, ci dimostra che dovea aver effetto o nell’inverno o in primavera; or siccome nell’inverno non si solennizza veruna commemorazione, e che in primavera dopo la Pasqua di Resurrezione trovo un rito che certamente senza un effetto commemorativo non si avrebbe instituito; così pure è cosa regolare assegnare la stagione di primavera per tempo dell’Apparizione.
[30] In quel punto dell’abitato dimorava la famiglia di cui si parla, noi non lo sappiamo.
[31] I nostri vecchi narrano, che la famiglia della cieca era povera, e questo ci contentiamo di registrare.
[32] I poveri, sempre, generalmente vengono guardati con poco interesse. Ma qual non è poi la sorpresa in vederli prescelti alle più grande manifestazioni, da Dio!
[33] Questa collina or è detta della Rocca in memoria del titolo col quale la Madre delle Misericordie si venera come protettrice di Alessandria. Il sito l’abbiamo descritto, e tutte le necessarie notizie si sono anteriormente inserite.
[34] L’erta della quale si tien conto fu abbattuta per posarvi le fondamenta del tempio, e tutt’ora se ne scorgono ad oriente le vestigia. I rovi, il cardo e la ginestra sono le piante che abbondano nei monti alessandrini.
[35] La solitudine ci ravvicina maggiormente a Dio, come quella che non solamente conserva in noi tutti i sentimenti teneri e sublimi, ma accresce altresì tutte le emozioni di una salutare diffidenza; emozioni che sì leggermente smarriscono nel mondo. Zimmermann: morali influenze della solitudine, v. 1 p. 60.
[36] Maria vien detta Redentrice dell’uman genere (vedi S. Alfonso: Glorie di Maria).
[37] Vox torturi audita est in terra nostra. Cant. 13.
[38] Astit Regina a destri tuis psal. 44, Collocatur Maria a Dextris Dei. S. Attanasio de Ass. B. V. M.
[39] Et signum magnum apparuit in coelo: Mulier amieta Sole. S. Giovanni: Apocalis XII. 1.
[40] Et luna sub pedibus ejus: S. Giovanni 1. C.
[41] Et in capite ejus Corona Stellarum duodecim. S. Giovanni 1. C.
[42] S. Bernardino da Siena chiama Maria Arca del Nuovo Testamento: Arca continens Manna idest Christum est B. Virgo quae victoriam contra nomine et  Doemones largitur. La chiesa saluta, nelle litanie Lauretane, Maria col nome di Arca del patto, perché portò nel suo seno l’Autore del Nuovo Testamento.
[43] Paolo ed altri sommi vestiano Gabriele di superne virtudi annunziante alla Vergine il Mistero della Incarnazione del Verbo.
[44] La Chiesa ordinò gli Angelici spiriti in nove Gerarchie o cori, chiamati Angeli Arcangeli, Troni, Dominazioni, Principati, Potestadi, Virtù, Cherubini, Serafini. Noi vestendoli come dimanda la filosofia dell’argomento, ci è piaciuto descriverli come gli espresse Federico Zuccheri nel suo universale giudizio nella cupola di S. Maria del Fiore a Firenze.
[45] Tu dispensatrix omnium gratiarum.
[46] Apud te est fons vitae, et in lumine tuo videbimus lumen Ps. XXX,9.
[47] Da michi lumen, ut videam:
[48] Insegnano i dottori della chiesa che non si possono dare miracoli a nostro particolar vantaggio se pria l’invocazione non proceda.
[49] Adamo, Abramo, Daniele, Giuda Macabeo, S. Giuseppe, S. Paolo etc. videro in sogno Iddio, e ne udirono la voce; dunque non è necessaria la concorrenza della fisica virtù visiva ad osservare le divine cose (taluni scrittori di sommo nome pensano che quello dei suddetti eroi del Giudeismo e Cristianesimo non fu vero sonno, ma astrazione dei sensi esteriori, e quindi visione.
[50] Non abebat ultra spiritum 3. De’ Re Cap. X, 5.
[51] Tota pulcra es. Cant. 4.
[52] Apparuitque ei Dominus in flamma ignis de medio rubi. Esodo cap. III, 2.
[53] Ecce Ego, quia voxasti me. 1 de’ Re III, 6.
[54] In die honorum ne immemor sis malorum: Ecclesiasticus c. XI 27.
[55] La dilezione è un amore accompagnato da scelta e da elezione, come la parola stessa lo dinota. Concilio di Trento: S. Tommaso così pur insegna.
