Miracoli

Miracoli della Vergine della Rocca

Introduzione

Sta per arrivare la primavera del 2020 in un momento molto difficile per la nostra comunità e per tutto il mondo: un virus molto aggressivo (Covid-19) sta mietendo vittime su tutta la terra e, per combatterlo, le Istituzioni hanno dettato ai cittadini una serie di norme da rispettare rigorosamente e che impongono un vero e proprio auto-isolamento, al fine di evitare contatti con conseguente rischio contagio. Siamo obbligati ad evitare contatti all'infuori della famiglia; sono state sospese le celebrazioni religiose e tutte le manifestazioni pubbliche; chiuse le scuole. Non resta che pregare all'interno della chiesa domestica che, nei momenti difficili, ogni cristiano riesce a mettere in pratica. Sono proprio questi i momenti dai quali il credente riceve la sollecitazione a tuffarsi nell'amore per Dio, per se stesso, per il prossimo; trova la forza per non arrendersi di fronte alle difficoltà, e cerca nel Padre Eterno l'energia per continuare a lottare per la vita. E' questo il momento per contrastare la secolarizzazione della società ravvivando la fede, attingendo nella preghiera e nell'azione quotidiana la determinazione per contribuire a realizzare una nuova evangelizzazione caratterizzata da costanti azioni di vita dettati dalla parola di Dio.
    In questo clima, ho sentito il bisogno di rituffarmi in un lavoro - di ricerca, riflessione, discernimento - interrotto da un po' di anni, che mi aiuta certamente ad affrontare con più serenità il difficile momento, ad utilizzare meglio il tempo e, se possibile, tentare di svolgere l'importante ruolo di pastore nella mia chiesa domestica.
        Sono convinto che questo che stiamo vivendo, con grande preoccupazione per la nostra salute, potrebbe diventare l'anno della FEDE: dobbiamo rimetterci alla ricerca di Dio attraverso la Vergine della Rocca che, come promesso nel lontano 1624 - apparendo, su una Rocca di pietra bianca, ad Alessandria della Pietra - è sempre accanto ai suoi figli per proteggerli e indirizzarli a Dio nostro Padre.
        Nel dubbio che oggi, immagino, assilla, insidia tanti cristiani, come non aggrapparsi alla verità della Rocca, ai tanti eventi miracolosi o prodigiosi che la Madre di Gesù ha realizzato per i suoi figli devoti. Quale momento migliore, se non questo, per cercare Dio attraverso la Vergine S. S. che scelse il popolo Alessandrino per offrirgli il suo Patrocinio e la sua protezione per sempre? Io ho deciso di farlo con la gioia nel cuore.
     Il momento difficile diventa per me opportunità per vivere la fede provando a trasmetterla. Trasmettere la fede equivale a testimoniare l'amore per il Padre e per le sue creature. Non basta recitare il Credo per sentirci credenti, ma dobbiamo saper trasmettere amore a chi ci sta vicino e al fratello, anche lontano, che ha bisogno, cercandolo e non aspettando che sia vicino. Se abbiamo ricevuto la grazia di credere - la fede - dobbiamo impegnarci a trasmettere a gli altri il bene ricevuto. E' questo il compito che il cristiano deve svolgere nella propria comunità; lo stesso compito affidato alla Chiesa. La Chiesa deve spalancare la propria porta per attrarre, accogliere, mai respingere. La fede si trasmette attraverso la costante testimonianza dell'amore in ogni azione della vita.
       La fede, dono di Dio, ci è giunta, in molti casi, dalle mani, dalla bocca delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono state la memoria viva di Gesù Cristo all'interno delle nostre case. E' stato nel silenzio della vita familiare che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che la fede è giunta alla nostra vita. E' stata questa fede semplice ad accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini del cammino della nostra esistenza.
       La famiglia deve ritornare a svolgere quella importante funzione di Chiesa domestica. I genitori devono ritagliarsi - così come facevano le nostre nonne - dei momenti, anche brevi, nella loro frenetica vita, per riscoprire, assieme ai figli, la bellezza e ricchezza del loro ruolo di trasmettitori della fede, e non aspettare - come fa la stragrande maggioranza - il catechismo in parrocchia o la saltuaria partecipazione alla Messa della domenica.
       Chi crede deve sentire come un  dovere l'impegno di testimoniare la Parola di Dio per sollecitare curiosità in chi crede. La curiosità può risultare il primo importante passo che, accolto, sostenuto e incoraggiato dallo Spirito santo, possa spingere alla ricerca di Dio.
       Il credente deve testimoniare costantemente il suo "sentire" la presenza di Dio, il suo amore, il suo darsi agli altri, la sua disponibilità a fare la volontà del Padre.
        Trasmettere testimoniando! facciamolo a casa - all'interno della nostra chiesa domestica - e non soltanto in momenti difficili, ma costantemente. Certo dobbiamo rivedere le nostre abitudini, la nostra vita. Chi in questi giorni di paura non sta già pensando che il nostro futuro sarà completamente diverso da quello che ognuno ha progettato? Andrà tutto bene! Ripartiremo! Vivremo una realtà socio-economica che soltanto gli ultra cinquantenni possono immaginare proprio perché hanno conosciuto e vissuto cambiamenti epocali. Ci preoccuperemo di procurarci il necessario e mai più il superfluo. Saremo costretti a rivedere tutto, a riorganizzare la nostra esistenza in rapporto alla realtà. Rivedremo il nostro rapporto con Dio. A casa, coinvolgiamo, già in questo periodo, i nostri figli, nipoti - se abbiamo la fortuna di averli vicini - trasmettiamo i valori che abbiamo ricevuto dai nostri nonni, dai nostri genitori, ma anche dai nostri catechisti, dai sacerdoti. Testimoniamo le nostre esperienze importanti vissute nell'ambito familiare, nell'oratorio. 
         Essere cristiano significa essere fecondo nella trasmissione della fede, cioè trasmettere agli altri con la testimonianza quanto di importante per la nostra formazione umana e spirituale abbiamo ricevuto. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia di credenti che sono stati molto efficaci nel trasmettermi la fede. I miei nonni materni - coi quali ho dormito, nello stesso letto, tantissime volte - mi hanno insegnato a pregare, mi hanno fatto innamorare di Gesù, di maria, san Giuseppe, San Giovanni Battista; mi hanno trasmesso la fede anche con i loro esempi caratterizzati dall'amore, dalla generosità, dal rispetto per gli altri, dalla carità per i bisognosi, dall'amore per il creato, dal sentimento del perdono e dall'assenza di sentimenti di odio. Mia nonna Vincenza, devotissima a Maria S.S. della Rocca, oltre alla preghiera, mi ha insegnato i canti dedicati alla Madonna nel nostro dialetto. Cantare a Maria equivaleva a pregare. E' ancora vivo in me il ricordo della della preghiera che concludeva il nostro momento dedicato a Gesù e Maria, prima di addormentarci: <<Santa Vergini Maria, nni faciti cumpagnia nni sta valli disulata>>. Con questa frase si invocava la protezione di Maria per noi e per l'umanità intera. Mia nonna è riuscita a farmi incontrare Maria trasmettendomi quanto le era stato trasmesso da sua madre, una vera ricchezza rappresentata dalla fede. La forte devozione alla Vergine della Rocca è alla base del mio credere; la colonna portante di una vita caratterizzata dall'amore, dalla testimonianza degli effetti benefici che l'amore produce, dalla costante ricerca di Dio.

Il miracolo

 Nella mia lunga carriera professionale ho sempre cercato nella Parola di Dio le fondamenta su cui sviluppare ogni attività formativa-educativa. Ho tentato tantissime volte di coinvolgere i giovani nella ricerca di Dio e non mi sono mai arreso di fronte alla inadeguata partecipazione degli alunni sui temi della fede e dei valori che ne derivano. Mi sono ricordato sempre che Dio non impone ma lascia liberi di scegliere.
         Conoscere Dio non è stato mai semplice per l'uomo di qualsiasi epoca, ma oggi è diventato ancora più difficile. Se Dio non si fosse rivelato, i cristiani, oggi, sarebbero molto di meno sulla terra. La rivelazione di Dio all'uomo è trasmessa attraverso la Sacra Scrittura, la Tradizione. Per l'uomo del terzo millennio è davvero difficile credere che tutto quanto ci è stato trasmesso sia veramente la parola di Dio. Lo sviluppo tecnologico, scientifico, culturale in generale spinge in direzione diversa, se non opposta a quella verso Dio. E' facile che un giovane, oggi, dica: << non posso credere a quanto scritto da persone prive di una formazione culturale, vissute oltre due mila anni addietro; ne, tanto meno, posso credere alla Tradizione trasmessa da generazione in generazione dalla preistoria alla venuta di Gesù sulla terra>>.
      Molti teologi, nel corso del secondo millennio, hanno insegnato che la Rivelazione contiene molti segni che, oltre al progetto di Dio per l'umanità, mostrano il suo intervento nella storia e rendono credibile la sua Parola.
       Per credere a Dio che si rivela è necessario conoscere già qualcosa di Lui. Tutto quanto ci è stato insegnato al Catechismo - la Tradizione che costituisce la prima parte della Bibbia, la genesi - ci ha predisposti a credere che Dio esiste e che ricompensa coloro che lo cercano. Abbiamo creduto nella storicità della sacra scrittura, cioè che quei testi antichi trasmettono eventi, fatti realmente accaduti. Si tratta di fatti tramandati oralmente, ma che costituiscono le fondamenta del nostro credere, la strada tracciata da Dio attraverso i profeti perché noi possiamo cercarlo senza il rischio di perderci.
       Il miracolo - fatto sensibile che desta straordinaria meraviglia - attesta la presenza e la potenza di Dio. Il miracolo, infatti, non è altro che la testimonianza, attraverso un intervento assolutamente straordinario, della presenza attiva di Dio sulla terra.
   Quando interrompiamo la nostra frenetica corsa quotidiana contro il tempo - anche se succede molto raramente - e proviamo a riflettere sulla nostra vita, ci rendiamo conto di quanto sia meravigliosa, il più grande miracolo operati da Dio.
    La parola “miracolo” dal latino mirari meravigliarsi – significa ciò che meraviglia, ciò che ai nostri occhi appare al di fuori dell’ordinario, o, addirittura, ciò che sembra impossibile perché se ne ignorano le cause.È ovvio, infatti, per la ragione, che ogni effetto ha una causa proporzionata; e questo proprio perché il nulla non fa nulla, in quanto appunto non c’è. Tutto dovrebbe destare meraviglia! Certamente la meraviglia di fronte alla magnificenza del creato ha generato nell'uomo la passione per la scienza e, di conseguenza, per la ricerca e lo studio.
