Alessandria della Rocca




Alessandria della Rocca, un paesino di circa tre mila abitanti, sorge nella parte interna della provincia di Agrigento, a sud dei monti Sicani, in un ambiente vario di collinette e pianori, dove emergono, di tanto in tanto, piccoli costoni rocciosi di natura gessosa che mostrano i segni indelebili della presenza, in epoca molto lontana, di un popolo laborioso, quello Sicano, che lasciò importanti tracce della propria presenza, una interessante necropoli. Situato su un piccolo altipiano, leggermente inclinato da Oriente ad Occidente, il paese è circondato per tre parti da collinette che durante l’anno, col cambiare delle stagioni, mostrano splendidi colori e appaiono come la tavolozza di un pittore: il verde e il grigio argento degli uliveti; il verde vivo o il bianco rosato dei mandorleti; il verde e il rosso ruggine del sommacco, dei vigneti, ma anche del sorbo; il verde cupo del carrubo; i colori vivaci della vegetazione mediterranea che sorge spontanea sulla terra incolta e sulle rive del torrente Fretti che scorre nelle vicinanze del centro abitato.
 


























Ad Occidente il suo orizzonte si apre e l’occhio, di chi si affaccia dalla villa comunale, degradando dai monti che sovrastano Bivona fino a quelli di Rifesi e Caltabellotta si rilassa sulla verde vallata dove un invaso artificiale – la diga Castello – riflette il paesaggio circostante molto ricco dei colori che la natura regala. Alessandria della Pietra fu il primo nome dato al paese, probabilmente per la vicinanza alla Pietra o Rocca D’Amico.




































Dal 1713 al 1862 il nome fu Alessandria di Sicilia. Il 7 novembre assunse l'attuale denominazione su delibera del Consiglio comunale successiva a sollecitazione del Governo del Regno d’Italia che, infatti, accolse la richiesta degli amministratori alessandrini e con Regio Decreto del 3 gennaio 1863 confermò la nuova denominazione, Alessandria della Rocca,  per evitare problemi di omonimia con altri comuni. I primi insediamenti umani nel territorio risalgono all’epoca dei Sicani dei quali rimangono due necropoli le cui tombe, a forno o a grotticelle, furono scavate sulla parete di nord-est di una montagna di roccia bianca, di natura calcarea, chiamata “Gruttiddri”, e in un piccolo costone roccioso in prossimità del monte Lurdichella (Lurdicheddra) che presenta sulla sommità i segni di un insediamento umano (Un'indagine effettuata da un team dell'istituto archeologico dell'Università di Gottingen nel biennio 2009/2010 ha messo in luce il sito di Lurdichella assieme a circa 200 siti archeologici rinvenuti nei territori di Alessandria della Rocca e di alcuni comuni limitrofi).