[56] Ego diligentes me diligo. Prov. VIII 17.
[57] Protegam urbem istam, IV de’ Re, X, 6.
[58] Et clamaverunt ad Dominum cum tribularentur; et de necessitati bus eorum eripuit eos. Salmo CVI, 6.
[59] Facientque mihi sanctuarium, et habitabo in medio eorum. Esodo C. XXV, 8.
[60] En ergo stabo ibi coram te, super petrama Uoreb; percutiesque petrama, et exibit ex ea acqua, ut bibat populus. Esodo cap. XVII, 6. Et facies misericordiam in milliam his, qui deligunt me, et custodiunt praecepta mea Esodo cap. XIX 6 (39).
[61] Oculi quoque mei erunt aperti, et aures meae crectae ex ea; omnis armatura fortium. Cant. 4, 4.
[62]Ego murus et ubera mea sicut turris quae aedificata est cum procugnaculis; mille clypei pendent ex ea; omnis armature fortium. Cant. 4,.
[63] Haec dices domoi Jacob, et annintiabis filiis Israel. Esodo c. XIX, 3.
[64] Elegi enim, et santificavi locum istum, ut sit Nomen Meum ibi in sempiternum, et permaneant oculi mei et cor meum ibi cunctis diebus. Esodo c. XIX, 16 (40).
[65] Domine, bonum est nos hic esse: S. Matteo c. XVII v. 4.
[66] Non credent mihi neque audient vocem meam, sed dicent: …non apparuit tibi. Esodo. Cap IV, v. 1.
[67] Si non crediderint inquit, tibi, neque audierint sermonem signi prioris, credent verbo signi seguenti. Esodo. IV,8.
[68] Nunc ergo surge et egredere de terra hac revertens in terram nativitatis tuae. Genes. Cap. XXXI, 13
[69] Custodite omne mandatum quod praecipio vobis hodie. Deuter c. 27, VI.
[70] Quomodo aperti sunt tibi oculi. S. Giovanni Evang. C. I, 40. X.
[71] Tale è il linguaggio degli alessandrini favellando di persone cieche.
[72] Portella è nome di un luogo ove a mezzodì cominciano i fabbricati del Comune; in una Cappelluccia esiste ivi una statuetta della Madre di Dio della Rocca.
[73] Il largo del Carmelo fu teatro di sorprendentissimo  prodigio operato da Dio per mezzo della Nostra Signora sotto l’Augusto titolo del Carmelo. Ho inteso sempre narrare una storia, della quale credeva, che esistevane la semplice tradizione a voce, ma in occasione di ricerche di documenti pell’introduzione del culto della Vergine della Rocca, osservai ch’essa fu consegnata alla scrittura, ed io da quest’ultima fonte, non che dalla prima ho attinto le seguenti notizie (vedi ruolo di S. Alberto pag. 537 conservato nella libreria dei rev. Padri Carmelitani di Alessandria): Antonino Scorciapino sergente e segreto di Alessandria toccato il colmo delle scelleragini, dal seno del peccato in cui giacea venne strappato dagl’Infernali Spiriti onde strangolarlo sul monte che ad Oriente della strada Barresi in Alessandria si alza (oggi questo monte è detto calvario), per così scontare il fio dei suoi falli, e a pubblico esempio, la sua malnata salma vedersi il giorno appresso pendente dall’infame patibolo. Quell’uomo alimentato di delitti, volgea devoto sguardo alla Madonna del Carmelo, che pregava a soccorrerlo nei giorni suoi di lutto. Sulla piazza del Carmelo era già stato condotto sur una sua propria sedia lo Scorciapino per tradurlo sul luogo del supplizio, quando Antonino rammentandosi della Madre delle Misericordie, l’invocò, e in quell’estremo bisogno, Maria pronta alle preci scacciò gli Angeli ribelli, che in fuga volti e sconfitti lasciavano la preda: la Madre di Dio accolse ai suoi piedi il pentito Scorciapino e porgendole la mano sino all’altare guidò, ed ivi il reo graziato si genuflesse. Il mattino i religiosi di quel Convento seppero il fatto, ed accettato per frate il Scorciapino, questo tutto donò al Convento, e vestì (ottenuta la dispensa pontificia) l’abito Carmelitano, ed insignito dell’eccelso carattere del sacerdozio le fu imposto il nome di Francesco. La sua vita religiosa fu esemplarissima. La sedie sulla quale veniva condotto dai Demoni, Scorciapino, osservasi tutt’ora nei padri Carmelitani.