        Per la Chiesa, possono compiere miracoli: Gesù, i Santi e i discepoli di Gesù. Secondo l'interpretazione teologica tradizionale, Gesù fece dei miracoli per accreditarsi presso gli uomini come figlio di Dio. Oltre a proporre la sua dottrina, per dimostrare la sua natura, Gesù esibì pubblicamente alcuni dei poteri che si ritenevano peculiari della divinità. Producendo miracoli, prodigi e segni, Gesù avrebbe dimostrato la sua potenza, e, dunque, la sua natura divina, confermando, inoltre, certe visioni profetiche, che avrebbero preannunciato la sua venuta. 
         Sono innumerevoli le volte che Dio ha permesso alla sua e nostra Madre di apparire, per sollecitarci ad una fede viva, alla preghiera quotidiana per il bene delle nostre anime, ma anche per richiamare l’umanità alla conversione in momenti storici di particolare pericolo spirituale e materiale. 
         Le apparizioni della Madonna – quelle documentate sono circa 1800 – sono assai più numerose di quelle di Gesù stesso, invece rare, e sono avvenute in tutto il mondo, con particolare concentrazione in Europa, e in questi ultimi due secoli.                                         
      Il più grande studioso e ricercatore delle apparizioni della Vergine Maria, René Laurentin, sostiene che nella storia ci sono state 2400 apparizioni mariane, di cui la Chiesa ne ha riconosciute una quindicina. Molte di queste sono state apparizioni private, che hanno avuto “eco” locale; quasi sempre, nei luoghi dove sono avvenute, sono sorti Santuari mariani, che oggi, però, conoscono crisi di fede e di partecipazione di pellegrini, ad eccezione dei più noti Lourdes, Fatima, Madjugorie. 
      Vittorio Messori, giornalista e scrittore - tra i più impegnati e noti che si occupano del tema - quando decise di occuparsi del miracolo avvenuto a Calanda - in Spagna nel 1640 - era incredulo come tutti i razionalisti - Voltaire, Renan, Zola - che chiedevano un segno talmente chiaro da essere accolto dall'intera umanità, senza alcun dubbio. I razionalisti volevano una prova certa dell'intervento di Dio: la ricrescita di una mano, di una gamba amputate in precedenza. quei filosofi non conoscevano il miracolo di Calanda; non sapevano che Dio, nel 1640 in Spagna, li aveva accontentati. 
      Nel 1637, a Calanda, nella regione di Aragona in Spagna, un giovane contadino – Miguel Juan Pellicer – molto devoto alla Vergine del Pilar di Saragozza, mentre lavora nei campi è vittima di un incidente: cade a terra nel momento in cui sta transitando un carro, carico di frumento, che gli schiaccia una gamba, sotto il ginocchio, provocandogli una brutta frattura della tibia. Il giovane animato da una fede solida ed essenziale, decide di recarsi a Saragozza per mettersi sotto la protezione della vergine di Pilar. Con la calura estiva si mette in viaggio per 50 giorni e giunto al santuario di Saragozza, quasi moribondo, si affida alla Vergine: “pensaci Tu perché sto per morire”. Gli viene amputata la gamba per salvargli la vita. Rimane in ospedale per un anno e ne esce con una gamba di legno, due stampelle e una specie di patentino che gli dava la possibilità di esercitare la professione di mendicante. Tutti i giorni, per due anni e mezzo, davanti alla porta del Santuario del Pilar chiede l’aiuto delle persone. Alla sera, quando il Santuario chiude, Miguel si cosparge il moncone della gamba con un po’ d’olio consumato dalle lampade del Santuario, nonostante che i medici, dai quali è visitato periodicamente, lo ammoniscano inutilmente. Miguel rientra nella sua città e il 29 marzo del 1640 avviene il miracolo. È giovedì, intorno alle ore 23, dopo cena, decide di andare a letto. Ripone la protesi di legno e le stampelle e va a dormire nella camera da letto dei genitori, perché ha ceduto il proprio giaciglio ad un soldato di passaggio, ospitato quella sera. Poco dopo, anche i genitori decidono di andare a letto. La madre entra per prima nella camera e sente uno strano odore, poi nota che, dal mantello un po’ corto che copre il figlio spuntano due piedi. Nella camera, richiamato dalla donna, giunge anche il padre di Miguel. I genitori credono che si tratti del soldato che ha sbagliato stanza, ma, sollevando il mantello, scoprono che si tratta del proprio figlio. Miguel dorme profondamente, ma ha riattaccata quella gamba che, due anni e cinque mesi prima, gli era stata amputata. Non si tratta di una gamba qualsiasi, ma proprio della sua, con tutte le caratteristiche e le cicatrici del suo arto. I genitori svegliano Miguel che stava sognando – dirà – di essere a Saragozza nella cappella della Vergine del Pilar e che si ungeva la gamba con l’olio. Un miracolo straordinario che soltanto Dio può compiere. Le prove ben fondate e ottimamente documentate dell’avvenuto miracolo dimostrano che Dio esiste. Il miracolo viene attestato solo sessanta ore dopo da tutte le autorità locali. Per intercessione della Vergine del Pilar, a Miguel era ricresciuta la gamba che gli era stata amputata due anni e cinque mesi prima. La gamba ricresciuta al giovane spagnolo mostrava i segni già presenti nell'arto prima dell’amputazione e conosciuti benissimo da tutta la sua famiglia: i segni del morso di un cane – una brutta esperienza di quando era bambino – e una profonda cicatrice conseguenza di un altro incidente. Basta per credere?                                                        
     Calanda non è certamente una città-santuario come Lourdes: in essa non si trovano bancarelle, souvenir, alberghi per accogliere i pellegrini, ma c’è una piccola chiesa, anonima, che mostra ancora oggi, dopo tanti anni, i segni della devastazione prodotta dalla guerra civile; sopra la porta d’ingresso una gamba stilizzata ricorda l’evento del lontano 1640; all'interno si trovano dei modesti affreschi che mostrano degli angeli nell'atto di riattaccare la gamba a Miguel Joan; il tutto è un modesto edificio per la preghiera dei credenti sul punto esatto in cui avvenne il miracolo.                                                                                  
         Anche a Saragozza, nel Santuario di Maria S. S. del Pilar, la realtà non è tanto diversa da quella di Calanda.                                                                                                             
          In un’epoca di secolarizzazione come la nostra, il vero miracolo è la Fede della gente che si reca in quei luoghi per pregare, per chiedere a Maria di intercedere presso Gesù affinché renda migliore la propria vita. È naturale chiedersi come mai un evento così importante ed unico sia rimasto nell'oblio, per così tanto tempo, anche tra i cattolici?            
       Il Messori ha indicato quelle che, secondo le sue intuizioni, sono le ragioni che giustificano una vera e propria rimozione degli eventi miracolosi: il miracolo avvenne in un periodo di grandi sconvolgimenti politico sociali per la Spagna impegnata a fronteggiare le pericolose rivolte scoppiate in Portogallo, Catalogna, Paesi Bassi, Napoli; la guerra dei trent'anni contro la Francia; un’immagine distorta – data dal Protestantesimo in Europa – di un Paese in preda all'oscurantismo, alle superstizioni, per cui le notizie che lo riguardavano apparivano poco credibili. Se a tutto questo si aggiunge che gli stessi spagnoli, per mentalità radicata, erano abituati al soprannaturale, per via di una fede importante, non si meravigliavano più di tanto di fronte a quanto avvenuto a Calanda. Gli spagnoli credevano nei miracoli. Non si può nemmeno trascurare il ruolo svolto dall'Illuminismo nel 1700 e dal Positivismo nel 1800 che oscurarono la realtà dei fatti.                                                                             Soltanto sul finire del secolo scorso il miracolo di Calanda è stato riportato alla luce grazie anche al Messori che ha voluto raccontare il “miracolo dei miracoli.                             
         Il Messori, dopo 358 anni dal miracolo, ha avuto la possibilità di accertare quello che lui stesso ha definito: “il segno della resurrezione della carne”.  Il miracolo, dice il Messori, <<ci obbliga a credere che Dio avesse inteso forzare la nostra libertà”: perché lì, la cronaca, la storia sembrano davvero spalancare, all'improvviso, una finestra verso l’Eterno>>. Dio, forse, in quel lontano 1640, volle creare una breccia nella nostra libertà di scelta; volle scuotere l’umanità per farla uscire dall'oblio in cui era entrata.                                
       Dio non impone la Fede, la propone, ma a Calanda, tramite l’intercessione di Maria Vergine, ha voluto lasciare un segno concreto, tangibile, che nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio.                                                                                                                                          Possiamo dire, noi Alessandrini – Petrensi – che, nel 1624, ad Alessandria della Pietra, in Sicilia, attraverso la presenza della Vergine Maria, Dio interviene con segni tangibili? Credo proprio di si. La mancanza, oggi, di una documentazione scritta per mano di un notaio, non può certamente cancellare o lasciare cadere nell'oblio “il Miracolo” più eclatante avvenuto nel mondo, prima che a Calanda, nei pressi di uno sperduto paesino dell’entroterra agrigentino, Alessandria della Pietra, oggi Alessandria della Rocca proprio per la Rocca su cui è apparsa la Madonna ad una ragazza cieca dalla nascita. La ragazza, ormai trentenne, dopo avere implorato, per tanti anni, Maria Madre di Gesù, arrivando anche a dire che se avesse potuto vedere Maria avrebbe accettato serenamente anche la morte, la ragazza riceve la grazia della vista, la luce di Dio. Maria sceglie la più umile, la più pura, per aprire i cuori all'umanità intera. La incarica di portare un messaggio al popolo e alle autorità del paese: <<sarò la protettrice di Alessandria; qui dovranno fabbricare un tempio per adorarvi il mio simulacro che troveranno in quella spelonca>>. La cieca risponde: <<come potranno credere ad una cieca?>>. La Vergine S.S., toccando delicatamente gli occhi della ragazza: <<ora vai, sarai creduta>>. La ragazza, attonita, vede per la prima volta la luce, il creato.           Se nel caso del giovane Miguel Joan, il rogito del notaio, che attestava il miracolo, è stato considerato documento inattaccabile, perché non credere a quanto tramandato dagli Alessandrini che, dopo l’evento miracoloso, trovarono il simulacro come aveva indicato la Madonna alla ragazza – prezioso sigillo di verità – nel luogo dell’apparizione? Dopo circa 10 anni, la famiglia Barresi Di Napoli, molto religiosa, attraverso i frati Carmelitani presenti in paese, chiese autorizzazione al Vescovo di Agrigento – Mons. Traina – ad edificare una chiesetta dove custodire e adorare il simulacro della Madonna della Rocca, prodigiosamente ritrovata nelle terre di sua proprietà. Il Vescovo, con bolla del 9 agosto 1636, concesse ai religiosi di S. Antonio Abbate, di erigere un Santuario: <<Noi D. Francesco Traina, al nostro diletto figlio in Cristo, Padre Domenico Di Fossa, di nazionalità spagnola, dell’Ordine di S. Antonio Abbate, che per volere del tuo Padre provinciale ci hai supplicato di erigere, con la soppressione del convento dello stesso Ordine presbiterale di S. Maria, dello stesso glorioso S. Antonio Abbate, nello stesso paese di Alessandria della Pietra, della nostra Diocesi agrigentina, nel luogo designato e concesso dalla illustrissima signora Principessa di Resuttano donna Elisabetta Barresi Di Napoli, … così stante la detta soppressione, concediamo, per il bene di tutto il popolo, di costruire un convento di S. Antonio Abbate sotto il titolo Santa Maria della Rocca>>.                      