                                                       Necropoli Gruttiddri


L’insediamento sicano subì, in seguito, la colonizzazione greca, prima, e poi romana. Forse la definitiva sottomissione di quella antica popolazione sicana avvenne tra il 104 e il 99 a.C. con la seconda guerra servile che ebbe come teatro di battaglia, tra le legioni romane e gli schiavi appoggiati dalle popolazioni indigene, proprio il territorio ai piedi del Monte delle rose. In epoca Bizzantina (VIII - IX sec. d.C.) su un imponente masso di roccia calcarea, fu costruita la piccola fortezza della Pietra D'Amico. Situata in prossimità della diga Castello, al confine con il territorio di Bivona, il castello assunse in poco tempo un ruolo fondamentale anche per i paesi limitrofi. Ne fu Signore Pietro D'Amico, che dette il nome alla costruzione. Solitamente il termine feudale Petra in Sicilia designava una fortificazione isolata: unica eccezione fu la Pietra D'Amico, che si trattava inizialmente di un Casale, in seguito di una Baronia. Nel XVI sec. il feudo della Pietra D'Amico, di proprietà dei nobili Abbatellis, fu avocato dallo Stato. Nel 1542 fu venduto a Don Nicolò Barresi, fondatore di Alessandria della Pietra. Oggi, del Castello rimane ben poco: solamente qualche pezzo di muro, parte della scalinata e il masso su cui venne edificato, che è parzialmente crollato. Durante i lavori di costruzione della diga, negli anni 80, intorno al castello vennero trovati altri ruderi, cocci, vasellame e utensili che testimoniano la presenza di un insediamento che, probabilmente, veniva difeso proprio dal castello.  Durante l’occupazione araba della Sicilia nuclei di “saraceni” si stabilirono in quella che era stata la dimora sicana, formando villaggi che in epoca normanna divennero dei casali. Dopo la conquista normanna i feudi  in  territorio  di  Alessandria  vennero  concessi a un parente del conte Ruggero, Lucia, signora di Cammarata. Facevano parte della Contea di Cammarata la baronia di Motta Sant’Agata e il castello di Pietra D’Amico. Le sorti di tali feudi furono segnati dalle alterne vicende storiche che si svolsero in Sicilia con la guerra tra Svevi e Angioini prima e tra Angioini e Aragonesi dopo. Dal 1398 in poi la baronia di Pietra D’Amico veniva concessa dal Re Martino I a Guglielmo Raimondo Moncada, conte di Cammarata. Nel 1431 Giovanni Abatellis la comprò per 40 mila fiorini d’oro. In inseguito passò a Federico Abatellis e nel 1542 fu venduta a Nicolò Barresi. Nel 1568 la baronia passò da Nicolò al nipote Carlo barresi che nel 1570, nei pressi della contrada Prato, fondò Alessandria della Pietra. Don Carlo Barresi diede notevole sviluppo al primo insediamento, che nel 1593 era formato da 110 case e da 307 abitanti. La famiglia Barresi, di origine normanna, era venuta in Sicilia al seguito del conte Ruggero. Signori di vari feudi in Val di Noto, parteciparono alle lotte baronali al tempo dell’Imperatore Carlo V. 








Il paese conobbe un notevole sviluppo con Elisabetta Melchiorra Barresi che s’investì della Baronia di Alessandria della Pietra nel 1619. Avendo, nel 1636, sposato Girolamo di Napoli, principe di Resuttana e di Campobello, stabilì che, alla sua morte, i suoi discendenti assumessero il titolo di Napoli e Barresi. La Baronia fu, quindi, elevata a Principato. Elisabetta Barresi visse gran parte della sua vita ad Alessandria dove morì e fu sepolta nel 1679, nella chiesa del Convento dei francescani.







Convento dei Frati Francescani



Affresco riproducente Alessandria della Pietra 

In questo primo secolo di storia sorsero le chiese più importanti. Del 1593 è la chiesa Madre di S. Maria del Pilerio. Del 1589 è la chiesa con l’annesso convento dei Padri Carmelitani sotto il titolo di Maria Annunziata, vero capolavoro del barocco siciliano.



Chiesa Madre (S. Maria del Pilerio) 