[74] La strada Barresi prese questo nome da D. Carlo Barresi, Barone della Pietra e Signore di Alessandria. Questa strada divide in due parti il Comune dall’alto in basso in linea retta. La sua estensione superficiale è la seguente: lunghezza metri 758,8 e larghezza metri 13,39.
[75] Volendo conservare una qualche unità nel tempo dell’azione, ho descritto l’arrivo della cieca in Alessandria all’ora cosi detta delle Salve, che vien segnata due ore circa dopo lo spuntar del sole.
[76] Non vale la pena di spender parole nel descrivere quale fosse stato l’uffizio dei Giurati e del Capitano, giacché tutt’ora esistono notizie precise sull’oggetto, anche nel volgo.
(*)  Annotazione finale.
[77] Sin dal 1754 la recita del divino officio s’è fatta con più solennità. In quell’anno essendo vescovo di Girgenti D. Pietro Gioeni sotto il pontificato di Benedetto XIV, l’arciprete di Alessandria D. Francesco Andrea Guerrero di unita ad un certo numero di Preti, umiliò supplica per organizzarsi la sacra Distribuzione onde eseguirsi più solenne la recita del divino officio; Sommettendole, che diversi fedeli all’uopo aveano assegnati onze 56 annuali per n. 9 distribuzionari alla ragione di onze 6 per uno. A tale pia opera si unì pure L’ecc.mo signor principe di Resuttano e promettea assegnare la somma convenevole per altri due distribuzionali, ed un terzo l’università autorizzata dal tribunale del Real Patrimonio. La supplica del parroco venne accolta, e si organizzò la sacra Distribuzione, alla quale fu concesso poter vestire l’armuzio nero. Tutti gli altri distribuzionali esistono, quello del comune si trova soppresso da più anni.
[78] Il rappresentante del Barone veniva chiamato Segreto o Governatore, il quale concentrava grandi attribuzioni.
[79] In quei tempi esistevano: la Confraternita del S.S. Sacramento e delle anime del Purgatorio (vedi Rocco Pirro: Sicilia sacra).
[80] Salmo XXXIII, v 18 Eccles. XXXV, 26.
[81] Nei giorni di sabato presso Rocca incavalcata si udivano degli angelici suoni, pel fatto s’era rapportato. La fiamma però al chiaror della luna l’ho scritto io, figuratamente volendo esprimere che sulla Rocca Maria dovea manifestarci il grande amore per noi, e similmente il detto del legnuolo onde far intendere che non era lecito di avvicinarsi a scoprire il sommo divino pegno, se non a colei che Maria presceglieva tra gli Alessandrini. Non deve far stupore se il volgo si trattiene con piacere sul racconto delle cose meravigliose, giacché S. Agostino dice che le anime ben edificate hanno maggior dolcezza nel credere le cose che sono più difficili e più meravigliose (Tratt. Dell’amor di Diop. 11 e 12); e poi lo stesso Agostino Santo soggiunge: si sanno appena i miracoli benché magnifici nel luogo ove son fatti, e benché si raccontano da quelli che li hanno veduti, si credono appena, non però lasciano di esser veri (1. c.). Di tutto quello che abbiamo detto sinora dovete ritenere in rigore di verità le parole della tradizione, mentre nel racconto abbiamo dato campo alla fantasia e con essa ci siamo trasportati a contemplare quei tempi. 
[82] Viaggio ai santuari di Orta, Varallo ed Orapa (Milano) 1830.