         Ad Alessandria della Pietra, in quegli anni, esisteva già una chiesa (1589), con annesso convento dei Padri Carmelitani, intitolata a Maria Annunziata (ancora in fase di costruzione e ultimata nel 1663, come risulta dalla data incisa su una pietra nella fiancata di sinistra), nota come chiesa del Carmelo. La chiesetta costruita sul luogo dell’apparizione, rispetto a quella già esistente, presentava una piccola abitazione su fianco destro, dove probabilmente alloggiavano i frati incaricati di custodire chiesa con simulacro della Vergine della Rocca.      I padri Carmelitani, dunque, erano già presenti in Alessandria al tempo dei fatti prodigiosi; svolgevano sul territorio un’importante ruolo sociale e spirituale. La Tradizione racconta che si diedero gran da fare per soccorrere la popolazione quando nel 1625 la peste aggredì la Sicilia intera. I padri, in quella drammatica situazione, furono medici, infermieri, barellieri, confessori e portatori dell’estrema unzione. Uno di loro fu testimone della prima guarigione miracolosa – che tratterò più avanti – di un uomo che stava per spirare. Mi viene difficile credere che i Padri Carmelitani potessero permettere la diffusione di notizie false su quanto avvenuto – nel 1624 – ad Alessandria della Pietra. Tanto meno, credo potessero concordare con la Principessa Barresi la richiesta di autorizzazione al Vescovo di Agrigento per la costruzione di un santuario in onore di Maria della Rocca senza essersi verificato alcun fatto particolare, prodigioso e, perché no, miracoloso. Nella seconda metà del 1800, il Santuario venne arricchito al suo interno con ben otto tele – realizzate dal Panepinto – che raccontavano i fatti avvenuti nel 1624 sulla Rocca dove era stato eretto il tempio. Quale Vescovo avrebbe concesso di sistemare all'interno di un Santuario delle tele che raccontavano una leggenda? Quelle tele raccontavano una verità meravigliosa, il miracolo per eccellenza.                                       
      Nel 1636, Papa Urbano VIII concedeva alla Confraternita della Madonna della Rocca l’Indulgenza plenaria per la devozione mostrata nei confronti di Maria S. S. della Rocca.
        Il dottore Alfonso Giglio, nostro storico, comprendendo la grandezza dei fatti raccontati dalla nostra antica Tradizione, con "La Vergine della Rocca" pubblicò anche un "Discorso encomiativo" - interamente dedicato a quegli eventi prodigiosi - del Padre Antonio Antinoro - dell'Ordine dei minori osservanti - nativo di Canicattì.
         Nel 1847, il Frate francescano (1) dopo avere avuto un momento di confronto - sugli eventi miracolosi/prodigiosi avvenuti in Alessandria della Pietra - con il nostro storico, e profondamente coinvolto dalle testimonianze fattegli dal Giglio, in una lettera inviata a quest'ultimo scrisse quanto segue:  <<….Per voi Alessandrini un’era di gloria, ma tale che i lunghi secoli, le vicende politiche, i mutamenti dell’umanità non cangeranno. ….Un favore dell’Eterno datovi mercé la più perfetta creatura, primogenita tra tutte le fatture, vi pone a livello dei gran popoli morali della terra che figurarono nei trascorsi secoli, e figureranno in avvenire ….per voi una missione specifica. Ma Dio santissimo! Io vedo esaltare i miei poteri al solo addentrarmi nel concetto di chi compie a voi l’augusta missione. Io quasi credo inarrivabile la vostra gloria al sovvenirmi di Maria. ….ditemi qual un’altra pari alla vostra si affidò a creatura più eccelsa? …..a Maria la Madre di Gesù? La Madre dell’unigenito, la sposa del Santo Spirito, questa fattura santissima intanto, e questo decoro di ogni creazione, e questo prodigio dell’Eterno, s’invia a Voi, e addita un suo simulacro, e vuole sacro un tempio a segno perenne di gloriosa predilezione? Quella donna eccelsa dalla quale nacque Gesù, spedita a voi, a armonizzare con una verginella vostra concittadina? Inorgoglirete voi Alessandrini innalzati a tanta gloria, in sì fatto modo prediletti? Sia si, ma sia in voi un santo orgoglio, voi che vi risovvenite dell’era fausta dell’appariscenza di Madonna. ….. Chi poteva dirvi, o signori, che una fanciulla a cui tutto manca tranne l’innocenza, doveva essere lo strumento della vostra gloria, e stabilire tra voi un’era novella? In questo Tempio, fido e perenne testimone della verità santissima testè profferitavi, o non molto lungi dell’ambito di questo luogo santo, videro i padri vostri venerandi …. . ma che videro, o signori? Nulla di quanto io vedo, o fingo di vedere. Io mi trasporto da solo, solo, in tutta la natura appariscente, in questo visuale orizzonte, io entro nei concetti di una fanciulla cieca dalla nascita, lasciata sola da una madre, che per campare stentatamente la vita, bisogna raccogliere erbe selvagge dei campi. Io faccio i più duri concetti contro la Provvidenza, contro i grandi, contro tutti. Io nulla più vedo che la luce e foltissima come sole al meriggio quando non copre la nube. Una sola voce udiva: madre vi vedo! Mi apparve Maria! Signori, era la voce della vostra fanciulla. Ma quel che capiva in mente, ma i brividi della madre al vedersela avvicinare con fermi e sicuri passi, ma le lacrime dolcissime che calavano dalle materne gote, ma i fervidi amplessi, Dio mio! E chi potrà ridirli? Un fatto di tanta tempra, un popolo nutritosotto un si speciale favore; un solo risovvenirci che l’Eterno spediva la sua Genitrice a presentare di un simulacro i padri vostri, ed i più tardi nipoti loro, basterà a renderci gloriosi per tutti i secoli avvenire. Gloriosi? Ma forse in questa sola terra meschina, da nulla? No, fratelli! Voi un dì al sommo favore, di quaggiù vedrete congiunta l’eterna gloria in Sion>>.
      Non v'è dubbio che quanto avvenuto ad Alessandria nel 1624 fosse ritenuto evento di straordinario valore religioso ( due miracoli nello stesso giorno: la vista alla ragazza cieca dalla nascita e il ritrovamento della statuetta della Madonna col bambino Gesù tra le braccia) da Padre Antonio Antinoro, ma anche da importanti storici come Rocco Pirri.



Le apparizioni della Madonna


Ogni Tradizione religiosa racconta propri fatti storici che consentono di ricostruire le radici di una comunità; a volte racconta di fatti miracolosi che hanno inciso notevolmente, nel tempo, sullo sviluppo economico e culturale della comunità interessata.
La Tradizione religiosa di Alessandria della Rocca è ricca di miracoli, prodigi e segni che dimostrano la carità di Maria verso i suoi figli devoti.                                                                               Lourdes, Fatima, Madjugorie, Alessandria della Rocca, sono tutti luoghi scelti dalla Vergine Maria per incontrare l’umanità, e non soltanto Bernadette, i tre pastorelli, i giovani, la ragazza cieca, ma tutti i suoi figli afflitti, in epoche diverse, da problematiche sociali, naturali, spirituali di una certa gravità.                                                                                            
La Vergine interviene sulla terra quando l’umanità ha grande bisogno di nutrirsi della Parola di Dio per superare momenti particolarmente difficili.                                             
Se nei confronti di Bernadette, sulle apparizioni a Lourdes, ancora oggi c’è chi nutre dei dubbi, lo stesso non può dirsi dell’apparizione (1624) – tra le più antiche del mondo – della Madonna su una Rocca, ad una ragazza cieca dalla nascita, ad Alessandria della Pietra – questo era, allora, il nome del paese – nell'entroterra agrigentino. Non possiamo certo dubitare della ragazza cieca dalla nascita che, con la luce dei suoi occhi, mostrò subito alla sua comunità gli effetti della grazia della vista ricevuta, e condivise, felicemente, con tutti i suoi compaesani il miracolo. È vero che a parlare dell’apparizione avvenuta ad Alessandria è soltanto la Tradizione, ma è anche vero che la trasmissione della fede passa anche at­traverso l’asse del tempo, di generazioni in gene­razioni.                                                          
È la Tradizione che ha fatto conoscere quella che è considerata la più antica apparizione di Maria – riconosciuta dalla Chiesa – avvenuta nell'anno 40 D. C. . Si tratta della manifestazione della vergine all'Apostolo Giacomo in Spagna, nei pressi del fiume Ebro – Colonia romana di Cesarea Augusta – dove oggi sorge la città di Saragozza. Giacomo, ricevuto da Gesù l’incarico di predicare sulla terra il Vangelo, lasciò Gerusalemme per portare l’annuncio del Signore in quella parte della terra dove regnava il paganesimo. La storia racconta che l’Apostolo, nella notte del 2 gennaio di quell'anno, mentre l’Apostolo con alcuni discepoli nei pressi dell’Ebro, sentì voci di angeli che cantavano: <<Ave Maria piena di grazia>>. Improvvisamente gli apparve, in piedi su una colonna di marmo, la Vergine Santissima che lo confortò e incoraggio a continuare la sua missione, gli disse, inoltre, di edificare in quel luogo un tempio in suo onore << . . . che rimarrà fino alla fine dei tempi perché la potenza di Dio operi miracoli e meraviglie per mia intercessione verso coloro che, nelle loro necessità, implorano il mio patrocinio>>.  
Non esistono documenti scritti dell’epoca che attestino quanto raccontato dalla Tradizione, ma a Saragozza sorge il più antico Santuario dedicato a S. MARIA DEL PILAR (cioè del pilastro). Alla Vergine è attribuito il più eclatante dei miracoli – riconosciuti dalla Chiesa – avvenuti nel mondo.                                                                                                            
È certamente consolante, incoraggiante, pensare che la materna protezione della vergine sia disponibile per quanti si adoperano a diffondere la parola di Dio.                