Chiesa di Maria SS. Annunziata con annesso convento dei frati Carmelitani

Del 1664 è la chiesa con il convento annesso dei Padri Minori Osservanti. Il Santuario della Madonna della Rocca è del 1630. Non si hanno notizie storiche rilevanti per quanto riguarda il periodo che va dalla fine del 1600 all’Unità d’Italia 1861, durante il quale la Sicilia, dopo tre secoli di dominio spagnolo, esercitato attraverso onnipotenti vicerè, diviene merce di scambio quando, per il Trattato di Utrecht, Vittorio Amedeo II di Savoia il 24 dicembre 1713 prende il titolo di re di Sicilia. Il generale malcontento antisabaudo, per un pesante fiscalismo, permette alla Spagna di riappropriarsi dell'Isola, con grande giubilo della popolazione. Passano soltanto due anni e con il trattato dell’Aja, a conclusione della guerra della Quadruplice Alleanza (Francia, Inghilterra, Austria, Olanda, contro le mire di espansione spagnole), la Spagna, è costretta a cedere la Sicilia agli Austriaci. La situazione socio-economica dell’isola si aggrava ulteriormente perché gli austriaci aumentano le tasse. La Sicilia ritorna sotto controllo spagnolo nel 1734 con Carlo di Borbone che riesce a sconfiggere gli austriaci in Puglia e nell’isola. Carlo III diviene re delle due sicilie e avvia un'opera riformatrice, che permette di mitigare la pressione fiscale e favorire i commerci. Limita i poteri dell'Inquisizione e incarica gli stessi Siciliani delle cariche pubbliche isolane. La Sicilia rimarrà sotto il dominio spagnolo dal 1734 al 1861. Con il Regno d’Italia, il primo Presidente del Municipio di Alessandria fu Faustino Cosentino, seguirono il Notaio Giuseppe Amorelli, il dottor Giuseppe Giglio e altri. Nel 1862, come già riferito, il Comune cambiò il nome in Alessandria della Rocca. Il paese, come tutta l’isola, viveva in condizioni economiche di miseria. Brigantaggio, analfabetismo, collusione tra mafia e politica, sfruttamento delle categorie sociali nullatenenti, caratterizzavano la società. Alla fine del 1800 Alessandria della Rocca cercò di inserirsi in quel moto popolare che furono i Fasci Siciliani. La situazione socio-economiche era diventata ancora più grave e la disperazione spinse braccianti e artigiani a mobilitarsi per costituire il fascio dei lavoratori presieduto da Pietro Amorelli e formato da 250 soci, di cui 14 donne. Il Fascio s’impegnò nel far rispettare ai proprietari terrieri gli affitti in corso e nel richiedere accordi migliori. Il Fascio Alessandrino e quelli siciliani conobbero la durezza della repressione ordinata dal Capo del Governo Francesco Crispi al quale poco interessavano le rivendicazioni economiche e sociali legittime delle plebi siciliane da troppo tempo oppresse da un sistema di potere economico reazionario e conservatore che tenevano l’isola in un sistema feudale. Tanti alessandrini emigrarono in America alla ricerca di quella dignità e libertà umana negata nella loro terra. Nel 1902 fu costruito l’acquedotto che portò l’acqua potabile dalle sorgenti del Voltano nel centro abitato, grazie al Sindaco Giuseppe Bondì. La grande guerra chiamò anche gli Alessandrini alle armi e, di conseguenza, si aggravarono le condizioni economiche già precarie di molte famiglie. Con il fascismo lo Stato chiese ancora una volta un notevole contributo di uomini per partecipare alla guerra voluta da Hitler e Mussolini. La mancanza di tante braccia nel lavoro in campagne rese ancora più difficile la vita della popolazione Alessandrina. Nel secondo dopoguerra, molti braccianti, affittuari e poveri contadini, delusi dalla riforma agraria che non apportò cambiamenti significativi, decisero di emigrare nel continente americano. Tra il 1950 e il 1960 la popolazione diminuì di oltre 1000 abitanti. L’introduzione di mezzi agricoli e concimi chimici in agricoltura consentì, negli anni Sessanta/Settanta un significativo sviluppo agricolo che produsse notevoli cambiamenti nella società Alessandrina. Il generale benessere favorì uno sviluppo edilizio mai visto prima, ma produsse un tale abusivismo che cambiò notevolmente e irrimediabilmente l’aspetto urbanistico del paese. Gli anni Ottanta furono caratterizzati dal consumismo e spreco di denaro, senza limiti, da parte della popolazione e soprattutto da parte delle amministrazioni che si alternarono alla guida del Comune. Conseguenza immediata di tale atteggiamento politico e sociale fu la ripresa del fenomeno migratorio che a partire dal 1990 circa ai nostri giorni ha prodotto una riduzione della popolazione da circa 5000 a circa 3000 abitanti.


Stemma del Comune


Gonfalone

IL TERRITORIO


C/da Boschetto, ulivo con circa mille anni di vita (diametro tronco di circa 3 metri)
dimostra che, nel territorio, la coltura dell'ulivo è tra le più antiche dell'intera Sicilia.
Qualità: Passulunara.  


Diga Castello 
Sorge sul letto del fiume Magazzolo in territorio dei Comuni di Alessandria della Rocca e Bivona. 
Ha una capienza di 18 milioni di metri cubi di acqua che viene utilizzata a scopi irrigui e potabili.


Il castello di Pietra D’Amico
La baronia di Pietra D’Amico, secondo le fonti storiche, esisteva già dal tredicesimo secolo. Nel luogo, da tempo, vi era un’antica costruzione a forma di torre in cui i Chiaramonte avevano incentivato l’immigrazione di alcune famiglie gravate di problemi economici o che, per diverse ragioni, avevano debiti con la giustizia. In tal modo venivano offerti a questi gruppi familiari accoglienza e favorevoli condizioni di lavoro, di libertà e di vita seguendo la prassi, da tempo in uso, delle cosiddette ville franche. Nel 1355 il Castrum Petre Amicj, risultava elencato fra i castelli feudali.

Nessun commento:

Posta un commento