[83]Alessandria della Pietra (così detta dall’antico Castello della Pietra di Amico) rimonta ad un’epoca superiore a quella voluta dagli storici. Tutti son di accordo quasi a stabilire l’anno 1570 per la fondazione del Comune (Rocco Pirro, Burugny, Mongitore, Amico, Ferrara) ma, da quanto esporremo, sembra doversi ripetere l’origine alquanto più anteriore. Nel 1589 a 6 ottobre, D. Carlo Barresi stabiliva un convento pei padri Carmelitani sotto il glorioso titolo della gran Madre di Dio, Maria Annunziata (vedi gli atti di not. D. Girolamo Cutrona di Bivona Ruolo di S. Elia dell’archivio sudetto a f. 1.) . Nel cennato strumento si dice che D. Carlo edificò il paese chiamato Alessandria ove abitavano gran numero di cittadini. La compra del patronato della Madre chiesa fatta dallo stesso importa, che già esisteva il tempio in parola, e la sua ampiezza dimostra che la popolazione dovea essere vistosa; or se questa compra ebbe luogo nel 1593 (vedi gli atti di not. Pietro Deundo) non v’è dubbio che l’origine del Comune dovea essere di più antica data, che del breve corso di anni 23 a contare dal 1570, epoca storica. A 16 ottobre 1816, in un atto pubblico così scrivevasi <<D. Carlo Barresi barone della Pietra e signore della terra di Alessandria, fondatore e restauratore della predetta terra … sommo studio pose non solo in ingrandire le cose ecclesiastiche degli antichi, ma introdurre delle nuove, e l’introdotte aumentarle di tutto il necessario per il comodo e il beneficio dei cittadini (vedi l’archivio dei rev. Padri Carmelitani in Alessandria nel ruolo di S. Elia p. 791). In detto giorno instituiva una fiera di giorni 13 con tutte le possibili franchigie (vedi gli atti di notar D. Tiberio Quaranta). Svolgendo gli atti notarili dei primi anni del 1600 si trovano delle notizie su una chiesa fuori le mura detta di S. Marco, un’altra chiesa del convento di S. Antonio sita nel feudo prato in vicinanza dei fabbricati, due confraternita ed altri pii stabilimenti che fan credere Alessandria più antica dell’epoca storica. Un argomento incontrastabile è quello  che per poche centinaia di abitanti, che in alcuni lustri si avrebbero potuto adunare, non facea d’uopo di tante chiese, mentre alle numerate dobbiamo aggiungervi la chiesa della Consolazione (sita nel punto della strada Barresi, ove son poste le case che attualmente abita il Dr. D. Ludovico Amorelli) , la chiesa di S. Anna, il Convento dei minori Conventuali, e infine la chiesa di uno speda letto fabbricato nel 1625. Con taluni documenti alle mani, io mi portai a credere che Alessandria da poco tempo pur esisteva quando D. Nicolò Barresi nel 1542 comprava la Baronia della Pietra.  
[84] La tirannia baronale obbligava i pacifici cittadini ad emigrare dalla loro patria per trovare altrove miglior ventura.
[85] Ciascuno conosce le pagine di sangue che la storia ha registrato in quell’epoca, e talune di queste resteranno sepolte e del tutto ignote.
[86] L’impero dei baroni ebbe origine sin dal tempo dei Normanni. I baroni erano vicari del Re nei loro feudi, regi uffiziali, giudici perpetui, dei suoi vassalli avendo le facoltà medesime, o privilegi ch’ebbero gli antichi governatori delle province; quindi potevano decretare leggi, formar corte particolare, di uno o più giudici, o altri uffiziali coi quali reggevano la civile e criminale giustizia, e passavano anche ai castighi  di ogni sorte, e sin alla pena dell’ultimo supplizio. L’impero dei baroni si distingueva col patibolo delle forche che piantavano nei luoghi sudditi per dinotare l’autorità.
[87] Questa è l’origine della quale si ripete Alessandria; essa offriva sicuro asilo agli infelici vassalli massacrati dai barbari baroni, trovando in questa nuova terra colui che paternamente li reggeva.
[88] Le fabbriche di Alessandria furono innalzate nel feudo Prato.
[89] La tradizione rapporta che il primo tempietto in questo Comune eretto si fu, quello di S. Nicolò di Bari.
[90] Ho detto “i primi abitatori” considerando per tali coloro che in quei tempi di cui favello vi si trovavano domiciliati.
[91] Dalle ragioni avanzate nella nota 72 si osserva l’incremento istantaneo della popolazione.
[92] Di D. Carlo Barresi intendo far parola; egli era il barone della Pietra D’Amico in tal’epoca, e fu il primo principe di Resuttano di quell’illustre famiglia.
[93] Inseriamo alla fine tutte le notizie che abbiamo sull’assunto raccolte.
[94] Furono erette da D. Carlo Barresi nel 1592 il convento dei P Minori Conventuali e il convento del Carmine nel 1589; fu comprato il patronato della Madre Chiesa nel 1593, e assegnate le convenevoli rendite pel buon mantenimento di questi religiosi edifici, oltre a tant’altri particolari doni profusi per gli stessi oggetti.
[95] Se non offriva dei vantaggi positivi, certamente che la popolazione in sì breve tempo non potea toccare la meta alla quale pervenne.
[96] Non sappiamo il modo come avvenne questa traslazione, ma probabilmente dovea essere così e non altrimenti.