Alfonso Giglio, in una lunghissima nota nel suo libro “La Vergine della Rocca” scriveva: <<le tradizioni riguardando religiose memorie non vengono attaccate dalle armi dei tempi, e seppur lo avviene, cedono talune piccole singolarità, e le verità essenziali vi trionfano e vivono eterne fra gli uomini. Iddio per 2400 anni conservò la Religione dei Patriarchi colla sola tradizione, e per 1500 anni quella dei Giudei tanto colla tradizione, che colla scrittura. Mosè presso a morire dice agli Ebrei (Deut. C. XXXII 7): “Ricordatevi degli antichi tempi; considerate tutte le generazioni; interrogate vostro padre ed egli vi ammaestrerà; i vostri avi ed essi v’instruiranno; quindi Mosè di tanta importanza e sicurtà contava nella tradizione che questa raccomandò al popolo di cui era stato Conduttore, e non disse leggete i miei libri! Ed egli era così convinto a segno che non si contentò di avere scritto i prodigi che Iddio aveva operato, ma stabilì dei monumenti, e dei riti commemorativi (Deut. C. VI. 20). Davide espone i sommi vantaggi della Tradizione (Salmo LXXVII, 3). San Paolo: esorta i Tassalonicesi ad essere costanti e ritenere la Tradizione (Ep. II, C. II. 14); agli Ebrei precetta di affidare le tradizioni ad uomini che saranno capaci di ammaestrare (c. VI, v. 2.); e volendo l’apostolo far meglio capire questa verità dice – La fede viene dall’udito, e l’udito viene dalla predicazione (Rom. c. X. v. 17), perlochè sembra dimostrare che la religione anziché piantare sue profonde radici colla scrittura si perpetua colla Tradizione>>.[2]                   
Sono portato a credere  che Alfonso Giglio non si sia accontentato di raccogliere e trasmetterci la Tradizione, ma che abbia speso tante energie per trovare delle certificazioni, dei documenti che attestassero l’apparizione della Vergine sulla Rocca in una splendida collina a poco più di un chilometro da Alessandria della Pietra. È davvero molto strano che ad oggi nessuno sia riuscito a tirar fuori, da archivi vari o dai testi dei più illustri storici dell’epoca – Fazello, Rocco Pirri ed altri – testimonianze scritte sull'evento straordinario. Siamo ancora fermi a Rocco Pirri (1577 – 1651) – Abate di S. Elia a Noto, storiografo regio di Filippo IV di Spagna dal 1643 – che nella sua “Sicilia sacra” scriveva <<Imago colitur S. Maria della Rocca divinitus inventa et miracoli carissima …>> si venera un’immagine di S. Maria della Rocca trovata prodigiosamente e famosissima per miracoli.                                                                                                                                       
Ad Alessandria, intorno al 1624, su una splendida collina, dalla sommità di una “Rocca”, la Vergine Maria apparve ad una ragazza cieca dalla nascita dicendole: <<Io sono la Regina dei Cieli; va al Parroco, ai Magistrati e al popolo tutto, annunziagli che sarò Io la protettrice di Alessandria. Qui dovranno edificare un santuario per adorarvi il mio simulacro serbato in quella spelonca >>. La cieca rispose: << come potranno prestare fede alle mie parole se sono cieca >>. E la Vergine palpando le ottenebrate pupille della miserella: << or vanne e sarai creduta >>.[3] La visione scomparve, e la cieca, attonita, vide il creato. La ragazza, dopo attimi di smarrimento – per la prima volta vede il creato e non riesce a capire che cosa le stia succedendo – prova una gioia indescrivibile e comincia a chiamare la mamma per mostrarle i suoi occhi, parteciparle il miracolo ricevuto. La donna, allarmata dai richiami della figlia, con agitazione e affanno raggiunge il luogo dove l’aveva adagiata e scopre che la ragazza, con gli occhi brillanti come due stelle, riesce a vederla; si raggiungono e si abbracciano lungamente travolte dal pianto per una gioia immensa. La ragazza, raggiante di gioia, racconta alla madre dell’apparizione e senza esitare si dirigono in paese per realizzare quanto richiesto dalla Vergine. Giunte in paese, si recano dal Parroco e in sua compagnia si dirigono presso il palazzo del potere per informare i Magistrati. Il Parroco fa suonare le campane per richiamare la popolazione in chiesa e annunciare quanto visto e sentito. In poco tempo la comunità si raduna e si mette in cammino in direzione della collina, poco distante dal paese, luogo dell’evento miracoloso. Giunti sul posto – un piccolo pianoro con al centro una rocca bianca di natura gessosa – le autorità incaricano alcuni uomini di rimuovere delle pietre che ostruiscono una piccola grotta – probabilmente una vecchia cava di gesso – per cercare al suo interno una statua, così come la Madonna aveva indicato alla ragazza. Con tanta attenzione e delicatezza vengono rimosse tante pietre fino a quando uno degli operai non grida: <<fermi! Viju  ‘na cosa! ‘na manuzza di marmu! ‘na statua c’è! Ora la tiru fora!>>. Liberata dalle ultime pietre che la coprivano, la statua viene presa delicatamente da uno degli uomini che la mostra con tanta commozione ai presenti: <<cca c’è la Madonna!>>. Mentre il popolo è umilmente genuflesso sulla terra arsa dal sole per una lunghissima siccità, la ragazza miracolata si avvicina all’uomo che sta mostrando a tutti il simulacro – come fosse un trofeo – e gli chiede di poterla tenere lei. Appena avuta tra le mani: <<la Madonna mi dissi ca sta statua l’amm’a chiamari Maria Santissima della Rocca>>. Il popolo risponde con prontezza: <<viva la Madonna della Rocca>>.                                                               
La Baronessa Elisabetta Barresi, richiamata in paese dai Magistrati, lascia la sua dimora a Palermo, presso la villa Resuttana, e raggiunge Alessandria della Pietra per verificare quanto le era stato riferito. La Baronessa decide di mettere in sicurezza il prezioso simulacro portandolo nella propria residenza di Palermo, ma impegnandosi, con gli alessandrini, a far riprodurre una copia della statuetta e inviarla in paese nel più breve tempo possibile. In poco tempo la nobile signora di Alessandria della Pietra inviò la copia del simulacro e si celebrò la prima festa in onore di Maria Santissima della Rocca.          
Circa dieci anni dopo i prodigiosi eventi, sulla collina dell’apparizione, con il contributo di tutta la comunità venne fabbricata una chiesetta dove custodire la copia del simulacro.                                                                                                                                             Questo accadde ad Alessandria! A raccontarlo, prima del nostro Alfonso Giglio, era stata soltanto la Tradizione orale? Non lo sappiamo! Certamente l’archivio dei Padri Carmelitani avrebbe potuto fornire importanti documenti, testimonianze, ma non c’è più! Chi fine ha fatto? Non si sa!                                                                                                
Nella sostanza dei fatti avvenuti ad Alessandria (nel 1624) c’è poco o nulla di diverso rispetto a quanto avvenuto a Saragozza (nel 40 D. C.) dove nessuno, oltre l’Apostolo Giacomo,  vide e ascoltò la Madre di Dio. Come Cristiani abbiamo creduto e continuiamo a credere alla Tradizione religiosa. L’eclatante miracolo ricevuto dal giovane spagnolo Miguel Juan, è certamente pari a quello che ha interessato la ragazza cieca di Alessandria della Pietra, circa 16 anni prima.                                                                                              
La ragazza era conosciuta da tutta la comunità come cieca dalla nascita ed era ormai trentenne. Dopo esserle apparsa la Vergine, tutti i suoi compaesani poterono verificare che la ragazza vedesse e gioisse per la grazia ricevuta. Come avrebbe potuto, la gente del paese, dubitare della testimonianza della propria concittadina che tanto amava per la sua genuinità.                                                                                                                     
Alessandria della Pietra, nel 1624, diventa luogo dove i dubbi inevitabili, fisiologici nella struttura della fede, si sciolgono in quella certezza che solo un fatto oggettivo, constatabile, sicuro, può garantire. In quel piccolo paese dell’entroterra Agrigentino, Alessandria della Pietra, su una “Pietra di grazia”, la storia, la tradizione, la cronaca, sembrano spalancare, all'improvviso, una finestra dalla quale guardare in direzione del Padre Eterno.            
Grazie alla Vergine Maria, gli Alessandrini – o Pietrensi – sperimentato che Dio esiste e che nulla gli è impossibile. Lì, a favore di una giovane cieca dalla nascita, Dio ha deciso di intervenire, con la mano di Maria, fermando le leggi della natura e realizzando quello che nessuno credeva possibile: Dare luce agli occhi della ragazza. Quella luce illuminò per primi gli alessandrini, ma certamente la Vergine intese illuminare attraverso la ragazza l’intera umanità che tanto bisogno aveva di guardare a Dio per rinnovare la propria esistenza attuando la sua Parola.                                                                                      
Ad Alessandria della Pietra, la Vergine disse alla ragazza che in quel luogo voleva eretta una chiesa in suo onore, e fu fabbricata – oggi c’è un Santuario della Madonna della Rocca –; come avvenne in Spagna dove la Madonna chiese a Giacomo di costruire nel luogo dell’apparizione un tempio, che fu costruito – Santuario di Santa Maria del Pilar –; come a Lourdes dove Maria disse a Bernadette <<vai a dire ai preti di costruire qui una cappella>> e fu eretto quello che oggi è il Santuario Mariano più visitato al mondo.         
Non trovo alcuna differenza tra gli eventi prodigiosi avvenuti nei tre luoghi scelti da Maria per incontrare l’umanità, per sollecitarla ad una fede sempre più forte, nutrita dalla preghiera quotidiana e dall’amore per il prossimo. In fondo Maria nell’apparire continua a fare la volontà di Dio, è stata Lei la prima a credere! Nei momenti più difficili per l’umanità, ecco che la Vergine, nostra madre, interviene in soccorso dei figli diletti per portare avanti il suo costante impegno di evangelizzazione.                                                          
Credo si possa affermare serenamente, con la gioia di chi crede fermamente in Dio e nella Madre di Gesù, che l’apparizione della Madonna ad Alessandria della Pietra (1624) è la seconda – dopo quella di Saragozza – più antica del mondo, ma con un primato negativo: la meno conosciuta.                                                                                                                  
È attraverso una catena ininterrotta di testimo­nianze che arriva a noi il volto di Gesù. È proprio una vera e propria catena di testimonianze che noi dobbiamo custodire e raccogliere per trasmetterle alle future generazioni così come hanno ben fatto i nostri antenati.                                                                                                                                                                  Vittorio Messori, che da decenni indaga sulla verità della testimonianza di Bernadette sulle apparizioni della Madonna a Lourdes – sempre consapevole che il Dio del Vangelo vuole proporsi e non imporsi, concedendo luci e lasciando ombre per rispettare la libertà delle Sue creature – attribuisce alla ragazza un valore religioso decisivo, oggi, in particolare, per i tanti inquieti che cercano ragioni «per continuare a credere». Se Bernadette non ci ha ingannati, se, dunque, Lourdes è «vera», sostiene il Messori, tutto il Credo della Tradizione cattolica è «vero»: Dio esiste; Gesù è il Cristo; la Chiesa che ha per guida il papa è la custode e la garante di queste verità. È la Vergine stessa, infatti, che a Lourdes esorta la veggente: «Andate a dire ai preti di costruire qui una cappella».
Se per Vittorio Messori, che ha studiato e lavorato per decenni con passione, competenza e pazienza per rispondere a una sola ma decisiva domanda: è credibile, Bernadette? Se per il Messori, nulla è più cattolico di Lourdes, perché i prodigi di guarigione fisica sono una conferma e un sigillo della verità delle apparizioni e, quindi, Bernadette non ci ha ingannati, allora come il Messori possiamo gridare forte, anche noi Alessandrini, che nulla è più cattolica di Alessandria della Rocca, grazie al suo Santuario Mariano, luogo di spiritualità dove è certamente disponibile per tutti quella guarigione dello spirito che è la scoperta, o riscoperta, della fede.                                                                        
Se Bernadette, l’unica ad aver visto la Madonna a Lourdes, non ci ha ingannati, non possiamo certo dubitare della ragazza cieca dalla nascita che con la luce dei suoi occhi dimostrò subito agli alessandrini il risultato del miracolo: i suoi occhi finalmente vedevano. L’apparizione della Madonna ad Alessandria, al contrario di Lourdes, presentava, da subito, un doppio sigillo di verità: la grazia della vista concessa alla ragazza cieca, e il ritrovamento della preziosa statuetta di alabastro che riproduceva la Madre col Bambino Gesù tra le braccia. Due fatti prodigiosi nel medesimo luogo dove oggi sorge il Santuario.



Eventi prodigiosi ad Alessandria della Rocca

Numerosi sono i prodigi di guarigione fisica, raccontati e testimoniati dal Giglio, che contribuiscono e rendere cattolicissimo e luogo di spiritualità il Santuario della Madonna della Rocca.                                                                                                                                                             Alfonso Giglio, ne “La Vergine della Rocca(1847), recita: << Lungo sarìa il riferire le grazie e i miracoli tutti, che la suprema Avvocata dei tribolati ci ha dispensati; io parlerò solamente di quelli che a gran rinomanza salirono ai giorni miei. Di mille portenti io son testimone, ed ogni Alessandrino ha visto chiarissime ed infinite meraviglie>>.          
Nel maggio del 1624, un galeone carico di lana, lino ed altra merce infettata, proveniente dall’Africa, approdato nel porto di Trapani divenne focolaio, causa della diffusione della peste in tutta l’isola. Alessandria della Pietra fu gravemente colpita dal flagello. Alfonso Giglio racconta: <<Infaustissimo appariva l’anno 1625 perché il flagello della peste bubbonica infestava i più bei siti di Sicilia; e i figli di tanta vezzosissima madre venivano afflitti di un tal malore in mezzo al godimento di tutti i beni, che dall’ubertosa produzione scaturivano. La peste, Girgenti pur desolava, e i Petrensi – gli Alessandrini – in gran parte n’erano divorati. Questo fierissimo morbo invade ogni dimora, la morte assalta e il ricco palagio e il povero tugurio. Mestizia, lutto, orrore tormentano tutti i petti. Gli abitanti abbandonano il paese, e si ricoverano tra le capanne. Le vie di Alessandria sono zeppe di animali da soma, carichi di provvigioni che vengono scortati alle campagne. Gran parte dei cittadini per non essere spettatori della continuata tragedia, e scamparsi al contagio si ricoverano nei campestri asili: e la peste menava strage. Alla Vergine della Rocca si dirige ogni mente; in essa si scorge la sola possente ancora in tanta burrasca. L’ara santa è circondata di popolo che prega e si addolora. In una magione geme dall’angoscia ond’è combattuto un misero appestato nel verde della sua età; martoriato dall’idea di morte; scolorito dalla malattia, smunto, sommamente sfigurato; gli occhi sono affossati, squallidi e pieni di cispa; tempia contratte, fredde le orecchie, aspra la cute della fronte, livide le labbra e quasi immobili, le guance lustrate dal freddo sudore; sdraiato supino su quel letto di ambasce, colle membra divaricate, la respirazione rantolosa, un freddo di morte è generalizzato per tutto il corpo, e la pelle è coperta di macchie nere. L’infelice è vicino a mancare. Sordo ronzio si propaga nella stanza. Un frate carmelita con le mani giunte e sotto voce mormora le preci per la requie eterna del suo fratello, e asperge di acqua benedetta in ciascun minuto il letto del malato. A piè dell’amico non trovi l’amico che sospira per lui! Esso s’è allontanato per il timore del contagio, e il suo vecchio genitore che si strugge di pene non osa stargli vicino. Asciuga il gelido sudore della faccia con i delicati lini l’inconsolabile consorte: il suo amore è colpito vivamente! Essa singhiozza, e brama non sopravvivere alla fine dello sposo; le sue ciglia tiene fisse sull’incadaverito sembiante del diletto suo marito, e i figli scongiurava ad allontanarsi dal letto per non esporsi al contagio. La vista dell’infermo si eclissa. Il sacerdote si genuflette ed ora per l’anima del moriente. Le campane tacciano in sì comune sventura, per non funestare maggiormente l’animo, col loro funereo suono. La giornata di quell’uomo sta per compirsi. L’arte medica è ormai esaurita. La malattia si opera a rompere gli ultimi legami di una vita preziosa. D’innanzi alla soglia, curvo dagli anni, ma immobile, comparisce un uomo cinto di nere lane, coperta la testa dal suo cappuccio, una lunga e bianca barba cela il suo mento e si stende sino a mezzo il petto. È l’eremita del Santuario della Vergine della Rocca, che pieno di santo zelo e filantropia visita gli appestati. Ogni sguardo su lui si versa. Egli tiene nella destra l’immagine della Gran Madre di Dio. Ammirabile affetto legava quest’Eremita ai poveri infermi, e nel furore del contagio senza paventare della vita li visitava, sorreggeva, e le raccomandava la divozione per Maria. Appena fu visto, gli astanti prorompono in uniforme voce. Vergine della Rocca, soccorrete l’infelice che è per trapassare. Questo grido l’ode l’ammalato, che vedesi preda di morte e vicino a soccombere alla sua forza, e alla comune prece mesce un suo agonico sospiro, volgendosi con fiducia a Maria. La Salute degli infermi appena invocata, aita prodiga a sì desolata famiglia. Ecco, che il malato raccoglie tutto il vigore, se mai esistevane nel semi-estinto suo corpo, e tentando un altissimo sforzo, alzasi alquanto da se. Assiso sul letto di morte favella all’Eremita pregandolo di avvicinargli la sacra Effige che bagna di pianto. La consorte, i figli, il padre, il frate Carmelita sono attoniti. L’egro li consola assicurandole non avvertire più le ambasce estreme, e gli acerbi dolori che lo spingevano a morte. Il sacerdote stupefatto recita un’ave alla Madonna, e per ogni piazza si accingeva a promulgare sì gran prodigio. Al lugubre apparato è sostituito il contento.          Il simulacro della Vergine della Rocca è condotto per tutte le strade di Alessandria in processione; il pestifero morbo che la decimava si allontana; e questo felice evento per il patrocinio di Maria ottenuto ripetesi lietamente e in tutte le ore>>.
            Il Santuario della Madonna della Rocca è stato una sorgente perenne di celesti favori: la serie dei fatti che dimostrano la carità di Maria verso i suoi devoti; i prodigi di ogni maniera in quel luogo operati sono evidentissimi. Diffusasi la fama dei fatti prodigiosi avvenuti ad Alessandria, persone invalide, con preoccupanti problemi di salute, si recano al Santuario della Vergine della Rocca e alle loro sofferenze trovano soccorso. In tanti offrono doni alla Vergine con sentimento di gratitudine e rendono pubblici le grazie ricevute.                                                                                                
    Dopo alcuni lustri dall'apparizione della Vergine alla cieca, gli Alessandrini sperimentarono gli effetti sorprendenti del Patrocinio di Maria.
All'epoca in cui visse l'illustre Dott. Alfonso Giglio si raccontava di un violento temporale, simile ad un ciclone, che stava per distruggere l'intero territorio: rumoreggia il tuono, l'orizzonte è solcato da continui lampi; rompe densa pioggia; l'acqua mette un fragore pieno di spavento; l'impetuoso turbine le piante travolge, guasta i campi, crollano le case, si disperdono gli armenti; la bufera è orrenda. Tutto minaccia rovina. Il tuono delle divine vendette rumoreggia sull'infelice nostra contrada.  Gli alessandrini temono di perdere tutto, anche la loro vita, ma ricordano le parole che la Vergine disse ad Angelina sulla collina dell'apparizione – vi proteggerò contro ogni avversità – e mentre i fulmini squarciano il cielo nero, i tuoni rimbombano tra le verdi colline, l'acqua riempie le strade trasformandole in torrenti impetuosi, uomini e donne, disperati, ma determinati a non arrendersi alla violenza della natura, in quel momento nemica, escono dalle loro case, che rischiano di crollare da un momento all'altro, riparandosi alla meglio, con qualche scialle sulla testa, sorretti dalla fede in Maria Santissima si recano al Santuario per chiederle  soccorso. Percorrono la strada – una vera palude – senza neanche abbassare lo sguardo per vedere dove mettere i piedi che sprofondano nel fango e diventano sempre più pesanti. Non si abbattono, moltiplicano le forze e tirano avanti, senza mai voltarsi indietro. Giunti “a la purteddra” – periferia del paese in direzione del Santuario – puntano i loro occhi verso la collina del Santuario e, anche se la tempesta non permette loro di vedere il Tempio di Maria, non si perdono d'animo e vanno avanti, spinti dal forte vento che spira alle loro spalle. Sono come gli scalatori che puntano la vetta e non guardano mai indietro fino a quando non l'hanno raggiunta. Raggiunta la collina, senza neanche rifiatare, entrano in chiesa pregando, piangendo, chiedendo aiuto a Maria. In ginocchio raggiungono l'altare e implorano il perdono per i loro peccati, come se sentissero un enorme peso sulle loro coscienze. Ma cosa mai avranno potuto fare di così grave per provocare “l’ira di Dio”? Col capo chino e le braccia incrociate sul petto, come a voler stringere la Vergine Maria, chiedono alla loro Protettrice di salvare Alessandria e i suoi figli diletti. Il rumore della tempesta, mai vista prima d'allora, copre le preghiere che singolarmente offrono alla Madonna. Uomini e donne si abbandonano ad un dialogo intimo con la Vergine che secoli prima ha promesso ad Angelina la protezione da ogni avversità. Le loro suppliche, prima silenziose, a poco a poco fanno eco nella chiesa, fino a coprire il rumore della pioggia e del vento impetuoso. Non si ode più nulla di quanto succede fuori. Una donna si alza in piedi e grida: <<Bbeddra Matri di la Rocca aiutatinni! >>. Tutti quanti ripetono: << aiutatinni! Aiutatinni! >>. Terminato l'eco dell'implorazione generale, nel tempio è di nuovo silenzio assoluto. Un uomo, il più vicino al portone d'ingresso, alzatosi in piedi dice: <<j nu' sacciu chi successi fora, ma nu' si senti nenti cchiù. 'U' nni resta atru ca sbarracari la porta e talìari, sugnu sicuru ca la Bbeddra Matri nni fici n'atru miraculu!>>. Il nostro Padre, buono e generoso, ha ascoltato ancora la Vergine Santissima, sempre pronta ad intercedere per il popolo santo. Quei coraggiosi sono stremati, non comprendono cosa stia succedendo e temono anche di aprire il portone del Tempio. Rialzano lo sguardo verso la statua di Maria e attendono un segno che possa rassicurarli. È sufficiente guardare l'immagine della Madonna, col bambinello Gesù tra le braccia, per riacquistare fiducia e convincersi che il pericolo è scampato, che anche questa volta la Bbeddra Matri fici lu miraculu. Quell'uomo, forte della fede nella Madonna, apre il portone e, appena mette la testa fuori, urla con gioia: <<scampà! Finì lu 'nfernu! Nisciti fora! La Madonna nni fici 'n'atru miraculu! -Ringraziammu la Bbeddra Matri di la Rocca, viva la Madonna di la Rocca!>>. Escono fuori e si ritrovano illuminati dal sole – ormai basso ad Occidente e pronto a tramontare dietro la montagna di Rifesi –  sotto una pioggerella lieve che raffredda le loro teste ancora infuocate per la disperazione provata fino a pochi attimi prima che la Madonna operasse l'ennesimo miracolo. Nel 1843 siamo stati testimoni di un tal disastro nel quale la Madonna ci sovvenne>>[4].