[97] Negli affari religiosi il popolo bisogna essere trattato con circospezione e somma avvedutezza; il vedersi sottratto il simulacro, sembrava una cosa dura, quantunque ciò facevasi col suo assenso, se vero assenso chiamar potevasi.
[98] Cant. XXI. Domenico Castorina: Il Napoleone a Mosca.
[99] Si è detto che l’apparizione della Vergine dalle parole stesse della tradizione si scorge essere avvenuta in primavera; or non potendo trovare ragione del perché la festa si solennizzasse in agosto e nell’ultima domenica, penso che forse fu stabilita così in commemorazione dell’arrivo della copia della statua che portarono da Palermo.
[100] Giusta l’autorità di Rocco Pirro ammettiamo le due confraternite del S.S. Sacramento, e delle anime del Purgatorio.
[101] Inno popolare del Dr. Vincenzo Navarro.
[102] Il Colchico vien detto autunnale perché fiorisce in autunno: i suoi rosei fiori annunziano l’arrivo dell’inverno.
[103]Esistevano nel 1608 n. 5 frati dell’ordine dei Minori Conventuali (Rocco Pirro, Sicilia Sacra).
[104] Il convento dei padri Carmelitani fu eretto nel 1589.
[105] Il rito di cui si parla s’introdusse nella cattolica chiesa della consacrazione, che dei sacerdoti, delle vesti, degli altari, venne da Dio ordinata, e la cui formula fu insegnata da Dio stesso ad Aronne ed ai suoi figli sacerdoti.
[106] La tradizione si è perpetuata oltre del racconto popolare, pella voce del predicatore quaresimalista, il quale in ciascun anno in tal giorno assegnato è obbligato a recitare un’orazione panegirica in onor della Vergine della Rocca, nella quale deve intessere la storia del aftto, e presentare agli Alessandrini quegli esempi di Scrittura che al sublime titolo competono. Io ne trascrivo le principali fonti partendo dalla spiegazione letterale, e quindi numerando della Bibbia Sacra i capi e i versi che li serbano.  
[107] Questo giorno è detto il sabato dei Borgesi perché a loro spese si solennizzava.
[108] La fine della cieca si ignora, ma possiamo credere, fondati sul provabilissimo, che essa dovette essere di ammirabili costumi e devota alla Vergine della Rocca per sentimento di gratitudine. Noi tralasciamo or farne più parola nella nostra prosa, giacché essendone il solo obiettivo l’introduzione del culto della Vergine della Rocca in Alessandria, ne abbiam detto quanto poteva desiderarsene. 
[109] Queste replicate visite al Santuario si chiamano dai naturali di Alessandria, il mese della Madonna, e da taluni la quindicina, qualora adempiono a tal pio esercizio per la metà del mese.
[110] Quod potui feci. Marziale.
[111] Tommaso Grossi. I Lombardi.
[112] Nel 1843 siamo stati testimoni di un tal disastro nel quale la Madonna ci sovvenne.
[113] D. Castorina. Op. cit.
[114] T. Tasso, “Gerusalemme liberata”, pag. 225
[115] In tutti gli infortuni portano processionalmente il simulacro della Madonna della Rocca, or con la più splendida solennità, or in divise di penitenza, dal Santuario alla Parrocchia ove da più anni s’è fabbricata una cappella, e quindi si espone sull’ara maggiore in quei pubblici bisogni alle comuni supplicazioni. Alessandria in tutti i disastri, come un tempo Israele a Sion, ha il cuore e gli occhi rivolti a quel sacro monte, e si può dire come si disse di Sion <<Ivi David edificò un altare al Signore, ed offrì olocausti ed ostie pacifiche, e Iddio si rese propizio ad Israele>>.
[116] Parimente nel 1846 in quella terribile siccità noi siamo stati da Maria sovvenuti.