Il dottore Giglio ebbe la fortuna di conoscere e visionare la preziosa biblioteca dei Padri Carmelitani e trasmetterci la seguente storia: <<Il largo della chiesa del Carmelo fu teatro di sorprendentissimo prodigio operato da Dio per mezzo della Nostra Signora. sotto l’Augusto titolo del Carmelo. Ho inteso sempre narrare una storia, della quale Credevo, che esistevane la semplice tradizione a voce, ma in occasione di ricerche di documenti per l’introduzione del culto della Vergine della Rocca, osservai ch’essa fu consegnata alla scrittura, ed io da quest’ultima fonte, non che dalla prima ho attinto le seguenti notizie (vedi ruolo di S. Alberto pag. 537 conservato nella libreria dei rev. Padri Carmelitani di Alessandria): Antonino Scorciapino sergente e segreto di Alessandria toccato il colmo delle scelleraggini, dal seno del peccato in cui giacea venne strappato dagl’Infernali Spiriti onde strangolarlo sul monte che ad Oriente della strada Barresi in Alessandria si alza (oggi questo monte è detto calvario), per così scontare il fio dei suoi falli, e a pubblico esempio, la sua malnata salma vedersi il giorno appresso pendente dall’infame patibolo. Quell’uomo alimentato di delitti, volgea devoto sguardo alla Madonna del Carmelo, che pregava a soccorrerlo nei giorni suoi di lutto. Sulla piazza del Carmelo era già stato condotto supra una sua propria sedia lo Scorciapino per tradurlo sul luogo del supplizio, quando Antonino rammentandosi della Madre delle Misericordie, l’invocò, e in quell’estremo bisogno, Maria pronta alle preci scacciò gli Angeli ribelli, che in fuga volti e sconfitti lasciavano la preda: la Madre di Dio accolse ai suoi piedi il pentito Scorciapino e porgendole la mano sino all’altare guidò, ed ivi il reo graziato si genuflesse. Il mattino i religiosi di quel Convento seppero il fatto, ed accettato per frate il Scorciapino, questo tutto donò al Convento, e vestì (ottenuta la dispensa pontificia) l’abito Carmelitano, ed insignito dell’eccelso carattere del sacerdozio le fu imposto il nome di Francesco. La sua vita religiosa fu esemplarissima. La sedie sulla quale veniva condotto dai Demoni, Scorciapino, osservasi tutt’ora nei padri Carmelitani>>.[5]               
Alfonso Giglio racconta tre significativi eventi avvenuti tra il 1836 e 1846; avvenimenti dei quali egli stesso verificò la verità di quanto accaduto.  Nel 1836, nel mese di agosto, nell’ex feudo di Pollicìa – territorio di Palazzo Adriano – un colono con la propria famiglia era impegnato nella trebbiatura del grano quando, presso la sua aia, giunse un uomo, anch’egli contadino, proveniente da Alessandria, che, per devozione alla Madonna S.S. della Rocca, raccoglieva le offerte in grano per la celebrazione della festa in onore della Vergine. Quel colono guardò con un sorriso di spregio colui che a nome di Maria domandava un po’ di grano, e facendosene beffa lo allontanò. <<Dopo qualche ora il colono divenne completamente cieco; si avvide dell’errore e implorando perdono con sincero pentimento prima delle 24 ore riacquistò la vista. Questo fatto fu sì notorio ed evidentissimo che l’allora Arciprete Pellitteri lo annunziò pubblicamente in chiesa>>[6].
<<Nel 1838, Ignazio Salvo di anni 3, Alessandrino, cadendo da un alto balcone, stramazzò tramortito a terra. Egli era privo di sensi interni ed esterni; un’otorragia spaventevole accompagnavasi agli altri letali sintomi. La madre sua invocò la Vergine della Rocca, ed in pochi giorni il fanciullo guarì>>[7]. Alfonso Giglio racconta dell’esistenza di una tavola d’altare, all’interno del Santuario, sulla quale era dipinto l’episodio nei particolari.          
<<Nel 1846, il Dott. Giuseppe Tortorici da Cattolica Eraclea, miope da molti anni, era diventato improvvisamente cieco. Avendo sentito parlare della devozione degli Alessandrini per la Madonna della Rocca, delle sue grazie e miracoli, e, in particolare, della Pietra di Grazia miracolosa – sulla quale era apparsa la Madonna – , si adoperò perché qualcuno gli procurasse delle pietruzze ricavate dalla Rocca dell’apparizione.            Il Tortorici, ottenuti quei mistici sassolini, per alcuni giorni se li sistemò sulle pupille prive di luce. Dopo aver ripetuto la stessa azione per alcuni giorni, una mattina, al risveglio, ebbe una meravigliosa sorpresa, aveva riacquistato la vista, anche se nello stesso stato di miopia, come prima >>. Questo fatto è stato attestato, oltre che da molti testimoni oculari, familiari, anche da una scrittura autografa del Tortorici affidata al dottore Alfonso Giglio.                                                                                                                              
Nel 1873, la statua della Madonna della Rocca si trovava ancora nella villa del Principe di Resuttana a Palermo, dove abitava il Principe Spadafora che aveva sposato una principessa della nobile famiglia Napoli Barresi, padrona delle terre alessandrine nel lontano 1600. La preziosa statua era amorevolmente custodita da una umile domestica che la spolverava tutti i giorni, come la cosa più preziosa della imponente villa. La donna, da un po' di tempo, era turbata da qualcosa di strano che non riusciva a spiegarsi, ma che non voleva comunicare al principe temendo di non essere creduta: ritrovava giornalmente la statua ricoperta di ragnatele che  con  premura toglieva, con la stessa cura che una madre usa per la propria bambina. Un giorno, nel pulire con un panno la preziosa statuetta, la donna notò un qualcosa di prodigioso: dagli occhi della statua uscivano delle gocce d’acqua. Controllò attentamente gli occhi del simulacro appoggiandovi il panno e verificò che quanto notato dai suoi occhi era vero: la Madonnina piangeva. Dopo attimi di smarrimento, la donna si recò dal Principe per comunicare il prodigio. Il Principe, dopo aver verificato che quanto riferito dalla domestica era evidente anche ai suoi occhi, decise di scrivere immediatamente una lettera al Sindaco e al Parroco del paese per comunicare la sua disponibilità ad affidare agli alessandrini la preziosa statua della Madonna della Rocca. In pochissimi giorni gli alessandrini si organizzarono per andare a prelevare e riportare ad Alessandria della Rocca il simulacro della Vergine. Era il mese di marzo, esattamente il 29 mattino, quando dal paese partirono in sella a muli e cavalli alcuni uomini alla volta di Palermo. Del gruppo faceva parte anche un uomo con invalidità agli arti inferiori che lo costringeva a camminare con due stampelle. Si trattava del signor Domenico Guida Brio che, non appena saputo del viaggio straordinario, decise di partire assieme agli altri, nonostante gli inviti dei propri familiari ad evitare, date le condizioni fisiche, una fatica eccessiva per lui. Appena dopo il tramonto, gli alessandrini, sfiniti ma entusiasti, giunsero presso la villa del Principe che li accolse con affettuosità e generosità. Furono messe a disposizione le stalle dove far riposare le bestie stremate, e dei locali, al piano terra dell'enorme villa, dove gli uomini avrebbero potuto rifocillarsi e passare qualche ora della notte su dei giacigli di paglia, prima di ripartire alla volta di Alessandria, col prezioso carico. Quegli uomini non riuscirono a chiudere gli occhi, desideravano ripartire alla volta di Alessandria della Rocca. Al primo chiarore nel cielo limpido di Palermo, gli uomini, sellati i cavalli e caricato la piccola cassa di legno con dentro la statua, ripartirono per rientrare in paese. In meno di un'ora furono fuori da Palermo, ma qualcuno si accorse che tra loro mancava Domenico. Uno di loro si offrì per ritornare indietro a recuperare l’amico, che sicuramente sfinito per il lungo viaggio era rimasto a dormire profondamente. Domenico venne ritrovato seduto sotto il porticato della villa, mortificato per aver fatto perdere del tempo al gruppo. Giunti a circa 200 metri dalla periferia del paese, gli uomini scesero da cavallo e scaricarono la cassa contenente la statuetta. Il più anziano del gruppo, presa la statua se la poggiò al petto, con la delicatezza che si usa per una figlia, e invitò il gruppo a seguirlo in direzione del paese dove si intravedeva una folla immensa già ordinata in processione per accompagnare il simulacro della Madonna nella chiesa Madre. Domenico, con le sue stampelle, si dispose accanto all’uomo con la statua e cominciò a parlare alla Vergine, come un figlio alla propria madre. La processione avanzava per la via principale del paese quando, improvvisamente, Domenico si spostò bruscamente in avanti come a voler fermare il gruppo che, infatti, si fermò attonito ad ascoltare, con attenzione e fraterno affetto, le parole di un uomo le cui condizioni fisiche gli facevano vivere in maniera particolare quell'esperienza unica e irripetibile. Domenico, con lo sguardo fisso sul volto dell'immagine, riprese il suo dialogo con Maria e, dopo pochi istanti, avvertito un forte calore ad una gamba, buttò una stampella e invitò gli uomini a riprendere a camminare. Domenico si muoveva difficoltà, ma con una sola stampella. La processione riprese il cammino come se nulla fosse successo, ma tutti i presenti credevano già che era avvenuto un miracolo. Il popolo commosso, conteneva ogni reazione;  Domenico continuava il suo dialogo con la Vergine e inviava sguardi rassicuranti ai propri familiari che fremevano, avrebbero voluto abbracciarlo, ma rimanevano nella loro fila, in processione, aspettando un suo gesto. Mancavano pochi metri per raggiungere la chiesa quando Domenico, dopo aver avvertito uno strano e forte calore alla gamba ancora inabile, buttò via la stampella e provò a camminare senza alcun sostegno. La folla intera ebbe un sussulto, poi un’esplosione di gioia per il miracolo avvenuto dinanzi ai loro occhi. Domenico camminava perché la Vergine della Rocca aveva ascoltato la sua richiesta di grazia e con l’amore della Madre aveva premiato Domenico per la fede mostrata nell’affrontare la grande fatica del viaggio per riportare la statua che la riproduceva col Bambino Gesù tra le braccia.  Era il 30 marzo del 1873. A testimoniare l’esperienza del signor Domenico Guida Brio è stata una sua pronipote – professoressa Pina Costa – che ha conosciuto, l’intera storia del suo bisnonno, direttamente dalla propria nonna, figlia di Domenico Guida Brio e testimone oculare del miracoloso evento.      
Tra i tanti miracolati della Madonna desidero ricordare per primo il defunto Padre Giuseppe Ciaravella, umile servo di Dio che ha caratterizzato la sua vita con la carità, il perdono, uno smisurato amore per il prossimo e per i più deboli in particolare. Padre Giuseppe, nei primi anni di seminario, visse una esperienza drammatica a causa di una malattia che mise a rischio la sua vita. Le cure nel seminario non risolvevano i problemi di salute del giovanissimo Giuseppe, e, allora, il Rettore consigliò la famiglia di riportarlo a casa. Anche le cure prestate a casa si rivelarono inefficaci e Giuseppe continuava a stare sempre più male, debilitato, privo di forze, rimetteva ogni alimento che la mamma provava a fargli mangiare. Giuseppe peggiorava di giorno in giorno, al punto di far temere il peggio. La mamma, molto religiosa, pregava incessantemente la Madonna perché aiutasse Giuseppe a guarire, ma non riscontrando alcun risultato decise di recarsi, a piedi scalzi, al Santuario della Madonna della Rocca, recitando il Rosario, per chiedere aiuto a Maria. Giunta sul Sagrato della chiesa s'inginocchiò e poggiando e poggiando sulle ginocchia raggiunse l'altare all'interno del Tempio di Maria. Stremata dalla fatica, alzò la testa per guardare la statua della Madonna, ma si trovò di fronte un sacerdote che dopo averla sollecitata ad alzarsi le disse: <<ritornate a casa da vostro figlio, la grazia vi è stata concessa>>. Antonina - così si chiamava la mamma di Giuseppe - tornata a casa, pensò di provare a far mangiare qualcosa a Giuseppe: prese un uovo, lo aprì e con un cucchiaio recuperò il tuorlo per offrirlo al figlio. Giuseppe mangiò il tuorlo e non lo rimise. Era già un segno importante. Giuseppe, da quel giorno, riprese a mangiare regolarmente e in poco tempo guarì definitivamente. La Madonna della Rocca aveva fatto un altro miracolo. Giuseppe ritornò in seminario e divenne quello straordinario servo di Dio che le comunità di Cianciana e Alessandria della Rocca hanno conosciuto.                                                                                        
A  circa 390 anni di distanza dalla sua apparizione ad Alessandria, la Vergine della Rocca è intervenuta in aiuto di una famiglia alessandrina in pieno dramma per un grave incidente occorso ad un loro membro. Riporto fedelmente la testimonianza fattami, nel 2014, dalla giovane figlia di un operaio, vittima del grave incidente. <<Il 31 marzo del 2009, una telefonata sconvolse la nostra vita. Erano le sei del pomeriggio quando fummo informati che mio, mentre stava lavorando in un cantiere edile, era caduto da un’impalcatura alta circa 10 metri schiantandosi a terra. Le sue condizioni erano gravissime: emorragia celebrale e lesioni gravi in tutte le parti del corpo. Papà entrò in coma! Ci dissero che dovevamo sperare che passasse la notte! Nei giorni successivi, le parole che sentivamo pronunciare costantemente ai medici erano: la situazione è stabile, non potete fare altro che aspettare e sperare. La vita di mio padre era come appesa ad un filo sottilissimo che poteva spezzarsi da un momento all'altro. In una situazione del genere, io, mamma e mia sorella passammo da una fase in cui non avevamo ancora realizzato l’accaduto, al farci prendere dalla disperazione per la consapevolezza d’impotenza. Cercammo di reagire decidendo di trovare aiuto nella fede. Cominciammo a recarci giornalmente, sempre alla stessa ora, quasi come un rituale, al Santuario della nostra Madonna della Rocca per invocare l’aiuto della Vergine S.S.. Per una settimana intera, ogni pomeriggio, raggiungevamo il Santuario, ci inginocchiavamo davanti l’altare della Madonna e con gli occhi pieni di lacrime, fissando il volto del simulacro di Maria, la supplicavamo perché intercedesse presso Gesù e ottenesse il risveglio di papà dal coma. Ritornavamo a casa, ma la situazione di mio padre continuava a rimanere stabile. Era il pomeriggio del 6 aprile quando successe qualcosa che ancora oggi non so come definire. Era lunedì della settimana santa. Quel giorno mi recai da sola al Santuario, a trovare conforto nella Madonnina. Mi ero appena inginocchiata, ma non ebbi neanche il tempo di rivolgere la mia supplica alla Vergine che il mio cuore cominciò a battere oltremodo e, nonostante i miei occhi fossero stracolmi di lacrime, fissai il simulacro della Madonnina e lo sentii più vicino di quanto effettivamente lo fosse. Incredibilmente non mi chiedevo neanche cosa mi stesse accadendo, non mi alzavo, quasi come aspettassi consapevolmente qualcosa. Sentii una voce che non saprei descrivere; mi sentii dire: tranquilla bambina mia, papà si risveglierà!. Rimanendo immobile, ma piangendo, rispose a quella voce: sicuro Madonnina mia?. Ero certa che fosse Lei a parlarmi e mi sentii ripetere ancora: tranquilla bambina mia papà si risveglierà!. Dopo pochi attimi mi alzai e, con quelle parole che risuonavano nella mia mente, tornai rapidamente a casa per raccontare tutto a mamma. Ci abbracciammo e scoppiammo in un pianto dirotto, ma, inspiegabilmente, credevamo entrambi che papà si sarebbe svegliato, che sarebbe ritornato tra di noi. Dopo lo straordinario fatto, la sera andavo a letto e, chiudendo gli occhi, immaginavo mio padre nel letto dell’ospedale coperto dal mando azzurro della Vergine della Rocca. Il 10 aprile, i medici che avevano in cura mio padre, dopo averlo operato al femore, ritennero non necessari i tanti interventi chirurgici che avevano programmato per papà che si risvegliò del coma. Dovette sottoporsi ad un lunghissimo percorso di riabilitazione che l’ha riportato a casa per stare nuovamente accanto alla sua famiglia. Oggi, a distanza di cinque anni, mi piace e continuo tutte le sere ad immaginare la mia famiglia protetta da quel manto azzurro della Madonna della Rocca>>.
          Tre episodi hanno segnato la messa in scena della sacra rappresentazione “Miraculu a Lisciannira”, da me composta nel 2006 – che ricostruisce gli eventi avvenuti nel 1624 ad Alessandria – e rappresentata nell'agosto del 2007, la vigilia dei festeggiamenti in onore della Vergine della Rocca.
Il primo episodio coinvolse una mia amica, Giusy, che nella rappresentazione interpretava la parte della madre che viveva il dramma della morte di un figlio a causa della peste che infestava il paese. Giusy, la stessa serata della prima di “Miraculu a Lisciannira”, con grande emozione mi partecipò una notizia molto importante per lei: era incinta. Giusy mi confessò che da anni sperava di poter mettere al mondo un secondo figlio, ma non le era andata bene e ne soffriva tanto. Giusy – molto devota alla Vergine della Rocca, responsabile di un gruppo di preghiera – aveva accolto, con grande entusiasmo, l’invito a far parte del gruppo per la realizzazione dell’importante rappresentazione teatrale. Qualche settimana dopo avere iniziato le prove per la messa in scena della storia dell’apparizione della Madonna, Giusy scoprì di essere incinta e mi partecipò la grande notizia. La meravigliosa scoperta cambiò la vita a lei e a tutta la sua famiglia.  
Il secondo episodio è avvenuto il giorno stesso della prima di “Miraculu a Lisciannira” – il 23 agosto 2007 – e mi riguarda personalmente.
Da troppi mesi soffrivo una fastidiosa contrattura alla spalla sinistra che mi condizionava notevolmente nei movimenti quotidiani più semplici al punto da tenere il braccio sinistro inoperoso.  Ad agosto, dopo una serie di cure, convinto della serietà del problema prenotai una risonanza magnetica che avrei dovuto fare a inizio di settembre.
Il 23 agosto – giorno della rappresentazione – non curante del problema, alle 7 del mattino, con l’aiuto di un caro amico, dopo aver caricato su un camion e poi scaricato nel luogo della rappresentazione tutti i pannelli necessari per costruire le scenografie, per l’intera giornata lavorai senza avvertire alcun fastidio, anzi dimenticando completamente il problema alla spalla. La rappresentazione andò come meglio non avrei potuto sperare e non avvertii alcuna stanchezza o sofferenza alla spalla; non mi ricordavo proprio del problema. L’indomani mattina, con lo stesso amico ci rimettemmo di buon’ora a lavorare per smontare tutto e riportare – caricando prima e scaricando poi – il materiale in magazzino. Rientrato a casa stanchissimo, mia moglie mi chiese come avevo potuto svolgere tutto quel lavoro se non potevo utilizzare un braccio. Rimasi basito, ma immediatamente provai gioia perché non avevo più alcun problema alla spalla. Ho sperimentato anch'io, con la ricostruzione teatrale del più importante avvenimento storico della mia Alessandria – l’apparizione della Vergine S.S. alla ragazza cieca dalla nascita – l’intervento prodigioso della Madonna. Da quel giorno non ho avuto più i problemi alla spalla che avevo, in forma quasi cronica, prima della rappresentazione teatrale.