[117] La peste è un flagello pensato dalla Divinità per l’ingratitudine degli uomini (Esodo c. 15), ed io appigliandomi al sentimento dei santi Padri i quali fondati sulla divina Scrittura riconoscono l’origine della peste dalla vendicatrice Giustizia, ho opposto quell’epigrafi innanzi alla segnatura, giacché altro scampo non v’era se non l’intercessione dei Santi, e per mezzo della penitenza. Or siccome le scritture ci portano a riconoscere che l’apparizione di Maria e l’invenzione della statua fu circa il 1630, così io sulla guida degli uomini sommi nello scrivere delle cose ecclesiastiche, mi sono portato a collocare l’apparizione di Maria nel 1624, come ché la Vergine suole dimostrarsi non al conforto soltanto della persona graziata, che ne fu il primo scopo, ma bensì anche all’apertura di una sorgente di grazie per i popoli che hanno la bella sorte di meritare un sì distinto favore (Santi d’Italia, Riccardi), e quindi si vede chiaramente che Maria in quell’estremo bisogno forse ebbe a sovvenire gli Alessandrini manifestandole il patrocinio. Non avendo però delle prove capaci di dimostrare questo fatto ad evidenza, io avverto a ritenere quanto s’è detto nell’articolo della peste, come un solo racconto, e non darle alcuna importanza religiosa se prima non avrò dimostrato con limpidissime testimonianze quanto ho superiormente scritto. Che in Alessandria in quei infierì un male contagioso lo troviamo registrato più fiate negli atti notarili del 1628, in argomento d’inventari, e Amico nel suo Lex icon Topograficum così dice: Alexandrini … luem olim afflati. Resta qui articolo apparizione dir qualche parola sulla opinione ormai accreditata da molti teologi, se Maria in siffatte apparizioni si mostrava personalmente, o pur per Lei alcun Angelo?
[118] Nel 1624 sull’alba di maggio spuntava in Sicilia l’astro di morte. La ricompra di taluni cattivi si operò e con l’argento, e fu ratificata colla perdita di migliaia d’uomini. Un Galeone li conduceva da barbaria e seco importava delle lane, lini ed altri oggetti depositari di materiali contagiosi. La città di Trapani soffrì la prima strage, e Girgenti e Palermo e della Sicilia tutta pochi punti solamente la scamparono alla terribile sciagura. E nel 1625 oltre ai su mentovati comuni Scicli, Castronuovo, Racalmuto, Grotte, Cammarata, Modica etc. furono visitate a preferenza dalla spaventevole catastrofe, e lo stendardo di morte sventolava per ogni casa. Gli Alessandrini in tal generale disastro pur furono compresi.
[119] L’influenza meravigliosa del patrocinio di Maria non si può meglio esprimere che coll’immagine del Profeta >come l’umore del monte Hermon che scende sul monte Sion>> Sal. CXXXII. 3.
[120] Dott. Giuseppe Tortorici da Cattolica miope da più tempo passò alla cecità completa. Nel 1846 si parlava della devozione degli Alessandrini pella Madonna della Rocca e delle sue grazie e miracoli; e precisamente poi si tenne discorso sulla Pietra di Grazia che trovasi vicino al Santuario. Il Tortorici preso conto distinto di quanto narravasi, e desiderando avere quelle pietre così dette di Grazia, fece inchiesta e le ebbe da un Alessandrino, che ivi trovavasi. Ottenuti questi mistici sassolini, se li posava sugli orbi lumi, e un giorno con somma sorpresa destosi dal sonno vide coloro che l’attorniavano e il luogo ove stavasi. La sua vista è nello stato di miopia come prima, ed attualmente cammina senza guida con generale ammirazione dei suoi comunali. Questo fatto a me è stato attestato da molti testimoni oculari. Nell’annuario della Vergine della Rocca che comincerò a compilare annetterò una scrittura autografa che il fatto attestasse.
Ignazio Salvo di anni 3, Alessandrino, cadeva da un alto balcone, e stramazzò tramortito a terra. Egli era privo di sensi interni ed esterni; un’otorragia spaventevole accompagnavasi agli altri letali sintomi. La madre sua invocò la Vergine della Rocca, ed in pochi giorni il fanciullo guarì. Un tal successo ebbe luogo nel 1838 ed esiste una pittura innanzi all’altare in mezzo al tempio ove è dipinto il portento, e l’inscrizione che ne segna i particolari.
Nell’ex feudo di Pollicia, nel 1836, trovasi un  colono di altra provincia, che stava intento alla raccolta dei grani. Un Alessandrino le chiedea l’elemosina per solennizzarsi la festa, l’ultima domenica di agosto; quel colono guardò con un sorriso di dispregio colui che a nome di Maria la domandava e facendosene beffa lo licenziava. In breve ore il colono divenne cieco perfettamente; si avvide dell’errore e implorando venia con verace pentimento pria delle ore 24 vede altra volta.
Si parla del feudo di Pollicia di pertinenza degli eredi di Don Giuseppe Cossentino. Questo fatto fu sì notorio ed evidentissimo che il degno Arciprete Pellitteri lo annunziava al pubblico.  

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