Il terzo episodio è stato vissuto nel 2008, dopo la seconda rappresentazione di “Miraculu a Lisciannira”, ma legato alla serata del 23 agosto 2007.  In una scena, una ragazza donava alla protagonista – la ragazza cieca – un pezzetto di pane che, uscendo dalla scena, affidava ad un’altra delle donne, dietro le quinte, che, a sua volta, lo conservava in una tasca della gonna indossata per la recita. L’anno successivo, in occasione della seconda messa in scena della sacra rappresentazione, la donna che aveva conservato il pezzetto di pane, nell'indossare la stessa gonna – indossata l’anno precedente – prima di entrare in scena, si accorge di avere in tasca qualcosa e infilata la mano per verificare tira fuori il pezzetto di pane rimasto in tasca l’anno prima. Il pane è ancora morbido come lo era quella sera di un anno addietro; non mostrava minimamente segni di deterioramento. Solitamente il pane, dopo una settimana diventa duro e dopo più settimane presenta della muffa e cattivo odore. <<Quel pezzetto di pane si poteva mangiare>>, mi disse la donna. <<Scioccata dalla scoperta, non riuscii a comunicare a qualcuno quanto vissuto. Volevo controllare meglio il pane a casa. Temevo di non essere creduta; qualcuno avrebbe potuto dire che l’avevo portato da casa la stessa sera della recita. Io pero ero sicura: quel pezzetto di pane era rimasto nella tasca della mia gonna>>. Una settimana dopo la seconda rappresentazione, durante una cena, nella mia casa di campagna, con tutto il gruppo teatrale, dopo avere ascoltato il racconto dei fatti prodigiosi da me vissuti, sentì il bisogno di partecipare, a tutti i presenti, l’esperienza da lei vissuta; parlò del pezzetto di pane  come fa solitamente chi vuole liberarsi di un segreto che può provocare gioia in chi l’ascolta.           
Significativa l’esperienza vissuta personalmente nel 2008. Era il mese di luglio e mi trovavo presso l’ospedale di Caltanissetta dove mio padre doveva sottoporsi a un intervento chirurgico alla carotide. Durante l’intervento papà fu colto da Attacco Ischemico Transitorio e venne trattenuto in sala operatorio, per circa 5 ore, sottoposto a delle terapie per recuperare la sensibilità persa in metà del corpo. Furono cinque lunghissime ore durante le quali fui colto da sconforto e senso di colpa perché ero stato io a convincere mio padre a sottoporsi ad intervento chirurgico. Da circa due settimane avevo iniziato le prove per mettere in scena, nell'ultima settimana di agosto, tutte e due le mie rappresentazioni sull'apparizione e sui miracoli della Madonna. Dietro la porta del sala operatoria, in attesa di notizie, non riuscivo a stare fermo neanche un minuto. Ogni mezz'ora circa usciva un infermiere con un paziente operato da accompagnare nel reparto, ma non si vedeva alcun medico a cui chiedere notizie di papà. Molto provato dall'attesa, interminabile, temendo ormai il peggio, mi rivolsi alla Madonna invocando il suo aiuto: <<Vergine santissima, sto lavorando con impegno e fede per la tua gloria e desidero tanto continuare a farlo, ma consentimi di poter parlare un giorno anche di un miracolo ricevuto da mio papà che sta rischiando la vita >>. Finalmente, intorno alle ore 14, si aprì quella porta e rividi mio padre ancora vivo, ma in condizioni molto critiche, con paresi in metà corpo. Portato in terapia intensiva, si riprese nel tardo pomeriggio, ma ebbe ben due altri attacchi ischemici, nell'arco delle 24 ore, che lo ridussero in condizioni davvero preoccupanti, sia dal punto di vista fisico – era quasi immobile – sia dal punto di vista morale, con uno stato di forte depressione per la convinzione di non poter più rimettersi in piedi. Continuai a pregare e a chiedere aiuto alla Madonna, ma mio padre non mostrava segni di alcun miglioramento. Decisi di farlo dimettere dall'ospedale e portarmelo a casa mia, in campagna. Giunti a casa chiamai subito una fisioterapista perché sottoponesse mio padre a delle terapie che i medici dell’ospedale avevano prescritto. Trovai il tempo per recarmi al Santuario, per pregare e richiedere ancora l’aiuto della Madonna che non tardò ad arrivare. Nel giro di una settimana mio padre si rimise in piedi. Eravamo intorno al 10 agosto e, felice della evidente e straordinaria ripresa di mio padre, decisi di riprendere le prove, interrotte da circa 20 giorni, per mettere in scena le due rappresentazioni che impegnavano più di 40 persone. Mio padre continuava a migliorare giorno dopo giorno, con grande meraviglia sia della fisioterapista che di tutta la mia famiglia. In 15 giorni, con una carica straordinaria – ripetevo spesso a me stesso ce la farò! – e grazie alla lodevole collaborazione degli amici attori, che partecipavano con devozione verso Maria della Rocca, riuscii a preparare le due rappresentazioni e metterle in scena nei giorni programmati. Mio padre volle assistere alle rappresentazioni e fu accontentato. La Madonna della Rocca ha avuto un ruolo importante nella ripresa di mio padre e nella riuscita dei due lavori teatrali che avrebbero richiesto molto più tempo per la loro preparazione e messa in scena? Provate a immaginare come si possa in 20 giorni provare con più di 40 persone per due rappresentazioni della durata di circa 2 ore ciascuna. Provavo a giorni alterni e più volte nella stessa giornata. Debbo dire che i ragazzi coinvolti si dimostrarono straordinariamente seri, responsabili, entusiasti, convinti di fare qualcosa di importante e a gloria della Madonna: un vero e proprio atto di fede. In quei 20 giorni non ebbi mai momenti di confusione, di affaticamento mentale o fisico; di fronte alle difficoltà tecniche ricorrevo a implorare il sostegno spirituale della Vergine: tantissime volte ho ripetuto: Vergine Santa, col tuo aiuto posso farcela. Assieme a quei meravigliosi amici riuscimmo nell’impresa di rappresentare – sul sagrato del Santuario, di fronte ad oltre 700 spettatori per ogni rappresentazione – la prima sera, Miraculu a Lisciannira; due giorni dopo, Li miraculi di la Madonna di la Rocca.
Recentemente, la Vergine Maria è venuta in soccorso di due suoi devoti figli sul luogo della sua apparizione nel 1624. L’evento prodigioso mi è stato testimoniato direttamente da chi ha sperimentato il materno aiuto ricevuto dalla Madonna. Si tratta della signora Maria Settecasi – vedova Russa – di Alessandria della Rocca, devotissima a Maria, che ha scelto, serenamente, di raccontarmi la sua straordinaria esperienza <<per la gloria della Madonna>>. Riporto fedelmente l’emozionante testimonianza ricevuta nel mese di aprile 2019: <<Da quando mio marito – Giuseppe Russa, deceduto alcuni messi addietro – ha accusato notevoli difficoltà a deambulare, ogni pomeriggio ci recavamo al Santuario per partecipare alla celebrazione della santa messa. Riuscivo ad accompagnare Peppino in chiesa con una forza straordinaria; la fede nella Vergine santissima mi sosteneva e mi sentivo sicura. La malattia rendeva sempre più debole Peppino e un pomeriggio è successo quello che io stessa temevo: mentre salivamo – a braccetto – attraverso lo scivolo per i disabili, in direzione del Santuario, Peppino è crollato a terra senza che io potessi fare qualcosa per impedire la caduta; mi sono persa d’animo; mi mancavano le forze per sollevarlo, per rimetterlo in piedi; mi sono rivolta alla Madonna chiedendo aiuto, “ Beddra Matri comu fazzu! Aiutatimi Vui!”. Improvvisamente è giunta una macchina – una vecchia 500 bianca – dalla quale è scesa una signora elegante che si è avvicinata dicendo: “non preoccupatevi, sono un medico, vi aiuto io!” La signora, chinatasi su mio marito e chiedendogli di aggrapparsi al suo collo, lo rimise in piedi e mi sollecitò a prenderlo per un braccio in modo da riprendere il cammino verso il Santuario. Preso per il braccio Peppino, prima di riprendere a camminare, ho guardato intorno a noi cercando la signora per ringraziarla dell’aiuto, ma non c’era più! Non c’era la vecchia 500 con la quale era arrivata! Eravamo io e Peppino a guardarci negli occhi, scioccati, increduli, ma in piedi! Cosa è successo? Abbiamo vissuto degli attimi indescrivibili, ma abbiamo ripreso il cammino verso il Santuario. Quanti pensieri abbiamo fatto! “Chi era quella signora? Come mai è scomparsa improvvisamente?” Stavamo sognando? No! Eravamo coscienti di quanto c’era accaduto. Lentamente abbiamo raggiunto la chiesa e, appena dentro, ci siamo avvicinati all'altare per parlare con la Madonna, per ringraziarla. Nell'attesa che iniziasse la celebrazione della Santa Messa, ad ogni lieve cigolio della porta d’ingresso per l’arrivo dei fedeli giravamo la testa sperando di rivedere quella signora che ci aveva aiutato, ma non l’abbiamo più rivista. Abbiamo partecipato alla Messa con un’ansia mai provata prima, non eravamo per niente rilassati e sereni come sempre. Ci guardavamo continuamente per chiederci cosa fare: partecipare, ai presenti in chiesa, al Padre Passionista celebrante, quanto avevamo vissuto oppure tenere dentro tutto? Solitamente, terminata la celebrazione della Messa, aspettavamo che uscissero tutti prima di alzarci per uscire anche noi. Qualcuno degli amici rimaneva sempre ad attendere che io e Peppino uscivamo dalla chiesa per scambiare qualche parola prima di salutarci. Appena fuori, infatti, ho trovato Lia, una carissima amica, ad attenderci. Ho chiesto a Peppino: lo raccontiamo a lei? Peppino ha annuito con gli occhi già commossi e, allora, ho raccontato tutto alla nostra amica, con animo sereno, sicura di essere creduta da lei.      

    

           






[2] A. Giglio, La Vergine della Rocca 1847
[3] A. Giglio, cit.
[4] A. Giglio, cit.
[5] A. Giglio, cit.
[6] A. Giglio cit.
[7] A. Giglio cit.

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